Sugheri e boe

RUBRICA DI LETTURE di Giulia Sottile 

“Mosche e draghi” dalle parti di Catania

IL ROMANZO DI ESORDIO DI UMBERTO BRUNO

brunoCome dire per non dire? È il cruccio di chi si rivolge a potenziali lettori di un racconto che si auto-stravolge continuamente. È lo stesso che caratterizza la comunicazione obliqua che vede miglior rappresentante lo humor inglese (e non a caso chiamo in causa quest’ultimo, e non soltanto per l’atmosfera del romanzo di Umberto Bruno, “Mosche e draghi dalle parti di Humpsteel”). Il peggior difetto di un recensore è quello di “spoilerare” (concedetemi lo slang) la storia, il che rende ancor più arduo adesso far giustizia senza giustiziare.
Ci si chiede da dove derivi l’ispirazione dell’Autore, ma, più che la risposta a questa domanda, assume rilevanza l’impatto che il suo contributo ha su un panorama letterario più ampio. Già Mario Grasso in occasione della presentazione del libro ne ha delineato ritratto con tanto di ubicazione, non esitando a definire Bruno un “danubiano”. I nomi che scorrevano nell’identikit erano quelli di Kafka e Svevo, prima di tutto, per essere poi però presieduti stilisticamente da Joyce (tra i personaggi compare persino una Eveline, suggestione di “Dubliners”?), con una tensione della tematica alla stessa che animava il Proust di “A’ la recherche du temps perdu”. Per tirare poi le somme, e dare ad Umberto termine di paragone in territorio regionale, Mario Grasso ha tirato fuori Giuseppe Mazzaglia, ed ecco allora che qualcuno potrebbe iniziare a sbuffare sospettando strategici gonfiamenti. Nulla di tutto ciò, e l’incredulità non deve sovrapporsi alla sorpresa di scoprire un promettente talento.

È metafora sopra metafora, “Mosche e draghi dalle parti di Humpsteel”. Colpisce lo stile, elegante ma mai aulico, un gioco linguistico manipolato a contrassegnare gli stessi personaggi, la cui caratterizzazione mantiene sempre coerenza anche espressiva (il pescatore sulla Moscova, ritratto su un quadro, non può che parlare con accento russo). Ecco che è emersa già da sola la prima tematica, nella molteplicità di quelle rintracciabili. I personaggi. Anche qui c’è la tendenza al dire per non dire: «Il carattere dei protagonisti è affidato a una piega semiaperta delle labbra», e di certo non diremo a chi Bruno fa pronunciare questa frase, e a proposito di chi! Basta sapere che ha a che fare con una finzione nella finzione nella finzione letteraria, autodiscutentesi. Non corriamo pericolo se ci azzardiamo ancora un po’e scriviamo ciò che in fondo è risaputo, e cioè che ogni personaggio è proiezione del suo autore, ma qui assume ulteriore sfumatura (indizio: «Pensò alla possibilità di un uomo che inventi e crei un altro uomo e che, in questo, non debba, inevitabilmente, essere migliore della sua creatura»). Stop.

Ogni elemento che compare sulla scena è personificato. Persino le rose (che hanno dettato la scelta della copertina, il dipinto “The Soul of the Rose”, di John William Waterhouse), «presenza anziana a custodia di un affetto», parlottavano tra loro «e ancora discutevano su quel desiderio di voler scappare oltre il giardino». Questa asserzione apre l’altra grande tematica, che ha qualcosa che per comodità chiamiamo meta-pensiero (ma ha poi tutt’altro nome) e in cui è imbevuto tutto. Umberto Bruno fa pensare a un personaggio cosa potrebbe pensare l’altro, continuamente, che sia essere umano o no. Troviamo ovunque tracce di questa dislocazione cognitiva, continue proiezioni. Guardando opere architettoniche, assumendo la prospettiva dell’altro e, sul finire, pensando che il proprio pensiero fosse pensato – concepito – da Edward Lloyd (personaggio principe nel romanzo). Vi è continuo sdoppiamento, a tal punto che parla persino allo stesso «fantasma del suo riflesso nel vetro della finestra» come fosse alto da sé. Prendono autonomia persino concetti astratti come la bontà, l’attenzione, l’ossessione. L’Autore sembra qui divertirsi («“Sei spaventato?” Mi chiese», «In mia assenza, però, vedi di non farti troppe opinioni»), di certo diverte il lettore.
Ma tornando ai personaggi, è bene fare una carrellata della caleidoscopica truppa. Infatti Bruno li prende in prestito dalle sue impegnate letture, forse per rendere loro omaggio, o perché miglior rappresentanti delle tensioni umane che intende illustrare e mettere in discussione. Che cosa ci fa Nataša Rostova del tolstojano “Guerra e Pace”? E Georges Duroy di “Bel Ami” di Guy de Maupassant? Ad un tratto si unisce alla compagnia anche Lily Briscau, personaggio di sfondo di “Gita al faro” di Virginia Woolf. Cosa ha portato l’Autore a queste scelte? Quale significato rivestono per lui questi tre personaggi? Troveremo il modo di chiederglielo. In un climax allucinatorio, assistiamo ad una cena al cui tavolo siedono persino i coniugi Bovary (di cui Emma resta immortale personaggio flaubertiano), Laura Sheridan, Gregor Samsa (e qui torniamo a Kafka, con il suo “La Metamorfosi”), Babette Hersant (“Il pranzo di Babette”, racconto di Karen Blixen), Diana, Arthur e Susan Parker (tratti da “Sanditon”, ultimo lavoro di Jane Austen). Infine, ma non alla fine (tra l’altro è anche il primo a comparire sulla scena), Bernard Tingle (l’unico vero personaggio?). Con la sua schizofrenia, è il motore dell’intera vicenda, è la miccia. Tra l’altro, a proposito di caratterizzazione, è attraverso lui più di ogni altro che Umberto dimostra la sua capacità di creare il Personaggio, qui con tutta la poesia che scoviamo e che indagheremo più avanti.
Intanto, però, primo accenno si allaccia ad altra tematica, che è caratteristica dello stile del Nostro, ed è la cura del dettaglio, del macroscopico (e ci si chiede se sua altra passione non sia la fotografia).

Infatti, a sorreggere l’anziano Tingle, non sono le gambe, ma le vene azzurre che vi s’intravedono. Brevi stralci mostreranno come Bruno sia un cesellatore, affezionato al mondo vegetale e alla meteorologia:
la mosca «Aveva due strisce di sole a fargli compagnia, infiltrate nello sghembo di una persiana e tutta la polvere in quei raggi. Prendeva vita, quella polvere, quando le passava frammezzo»;
«Un gigante d’ombra, fatto di nubi, oscurò la testa di ogni corpo su quel lato della collina. (…) Il gigante passò; l’azzurro-bianco del cielo ricomparve e una foglia, per la troppa emozione, tremò e si staccò dall’albero»;
le foglie «Sospinte da una brezza debole, sollevavano l’apice come fosse una testa e il picciolo come un braccio proteso a chiedere aiuto.
Mi soffermerei sulla delicatezza di questa immagine, vivida (come vivida è anche quella del pulviscolo). Infatti qui, come in altri casi, Bruno ci permette di “vedere”, come ci trovassimo là, con i sensi ultra-sviluppati. Altri indizi della sua dedizione al dettaglio, come segreto per dare senso al tutto, un tutto che si fa vivo, si trovano più avanti:
«L’attenzione, arrabbiata, si infilò in una breccia nel muro»;
«E questo pensiero le si era insinuato nella curva del collo»;
«Gli occhi le si aprivano con una corona di ciglia»;
«In lontananza, l’alito del treno passò di nuovo, invisibile per tutto il suo viaggio fino alla casa. Raggiunse i vetri e sbattendo con i palmi ben aperti li fece tremolare con sofferenza»;
«Natasha udì il corno farle vibrare i merletti e la luce tutta calò di qualche tono»;
«Un insetto ronzava e una foglia passava in ombra»;
«I muscolosi nodi dei tronchi e il volto in immersione delle foglie cadute, in un attimo si tinsero d’argento»;
«La vestaglia bussava alle mie caviglie sospinta da folate improvvise, attorcigliandosi ai piedi sporchi, lerci di polvere, di aloni gialli e pezzetti di terra nera appallottolati fra le dita».
Basta questo per collegarci al tema della Poesia. Come già accennato, infatti, nello stile di Umberto Bruno c’è la poesia, non quella di chi vuole suggestionare, bensì di chi, suo malgrado, non può far a meno di esprimere un concetto con quelle parole. Senza tener conto della capacità di “dare il nome alle cose” (che è prerogativa della letteratura tout court). Poesia non è qualche enjambement e due rime. La si ritrova in periodi come:
«In quel mattino ordinario, lasciava le sue stanze al buio. Così che divenisse più semplice rendere muta la realtà»;
«Avevo portato con me tutto il vento delle parti di Humpsteel. L’avevo acciuffato per farmi tremare il cuore»;
«Spiegazzando tutta l’aria fra di loro»;
«Acchiappando le mie idee a morsi nell’aria»;
«Aveva scavato in me dei solchi profondissimi e riempiendoli di semi non riuscii più a non germogliare»;
«Posava le labbra sui ricordi»;
«Il giallo croccante dell’estate»;
«La mongolfiera era sopra di loro. Sfiorò le loro coscienze dall’alto»;
«Abbassai la testa per guardare il coraggio in faccia»;
«Una mosca volò via dal quadro e si spezzò sul vetro di una finestra».

La scrittura a un certo punto sfugge sempre di mano al suo autore, se ne va per i fatti propri. È per questo che sorprende leggersi a distanza di tempo.
Ma passiamo al prossimo grande tema del romanzo, che è la felicità. Non a caso Mario Grasso vi ha idealmente conferito, a mo’ di sottotitolo, un “Alla ricerca della felicità”, per ben delineare la natura della tensione dell’intreccio narrativo. La cercano le rose, i personaggi, il protagonista. E la cerca attraverso l’indagine della stessa vita. Si chiede cosa sia e nota che gli riesce meglio definire cosa non sia. È forse come quella delle rose, tra il desiderio di fuggire e la misteriosa forza di attrazione delle radici al suolo? Ha a che fare con l’amore? Tralasciamo ogni risposta a tal proposito, perché quella dell’amore è altra tematica che rimane però in sospeso, ricca di domande e priva di risposte (com’è naturale, com’è giusto che sia), circuita con riflessioni sulla bocca di personaggi che ora peccano di ingenuità, ora di cinismo («una grande vanità per tutti», «una menzogna» o qualcosa che non si sa e si inventa di volta in volta in base a come si crede che l’altro la immagini?). Si rischia di andare fuori strada, e allora torniamo alla felicità, come qualcosa che esiste in potenza (come ogni cosa nel romanzo, in una progettualità continua). Vive nell’entusiasmo, nell’energia di qualcosa che promette di esistere ma non è ancora. Lo si scorge sin dall’incipit, quando il signor Tingle si incammina verso casa di Lloyd e quel viaggio stesso è vissuto come un’avventura. Cosa c’è di più potenziale se non un’idea? E l’idea è creazione già nella mente del creatore. Così la vita stessa è creazione? Il suo senso risiederebbe in questo potere? Sintesi, senso del tempo e dello spazio, storia, sogno, tutto questo alle volte della felicità (per richiamare quel galleggiante sottotitolo proposto): «Tu hai quello stesso potere di Eveline: di naturale abisso; di uomini che possono dominare il proprio destino poiché al destino stesso cambiano il nome». La follia di Tingle allora dà il pretesto e la libertà (legittimata) di giocare, nella vastità del significato delle cose e nella sua creazione. Forse la più alta dimostrazione di quanto espresso la si rintraccia nella delicata quanto forte immagine delle margherite, che «hanno attecchito perfino sulle lapidi» (un po’ come il fiore di loro le cui radici affondano nel fango, ma sale su in superficie attirato dalla luce del sole, o come il fungo in caverna, raro fenomeno, che nasce a testa in giù e poi, pur privato della luce, crescendo si torce verso l’alto).

All’inizio abbiamo parlato di humor inglese. Dopo questo nostro gran parlare di vita e di felicità, di poesia e ricerca, anche nelle minuzie più “materiche” troviamo sottigliezza e sensibilità non solo nel linguaggio utilizzato, ma anche nella lettura dei significati insita nelle stesse relazioni interpersonali. Si assiste qui a un capovolgimento di senso, continuo. Bruno attraverso i suoi personaggi prende la realtà, la scompone e la riassembla (prerogativa dell’intelligenza), sfociando talvolta nel non-senso:
«Lo sa perché sto a testa in giù? Pare che crescano i neuroni! Ne ho sempre assoluto bisogno quando la notte la mia mente è fredda. Conoscete la vostra storia, mister Tingle? (…) Certo che no! Non l’ho ancora inventata mio caro»;
«“Oh! Perbacco!” mi schiaffeggiai una gamba. / “E chi è Bacco?”»;
«“Un ritratto? Di chi?” le chiese allora. / “Oh, solamente del conforto di non dover più confondere lo sforzo che fanno le cose, per sopravvivere, e quello che invece fanno le persone”».
Se non si trattasse di letteratura, si rischierebbe di impazzire. Tra i giochi della ragione, Bruno però si abbandona anche a speculazioni di altra sorta, che affiorano in contesti impensati e rendono i pazzi più ragionevoli dei savi. È il caso di Tingle, appunto, che ricorda come siano le menti semplici ad avere abitualmente molto coraggio nel pronunciare le proprie opinioni; oppure i cinismi di Duroy che mostrano la faccia maliziosa della civiltà (a vincere sarebbe non il più forte ma il più affascinante, perché è a lui che vengono forniti i mezzi per servirsi della forza); e ancora i pensieri di Lily su come gli uomini vogliano apparire sempre più grandi di quello che sono; e infine l’esilarante e pur triste realtà: «Di questi tempi avere qualcosa in testa è già più di quanto chiunque potrebbe sperare».
Ma non siamo ancora arrivati a riflettere sul tanto misterioso titolo di questo complesso romanzo. Mosche e Draghi. Il riferimento lo porta quel personaggio-miccia che è Tingle, che propone all’amico Lloyd di costituire un gruppo, anche solo una coppia, di Draghi, contrapposti a quelli che chiama “Mammiferi”, che vivono «in una propria convenzione di superficialità e poco interesse», che con la loro invasività e proliferazione mettono in pericolo di estinzione i draghi. Trae il nome dal Drago di Komodo, grossa specie di lucertola il cui habitat (le isole indonesiane e l’Australia, nella realtà ecologica, ma diviene metafora più ampia) si restringe sempre più. Rappresenta «l’altro movimento dell’uomo», di cui Tingle conosce solo se stesso e mister Lloyd, «di una naturale propensione a complicarsi la vita con infinite domande sulle ragioni più profonde della coscienza umana». «L’uomo comune riempie tutti gli spazi della sopravvivenza e l’uomo interessato, quello della passione, è rilegato in un piccolo cantuccio, privato della possibilità di ricavarsi un seguito». Eppure i Draghi lottano contro questa restrizione, lottano per accendere altre coscienze e includere nel loro circolo di “pensatori” altri draghi.
Questa è metafora, oltre che dotta, anche originale. Diviene familiare poi richiamando un’immediata associazione, di cui l’Autore sarà ignaro ma che sposa la sua trovata a quelli che sono gli intenti intellettuali e politici (nel senso più puro di polis) del gruppo CIAI, a cui Bruno si è di recente accostato e che ha accolto con entusiasmo letterario la sua pubblicazione. L’associazione scatta non solo per la lotta contro la superficialità e l’inerzia umane, ma anche per il simbolo che rappresentava un tempo il Gruppo nella di allora composizione (sotto il nome CIAS e prima di assumere ad icona il gufo reale dal capo sormontato dal cappello da giullare): oltre alle altre personalità ormai note, a farne parte vi erano tre donne, che il caso volle fossero tutte draghi nell’oroscopo orientale. Così il simbolo che allora si scelse fu quello di un drago a tre teste, e sorvoliamo sul significato che, nella stessa cultura, il drago assume. Un po’ di follia caratterizza proprio la perseveranza a dispetto della realtà contemporanea.

Passiamo invece alla mosca. E’ proprio questo animale, infatti, a porre una sfida interpretativa. Non è lei a contrapporsi ai nostri protagonisti, ma allora cosa rappresenta? In generale, vediamo il mondo degli insetti come sottostante a tutto il resto, come un sottofondo, un brusio a cui nessuno fa caso e che cerca di rifuggire spaventato da ciò che non comprende. È una terza dimensione, altra rispetto ai draghi e ai mammiferi. Al primo pericolo, si rintana in una fessura. Nella sua fragilità, abbiamo già più su visto la mosca spezzarsi allo schianto. Ma c’è altro. «Una mosca si distaccò da un boccale di ceramica esposto nell’atrio e curiosando dalle parti della cena, disegnò rettangoli in volo seguendo i pensieri che, fuggiti dalle teste di ognuno, la obbligavano a cambiar direzione per non venir travolta». E, svolgendosi il tutto nella contingenza di una cena, vi si associa la degradazione, che sia ossidazione o putrefazione, del cibo. Entrano mosche quando cuciniamo il pesce, ronzano sui cestini e sui cassonetti per strada. Cos’è allora la mosca? E’ il logorio di chi vorrebbe essere un drago, o crede di esserlo, pur fallendo? Sono le ferite dei draghi quando si lasciano sopraffare dai mammiferi?
Nell’ostinarmi a non svelare il finale colpo di scena ideato da Umberto Bruno, nel rilevare l’ironia che impasta tutto (che, come nel fioretto, colpisce ma non ferisce), ravvisandovi persino un neologismo (“scioccatore”!), la verità di Edward Lloyd è nei libri, mentre «lì fuori non sanno vivere», ma quando sai di poter determinare la tua vita, di avere potere su di essa, sai anche come andrà a finire. L’uomo cerca un rifugio, ognuno il proprio e a modo proprio, e vorrebbe non abbandonarlo mai, ma Lloyd si rivolge ai personaggi letterari con queste parole: «La verità è che, perfino fra di voi, io sono il solo che non abbia vissuto realmente. (…) vi chiedo di tornare ognuno nella propria storia. Io stesso comincerò ad occuparmi della mia».
Arriva il momento, sempre, in cui l’Autore, come fa un genitore con il figlio, deve lasciar andare i propri personaggi, e la storia.
«Una mosca scappò dalla porta d’ingresso. Attorcigliò l’acero con le sue giravolte. Seguì il desiderio delle rose e scomparve nell’inforcatura in cui un giorno finisce e l’altro comincia».

 

Omertà di Stato
Da Salvatore Giuliano a Totò Riina
MICHELE PANTALEONE

 

Potremmo andare indietro nella storia all’infinito sulle tracce dell’omertà di stato. La stessa nascita della nostra nazione è all’insegna del complotto e del “mettere a tacere”, come già testimoniano le vicende di Ippolito Nievo e del naufragio dell’Ercole, rievocate dal discendente Stanislao. Da allora è stata reazione a catena.
pantaleoneMichele Pantaleone indaga e documenta al di qua di un margine, che è quello dei protagonisti a lui contemporanei con le premesse storiche immediatamente precedenti.
Per chi poco sapesse sulla storia italiana e si intrattenesse davanti al teleschermo con commenti del tipo “ma dove stiamo andando a finire?”, sappia che l’unica differenza tra ieri e oggi può darsi sia la trasparenza dell’inganno, al punto che non occorre più coprire ciò che si è reso costume. La mafia ormai uccide sempre meno ma si fa sempre più solido il principio secondo cui «I fattori della criminalità sono in massima parte i fattori dell’impunità». Lo scriveva Pantaleone in “Omertà di Stato” nel 1993. Così, avvalendosi di bibliografia specialistica, scagiona i Meridionali e tutti i paesi dove il calore del sole si sposa con gli animi accesi (non reggeva il confronto con gli scozzesi!). Il punto non sarebbe né la criminalità né l’omertà della gente comune, ma i fattori economico-sociali: miseria, analfabetismo, proprietà assenteista, viabilità insufficiente e intransitabile, alcolismo e ordinamento amministrativo garante di impunità. Se tutti gli altri fattori, oggi che chi scrive si trova alle porte del 2016, si possono dire in notevole recessione (“analfabetismo di ritorno” a parte), il fattore “impunità” risulta il medesimo. Dunque, «è lo Stato stesso a essere troppo spesso il contrario di se stesso».
Va bene, la cultura popolare sforna proverbi esemplificativi di una propensione, propensione tuttavia costruita e tramandata sulla base delle evidenze storiche che hanno da sempre mortificato ogni proponimento (e, sebbene risulti ormai banale e reiterato, non escludiamo il contributo della tesi “Sicilia-sottomessa-alle-dominazioni”). Così abbiamo “Nenti sacciu, nenti aiu vistu e nesti aiu dittu, e si chiddu c’aiu dittu è dittu, comu non dittu” o “Cu è orbu, surdu e taci, campa cent’anni ‘mpaci”. Ma è la paura a generare omertà o l’omertà la paura? Michele Pantaleone sostiene la seconda opzione, quella dell’omertà come «forza coesiva dalla quale deriva la paura» e dunque del silenzio come «naturale conseguenza della constatazione dell’inutilità di collaborare con la giustizia, dal momento in cui i denunciati riescono quasi sempre a farla franca».

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Il viaggio di Pantaleone inizia dal leggendario Salvatore Giuliano. Rivolgiamo un invito ai lettori, qui, a mo’ di premessa: quello di stare molto attenti nell’attribuire attendibilità storica alla miriade di libri sul personaggio ma soprattutto ai film che, con una forza espressiva e un impatto emotivo più o meno riusciti, risultano banco di prova per le capacità creative dei registi. Risulta così opportuno, se davvero ciò che interessa è sapere la verità, andare alle fonti storiche, e i libri di Pantaleone sono tra queste (si segnala anche – e soprattutto – “L’esercito della lupara” di Filippo Gaja).
La storia del famoso bandito si incrocia con le faccende controverse in cui lo Stato ha risposto omertosamente. «La strage di Portella delle Ginestre fu il primo “caso di omertà di Stato” nell’immediato dopoguerra». Da allora, «“banchieri di dio”, Fiumicino, Federconsorzi, Petroli, Eni-Petromin, Iri, carceri d’oro, fondi neri, Montedison, falsi danni di guerra, ecc. ecc. (…) piazza Fontana, Sifar, industria delle armi, affare Moro, P2, caso Calvi, e via via fino ad Ustica» (aggiungiamo il buco che va dal 1993, anno di pubblicazione di “Omertà di Stato”, a oggi).
Ma partiamo dall’inizio, e all’inizio c’è un bandito protetto, durante i numerosi rastrellamenti, da pastori e contadini, presso i quali era «simbolo di ribellione contro tutte le ingiustizie sociali». Ma perché lo era, lo si legge chiaramente più avanti (oltre che in Gaja). Di certo in Sicilia non era facile accedere ai beni di prima necessità e Giuliano era come il soldato che lancia caramelle ai bambini.
Era antisocialista e anticomunista, al sevizio della mafia e degli agrari che si opponevano al movimento contadino. Nel ’44 si converte al separatismo che, di fatto, opera in funzione della destra agraria feudale contro i partiti di sinistra e le leghe e cooperative di contadini in lotta per la conquista delle terre incolte. Nel ’45 è addirittura colonello dell’Evis, sotto il conte Giuseppe Tasca (e precisa Pantaleone, per rendere chiara la reale natura dell’organizzazione, come l’Evis fosse disposto persino a fiancheggiare la monarchia sabauda, e rinunciare «all’obiettivo apparentemente primario del separatismo, piuttosto che consentire l’affermazione di una maggioranza repubblicana nella Costituente, fissata per il 1946»). Si arriva poi alla strage di Portella (1947), né incidente né semplice intimidazione, bensì omicidio di massa già nel concepimento del piano. «Con tale efferato crimine, il bandito e le forze politiche di destra cui egli è legato vogliono non solo punire i lavoratori schierati con il Blocco del popolo, ma anche lanciare un messaggio agli elettori dei paesi delle province di Palermo e di Trapani per le elezioni nazionali, annunciate per la primavera successiva». La versione ufficiale del giorno dopo, ad opera di Scelba alla Camera dei Deputati e al Senato, negava alla strage la funzione di “delitto politico”. Ma Giuliano operava, per conto dei mandanti, nel contrastare «i timidi tentativi di intesa» tra la sinistra della Dc, la sinistra politica (socialisti e comunisti) e i gruppi autonomisti.
Giuliano fu utile. Quando smise di esserlo, si procedette alla sua eliminazione fisica. Questa si ricollega direttamente alla famosa strage e alle prove tangibili del complotto con le forze politiche: il “memoriale-diario” in cui il bandito aveva annotato «nomi e cognomi di boss mafiosi e dei politici con i quali si era incontrato, i luoghi e le date, i “consigli” ed i “suggerimenti” sui delitti “commissionatigli”». L’esistenza del memoriale trapelò con la giornalista Maria Cilyakus e con il capitano americano Michael Stern, a cui il bandito aveva persino consegnato una lettera indirizzata a Truman, nella quale, per di più, si accennava ai segreti militari e politici degli anni ’43-’45 (“Sicilia 49° stella della bandiera americana” eccetera). Lo stesso Stern aveva fotografato alcune pagine del memoriale (una sorta di assicurazione sulla vita). Accortezze. Sventate dai memoriali che mandò in seguito alla Corte d’Assise di Viterbo, in corso di processo, in cui si addossava la responsabilità della strage di Portella, escludendo di aver agito per mandato o per interessi altrui, a dispetto di quanto invece dichiaravano alcuni imputati. Troppa ambiguità, troppi rischi, Giuliano non serviva più, così la diretta conseguenza fu la sua eliminazione.

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Quello sopra fu uno dei casi che percorrevano parallelamente la politica italiana e internazionale. Internazionale perché proprio negli anni pre- durante e post-Giuliano in Sicilia non accade nulla che non sia frutto di intese a più ampio raggio. Mafia e politica andavano a braccetto già ai tempi della salita al potere di Mussolini. Nel primo dopoguerra, in Sicilia il fascismo fu accolto «a braccia aperte», scrive Pantaleone, dal ceto padronale che «ne apprezzò il carattere di dittatura impegnata nella lotta contro i movimenti popolari nel Nord, contro i contadini in Emilia, Romagna e Toscana e contro le leghe contadine in Sicilia, organizzate dai pochi gruppi antifascisti unitari, fra i quali anche i cattolici, guidati dal sacerdote Luigi Sturzo». E ancora: «Don Calò Vizzini» – e sappiamo tutti chi sia – «vendette un suo terreno “per avere l’onore di partecipare alle spese della marcia su Roma”». Il governo aveva assicurato dalla mafia un enorme bacino di elettorato mentre a sua volta assicurava cariche politiche redditizie e indisturbate. È contro questo connubio che cozza in quegli anni Cesare Mori, il “prefetto di ferro”, liquidato con una strumentale promozione a seguito delle sue indagine, invasive al punto da arrivare ai “piani alti” a disturbare precari equilibri costruiti tra regime e «“camerati” più o meno in odore di mafia».
Con il consolidamento del regime fascista, in seguito, i mafiosi che avevano snobbato il fascismo furono isolati e arrestati. Il fascismo smise di vedere la mafia come utile strumento e intermediario e si relazionò direttamente con i latifondisti, aiutandoli a liberarsi di cosa-nostra. A difendere il feudo adesso c’erano le corporazioni della dittatura.
Con la fine della guerra e la diffusione del banditismo e dei moti contadini incoraggiate dalle azioni partigiane, la mafia recuperò il suo ruolo di protettrice del feudo. È proprio qui che le vicende diventano sempre più scabrose, chiamando in causa gli angloamericani.
Furono essi promotori e usufruttari del connubio mafia-politica, partecipandovi attivamente a partire dall’organizzazione dello sbarco e, in seguito, con le cariche politiche assegnate non a caso: il noto trafficante di stupefacenti Max Mugnani fu nominato depositario dei prodotti farmaceutici in dotazione alle truppe americane, Giuseppe Genco Russo fu soprintendente agli Affari civili di Mussomeli e Calò Vizzini divenne il sindaco di Villalba. I nomi e le nomine potrebbero continuare, ma parla da solo l’art. 16 del Trattato di Pace con l’Italia, che copriva le spalle agli affiliati di Cosa Nostra che avevano collaborato con gli Alleati in tempo di guerra. E continueranno a farlo.

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Era il 1949, il giudice Scaglione veniva nominato sostituto Procuratore della Repubblica di Palermo e, nel ’62, procuratore capo. Era l’uomo di fiducia di Bernardo Mattarella che fu, dal ‘62, sotto il governo Fanfani, ministro dei Trasporti, dell’Agricoltura e Foreste e, in seguito, ministro del Commercio con l’Estero. Allora già aveva contro gli stessi fanfaniani (tra cui Giovanni Gioia e Salvo Lima). Questo sintetico e semplicizzato panorama è già indicativo della natura del ruolo che ricopriva Scaglione in quegli anni con il suo “cassetto delle camurrie”, in cui metteva a tacere tutte le denunce contro i democristiani. I tempi mutarono, la corrente dei fanfaniani si ruppe, Scaglione prese a simpatizzare per Gioia, contro cui remavano Lima e lo stesso Mattarella. Questo fu il terreno di coltura di ciò che scoppiò nel ’66 con “l’operazione Scaglione”, il solo ad avere le “carte” per incriminare esponenti come Bazan, La Barbera e altri, collegati allo scandalo della Banca di Sicilia. Ciò che aveva silenziato, adesso portava alla luce strumentalizzandolo. Nell’operazione giudiziaria che ne seguì «rimasero coinvolti i vertici del potere politico, finanziario ed economico della Sicilia occidentale». Furono condannati Bazan e altri due imputati, non siciliani e non democristiani. «Tutti gli altri imputati, cioè i politici, erano “assolti dai reati loro ascritti in rubrica perché i fatti non costituiscono reato” (…) “nella loro politica non c’era ombra di interesse privato o di dolo”».
Pantaleone riporta questo episodio a titolo esemplificativo. Le vicende che coinvolgono il giudice Scaglione restano tutt’oggi ambigue. Si parla di lui come il primo giudice ucciso dalla mafia, vi si rende omaggio, personaggi oggi affermati politicamente si sono pronunciati al riguardo, ma chi è stato Pietro Scaglione? Condusse indagini e seguì processi d’impatto nazionale, ma l’Autore sostiene che non fu ucciso, nel 1971, per quello che faceva o diceva, ma per quello che avrebbe potuto dire, non in virtù della sua carica ma perché «depositario» di alcuni segreti della mafia proprio in procinto della sua partenza dalla Sicilia.
In questo, il destino del Procuratore è stato accomunato a quello del commissario Cataldo Tandoj, capo della Squadra mobile di Agrigento, trasferito a Roma alla polizia scientifica e ucciso nel 1960. A seguire il caso fu il sostituto procuratore generale Fici, esonerato poi inspiegabilmente dall’incarico nel ’63, sul punto di svelare l’arcano. Come Scaglione, anche Tandoj aveva minacciato di rendere pubblico qualcosa: «“Se accendo un cerino faccio saltare mezza magistratura”». «Tandoj aveva servito e favorito uomini politici, capifamiglia e confidenti», «Aveva raccolto tanto materiale da mettere in crisi partiti e governi nazionali e regionali».

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A ulteriore sostegno della tesi, Pantaleone racconta dei voti “di scambio” che caratterizzano un vero e proprio commercio politico, e dei volti dello stesso Psi, che nel ruolo di opposizione politica si era fatto sostenitore delle inchieste dell’Autore stesso e successivamente, nel ’60 e nel ’30, con la conversione verso il consociativismo per partecipare al governo, era arrivato a screditarlo, facendolo persino definire “mafioso” dalla Commissione Antimafia. A spiegazione di ciò interviene la curiosa combinazione che vuole che, mentre gli imputati palesemente compromessi con la mafia vengono processati e, se poco utili, condannati, chi ha a lungo favorito sottobanco Cosa Nostra ottiene promozioni all’Antimafia stessa, per dimostrare di essere pulito.
I casi riportati sin ora sono la punta dell’iceberg, «solamente quelli sui quali non sono stati raggiunti accordi, ovvero quelli nei quali il personaggio sotto accusa non era più difendibile o era diventato un “cane sciolto” incontrollabile».
Ci colleghiamo così a Totò Riina. Infatti, non si può dire che il boss sia finito dentro, ma piuttosto non gli sia stato permesso più di restare fuori. «Per gli efferati delitti attribuitigli, Riina era diventato oggetto di particolare attenzione da parte dello Stato dell’opinione pubblica, e, quindi, non assicurava più tranquillità alla mafia siciliana e a quella continentale ed estera». Il R.o.s. aveva captato «centinaia di intercettazioni telefoniche e filmato con microtelecamere circa 300 persone insospettabili che a Palermo si incontravano con alcuni emissari di Salvatore Riina». Un alto ufficiale dei carabinieri, intervistato da un giornalista che chiedeva chi fossero queste “persone insospettabili”, rispose che si trattava di “personaggi importantissimi” ma non ne volle fare i nomi. Tra testimonianze e consultazioni, Pantaleone racconta anche delle “vie del Signore” che permettono a Riina di cavarsela in ogni situazione e che passano anche dall’Ucciardone, descritto come un albergo dal quale entravano e uscivano indisturbati boss detenuti e latitanti, come Gaetano Badalamenti nell’occasione di una riunione di capi mafia tenutasi proprio nel carcere.
Questo episodio, rivelato dal pentito Gaspare Mutolo, chiama in causa il fenomeno del pentitismo, che fu piaga per la mafia della seconda metà del secolo scorso, ma fu sventato da quell’atteggiamento solidaristico diffuso che passa sotto il nome di omertà. Ricordando come essa sia la fonte della paura, e non viceversa, basta screditare per spingere a ritrattare. Questo fu possibile probabilmente, scrive Pantaleone, per la mancanza di assunzione di responsabilità da parte dei pentiti, che non si pronunciavano in veste di protagonisti o testimoni ma di referenti, che avevano appreso informazioni da terzi (defunti o “uomini d’onore” più ligi al silenzio).
Assunzione di responsabilità, dunque, ma per rinsaldare la confutazione alla tesi della maggior criminalità dove il sole è più caldo, il far leva su quelle che sono le risorse della cultura, fondamento dell’identità di un popolo e del suo livello di criminalità. E la cultura è rintracciabile anche negli stessi proverbi, in Sicilia contraddittori, che vedono accanto alla legge delle tre scimmiette anche il detto “Ora lu sacciu, ora lu dicu”.
Se ad essere ucciso è chi potrebbe parlare, l’immediata denuncia rende vano l’omicidio, che giungerebbe troppo tardi.

 

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