A proposito di “Sette storie per 7 giorni”

 

Intro

caliNon si tratta della prima opera edita per l’Autrice, ma certamente “Sette storie per 7 giorni” (Prova d’Autore, Catania 2015) rappresenta una sfida, e non solo a giudicare dalla mole quantitativa del volume, tuttavia scorrevole. Sebbene oggi viviamo in un epoca in cui il grande pubblico richiede libri che non oltrepassino nel 100 pagine (librai testimoni), non può mancare nel proprio bagaglio letterario il portentoso romanzo di Gabriella Calì.

Si tratta di un inno alla vita, rinnovato nel passare da una voce all’altra, da un vissuto all’altro. I personaggi che si intreccino nella trama non sono solo vite nel senso di esistenze (sopravvivenze). Si passa ad un piano semantico ed interpretativo diverso nel momento in cui ci si accorge che è il senso stesso di essa (la vita) ciò su cui ci si trova a riflettere attraverso i 7 scrittori emergenti e il travagliato Andrew De Falco.

Il rimando della struttura narrativa, fatta di racconti concatenati, va a primo acchito a Boccaccio con il suo Decamerone, sebbene i suoi personaggi ricorrano al racconto di storie per “ammazzare il tempo”. Ma potrebbe venire in mente Le mille e una notte! Sì, certo, i racconti che si susseguono da una notte all’altra, fantasmi anche qui ma nella veste di geni malvagi e non, ma…? Vi sono ben 7 Sherazade e l’Harun al-Rashid di turno non ha sete di vendetta né intenzioni omicide ma solo bisogno, cieco e solo, di ricongiungersi con la parte più umana di sé ritornando egli stesso umano. Il filo conduttore di entrambe le opere è la vita stessa. Se nelle Mille ad ogni storia viene barattata una vita umana, nelle Sette si rinnova un legame e, se il salvataggio nella prima opera è esplicito e trasparente, acquista, nella seconda, veste metaforica in quanto i rapporti interpersonali sono la salvezza e la Vita. Sherazade si salva perché grazie alle sue storie mostra al sultano quanto la vita sia inviolabile e quanto ancora di bello ci sia a cui attaccarsi. Proprio per questo, direi, la figlia del visir non salva solo se stessa ma anche lo stesso ai-Rashid, quest’ultimo dalla morte dell’anima. Andrew De Falco, allo stesso modo, scopre che può ancora, nonostante tutto, essere felice, una felicità il cui segreto si dispiega davanti a lui con il procedere delle pagine e dei giorni.

“Giacomino racconta”

Una storia di fantasmi un po’ anomala

Entrando nelle vicende di De Falco e i sette autori, vi è un racconto in particolare, l’ultimo, che è esemplificativo di quanto si cela inconsciamente nella scelta da parte del ricco cieco della tematiche che doveva far da sfondo al concorso letterario bandito nella sua villa, ovvero “storie di fantasmi”. Ed effettivamente di fantasmi si tratta, ma molto particolari.

È un omaggio dell’autrice, come scrive lei stessa, al nonno, da sempre visto come un cantastorie dalle cui labbra pendere. Questo d’altronde rappresenta per tutti il personaggio di Giacomino, vecchietto residente in una Casa di Cura per anziani che vive dei contatti con la gente, di rapporti umani veri non filtrati dal televisore o dai social network, non regolati da rigide barriere inter-età che strutturano l’universo relazionale in categorie tra loro inconciliabili. Si parla di superare l’organizzazione gerarchica delle stesse famiglie, ma ci troviamo dinnanzi ad una società dove, sebbene disposte orizzontalmente, le generazioni non comunicano. Questo è ciò di cui si lamentano quelle passate, che risulteranno malinconiche, indisponenti per chi si sente chiamato in causa, incomprensibili e persino intollerabili lì dove non c’è condivisione di idee, ma l’origine di tale incommensurabilità deriva dal deterioramento progressivo della capacità di comunicare. Comunicare anche attraverso le storie, sprazzi di vita ma non solo, portatrici di significati attraverso i quali si dipinge una realtà come noi giovani non la possiamo più vedere, ma a cui possiamo a nostra volta apportare i nostri significati, insegnando agli avi ad aggiornare il mondo in un processo circolare e armonioso. Bisogna partire dal presupposto che i mondi che si intercalano non si escludono a vicenda, che le interpretazioni più disparate non hanno valenza “a somma costante” (“1ì dove la mia è più valida perde di considerazione la tua”), bisogna acquisire la capacità di un “pensiero duale” in cui i mondi coesistono.

Gli odierni “vecchietti’ non chiedono altro, Giacomino non chiede altro, far rivivere la sua vita attraverso le sue storie e leggere sui visi concentrati degli ascoltatori: “tu sei vivo e non sei solo” e “non hai vissuto invano, i tuoi trionfi e i tuoi errori lasciano qualcosa in noi che impareremo dalla tua esperienza, contestualizzandola”.

In questo VII racconto, è possibile leggere attraverso la storia la Storia, attraverso il dialetto siciliano che è espressione linguistica più sincera di quella che è la nostra cultura regionale, veicolante ciò che l’italiano nazionale spesso non riesce. Ma doveva essere imparato. Se per noi è un sottinteso, non lo era per i nostri nonni che avvertivano la barriera linguistica e dunque culturale, e non si trattava né di stupidità né di “sceccaggine”. “Ora divintamu tutti italiani, tutti cc’a lingua di fora”. A lingua di fora. Ma l’obbligo scolastico era opportunità per alcuni, vincolo inutile per altri che comunque intraprendono il mestiere dei genitori. Oggi la situazione non è cambiata, con la differenza che chi vede l’obbligo scolastico un vincolo non va a lavorare, né i genitori premono affinché ciò avvenga, ma si viene a creare una sorta di limbo sociale.

Tornando alla lingua, non si può non sentirsi ancor più compenetrati in un personaggio, in un evento, in una cultura, quando si legge che Pippino era chiamato Scorcia di Porcu perché “aveva una parte della faccia coperta di peli. Dicevano che quando sua madre I’aspettava, c’era venuto un desiderio di mangiare scorcia di porcu, ma siccome era d’estate, e in estate porci non se n’ammazzavano, quella si passò la mano in faccia e o picciriddu ci restò u disio”. Come conferire alla lingua italiana lo stesso impatto di espressioni gergali simili? “N’avemu nenti, sulu l’occhi ppi chiangiri”, “Ora ietta sangue e vatinni a travagghiari”, “U problema è ca mi volunu fari i scarpi”, “un uovo frescu. Chissu ti fa sangue”, “ci faceva satare i vermi” e così via.

E tornando all’obbligo scolastico, altri rimandi sociologici e storici, lì dove la cosa importante era raggiungere posizioni professionali di successo con il mito del “posto fisso” per ciliegina. Cosi Giacomino racconta che da ragazzo aveva una bella voce che “opportunamente coltivata sarebbe potuta diventare, forse, quella di un tenore famoso”. Suo padre sognava l’avvocatura o la medicina, cosi come la maggior parte dei nostri nonni.

E mi riallaccio alla voce di Giacomino per evidenziare un altro nucleo semantico che allontana tra loro le generazioni. E la musica non può che essere tra questi. Abituato a tutt’altro, I’anziano signore commenta, appena sente alla radio musica rap, “e chi minchia di musica è? Ah, si questa è musica, io sono Garibaldo! A musica era ai miei tempi!”.

L’edilizia! Non vi verrà difficile far affiorare subito alla mente la Catania barocca e accostarla ai cubi in cemento armato che tempestato le strade con il loro squallore. Persino Giacomino che di scuola “non ne mangiava”, nel passeggiare sperando di ammirare bellezze, constata: “Di questi lavori non si ni fannu cchiù. Non è ca una volta erano cchiù sperti, è ca ora non si volunu applicari e fannu tanti travagghi a testa di cazzu. Io non sono istruito, scole non ce ne ho, ma si na cosa è fatta bbona, u capisciu”.

Questo personaggio riporta Andrew De Falco e il lettore stesso a focalizzarsi sull’essenziale. Giacomino dice: “ora che ho un piede nella fossa e quanto prima tutti e due, mi è venuto lo spinno di andare a vardare tutti li billizzi ca avemu. In tanti anni di vita, bestia di mia, ora che sono mezzo orbo, mi accorgo di tutto quello che mi ho perduto”. Ma “Giacomino difficilmente si arrabbia”. Li “billizzi” di cui parla non sono solo gli edifici della città che ammira durante le sue passeggiate. C’è dell’altro che emerge dal confronto che il personaggio fa tra ricchezza e povertà, tra la sua condizione di apprendista contadino e l’agiatezza della marchesa che pure era tanto triste a causa della solitudine e della mancanza di tenerezza da parte del marito. La barriera degli status qui viene valicata e i due si trovano ad essere accomunati dalla stessa sofferenza, data dalla privazione di “coccole, gesti affettuosi e parole gentili”. “Giacomino non si lamenta, eppure, in fondo al suo cuore, qualcosa gli dice che i bambini hanno bisogno e diritto di ricevere anche solo un gesto che riempia l’anima”. Cosi i due si scambiano un dono, lei dà una carezza mentre lui “la certezza che non dimenticherà mai il suo gesto”. Uno scambio. Così come coloro che si scambiano storie per scambiarsi vite per creare un mondo più sfaccettato.

E i fantasmi allora? Non compaiono nemmeno una volta? Ma qui si tratta di un tipo molto particolare di fantasmi, più veri e palpabili di tutti gli altri. Si tratta dei ricordi. “Non si vedono con gli occhi” dice un personaggio, ma si sentono col cuore”. E “fantasmi” sono definiti pure da Selma Freiberg. Partendo dal presupposto che “la storia non è il destino”, la psicanalista infantile nota come il passato si ripresenti anche a distanza di anni, anche al cambio generazionale, sotto forma di fantasmi che infestano le culle, di neo-nati che rivivranno i ricordi dei predecessori ma soprattutto i non-ricordi, ciò che non è stato superato. Spesso accade che, per riuscire a fronteggiare un dolore e mantenerci integri, scindiamo la causa di esso dal suo connotato affettivo. Può anche sembrar apparentemente una soluzione, crediamo che non ci faccia più male, ma il connotato ritorna, infestando altre esperienze e noi non capiamo perché. È il ricongiungerci con noi stessi e con il nostro dolore, il sapere che possiamo provarlo senza esserne distrutti e soprattutto senza la paura di essere abbandonati nonostante i nostri errori, è questo che ci permette di comprenderlo e di superarlo, è questo un diritto che non tutti sanno di avere. Sono i ricordi repressi i fantasmi che ritornano portando la storia a ripetersi secondo una logica circolare. Qual è il segreto per acchiapparli, I’arma del ghostbuster? La comunicazione, i rapporti umani, i legami. E quale miglior modo per fortificarli se non il racconto!? Andrew De Falco ha avuto al momento giusto l’idea giusta per resuscitare dalla non-vita.

E infine la Voce, così come i 7 concorrenti autori dei racconti chiamano lo stesso Andrew, che non ha rivelato la sua identità ma che non è poi così importante. La Voce può essere qualsiasi voce così come l’espressione di un’anima a nudo.

Il racconto che ho scelto di approfondire chiude il cerchio, candidando l’intero romanzo ad un collocamento nella Storia della Letteratura. A ciò si aggiunge la storia dietro la storia. Un’altra!? È quella che muove i fili, è quella autobiografica di una Calì che molto di sé ha dato a De Falco. L’Autrice, persa la vista al seguito di una malattia, rappresenta un modello per tutti coloro che perdono la capacità di gioire del mondo che li circonda e la voglia di vivere, per coloro che dinnanzi alle difficoltà e alle irrimediabilità si arrendono e sfoderano vittimismi o autocommiserazioni. Esistono software di sintesi vocale che permettono di scrivere un romanzo come esiste una soluzione a tutto, basta avere il coraggio per rimboccarsi le maniche. Basta organizzare un concorso di scrittura creativa.

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