Sugheri e boe

Esordio letterario di Emanuele Fiore

Una relativamente recente inchiesta censisce in Sicilia ben 1415 poeti. Su queste pagine ne parlò qualche anno fa Manubrio Zeta. Un vero boom che naturalmente fa immaginare un corrispondente processo di sensibilizzazione verso la poesia, l’importanza che può ricoprire nella vita di tutti i giorni per l’uomo comune, oltre che per il genio creativo. Peccato che ogni aspettativa si destini a essere disattesa, oltre che sul fronte-sensibilizzazione, anche (e soprattutto) sul fronte-matematica. Anche il più ingenuo sprovveduto sorride e comprende che narcisismo e attrattiva commerciale poco dicono sulla licenza poetica.

Per restare in ambito regionale – e senza dunque sfociare nelle esperienze nazionali di studiosi di chiara fama che si sono occupati di un più competente e notevolmente ristretto censimento, corredato da iniziative editoriali (è il caso di critici come Mauro Ferrari, Vincenzo Guarracino, Emanuele Spano, senza dimenticare, le pregresse esperienze firmate da Mengaldo, Tesio, Spagnoletti, Brevini per Einaudi, Mondadori e Garzanti ) – potremmo citare analoghe operatività al di qua dei confini siciliani. Ce ne asteniamo, ma non possiamo esimerci dal dire che, quando arriverà il momento di una nuova iniziativa, è indubbio che quelli come Emanuele Fiore – che poeti sono davvero – saranno interpellati e coinvolti in prima linea.

Il nostro Ludi Rector ha nello scorso editoriale lanciato una provocazione sulla poesia in tempi di bassure di civiltà, e il poeta a cui voglio dedicare questo spazio si inserisce a pieno nel panorama contemporaneo con una voce solida. Esordiente, a dispetto della cifra che potrebbe denunciare una maturità letteraria da veterano, Emanuele Fiore, con il suo “Dammi carta e pensa”, è stata una scoperta, un astro che brilla di luce propria.

La sua poesia è complessa e può essere letta da più prospettive. Sicuramente andrebbe letteralmente letta più volte, ora soffermandosi sui messaggi sociali e sentimentali, ora sullo stile.

Ma innanzitutto possiamo con cognizione di causa affermare che Emanuele Fiore è una delle voci poetiche contemporanee più originali e brillanti. Non scrive per dire qualcosa semplicemente, ma anche per il dire in sé: si intrattiene a tu per tu con il linguaggio stesso, che è materia prima della scrittura letteraria e troppo spesso viene trascurato nella sua veste e nella straordinaria potenzialità nel momento stesso in cui si configura come artefatto convenzionale e soggetto a regole arbitrarie (questa è almeno la definizione da noi sposata); e al contempo scende nella profondità di temi attuali, cari specialmente alle generazioni degli odierni venti-trentenni, con un disagio giovanile che è in realtà il disagio di una società intera. Fiore compie questa operazione senza piangersi addosso, ma trovando una chiave ironica e auto-ironica che gli permette sempre – quantomeno tra le righe – di trovare equilibrio nella precarietà. Usa l’autoironia per trasformare defiance, ristrettezze, impotenze, fallimenti, stalli… in bandiera identitaria e punti di forza, stadi, gradini da cui guardare il restante percorso mentre ci si rimbocca le maniche pur senza vedere la fine della strada. L’imperfezione diviene quasi motivo di orgoglio perché è questo ciò che oggi più che mai siamo, indipendentemente da dove risieda la responsabilità. La scrittura si fa quindi analisi dell’epoca presente, come una fotografia antropologica, che coglie l’istante della smorfia. Smorfia a cui si aggiungono coriandoli con Photo Shop.

Il risultato è un agrodolce, un tragicomico, con uno sperimentalismo linguistico per linfa vitale.

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È possibile individuare tre macro-temi in “Dammi carta e pensa”: le relazioni d’amore, il disagio sociale, il rapporto con la terra natia.

Quello dell’amore è un argomento complesso che, se vuol essere trattato davvero, andrebbe messo al riparo da cliché e banalità inflazionate. Oggi, in epoca di disillusioni e scetticismi, (dove i sospiranti “oh” che taluni orgogliosamente scrivono appaiono ridicoli), non c’è altro modo che toccarlo trasversalmente, nel suo mescolarsi ad altri temi o in tutto ciò che di esso non si dice. Fiore lo affronta con una prospettiva nuova, in ciò che potrebbe essere e non è o viceversa, in ciò che è ma non trova il tempo o l’occasione – o il coraggio – di tradursi. Anche l’amore è precarietà, equilibrio, energia potenziale che trattiene il respiro in momenti come squarci, che nella loro semplicità racchiudono tutto il senso della relazione, ma al contempo finiscono per essere paretesi di nuclei inespressi. Che si dia qui voce in poesia a quel concetto di “amore liquido” teorizzato da Bauman? E viene in mente un riferimento meno dotto e scientifico, che appartiene più alla cultura di massa, ma sempre più spesso ci accade di accorgerci del rapporto di fratellanza tra poesia e canzone. Lo Stato Sociale canta “Amarsi male”.

Il secondo tema è bene illustrato, per fare un esempio, da due tra le più belle poesie della silloge: “Angeli e The money” e “Amore in tempo di crisi”. Come quando si legge:

«Sono stanco/ di tenere tra le mani/ soltanto i volantini delle offerte».

E si collega direttamente al rapporto tra Sicilia e Siciliani, un rapporto che è sempre stato conflittuale e che oggi assume il volto proprio delle nuove crisi. La Sicilia è sempre stata terra di contraddizioni, di bastone e carota, terra che illude e disillude. Oggi, pare non si prodighi più di tanto per illudere – sembra dirci Fiore – e ci vogliono parecchi salvagenti per restare a galla.

Il salvagente più utilizzato tra le pagine di “Dammi carta e pensa” è l’ironia.

«Fermo alla stazione abbandonata/ (…) dove il treno passava/ puntualmente in ritardo/ (…) Ti portavo spesso qui/ perché soltanto tu/ sapevi farmi uscire dai binari»;

«esequie eseguite/ con la precisione chirurgica/ tipica dei convenevoli»;

«il Nobel per la pace dei sensi».

E poi integralmente le poesie “Ridere di me”, “Festa patronale”, “@E-mail’avrai@”:

«salvata nella memoria interna del cuore/ a consumare Giga byttiti».

Giochi di parole che creano cortocircuiti e che aprono anche a un altro tema della poesia di Emanuele Fiore: lo stile.

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Lo stile è tutto nell’uso della lingua. Qui appare, come si è anticipato sopra, come essa sia un insieme di significanti da usare liberamente come scatole da riempire ora con uno ora con l’altro significato. Ora con cortocircuiti semantici basati su equivoci. Uno dei trucchi a cui Fiore ricorre più spesso, infatti, (e un trucco in cui non si sa fino a che punto ci sia malizia, quale confine con l’istintualità dell’ideazione), è la sostituzione di una semplice vocale o l’inversione di sillabe, a stravolgere il significato di tutto. Oppure accostamenti di significanti scelti sulla base di una contiguità fonetica. Oppure ancora il gioco sulla doppia valenza semantica di una stessa parola. Il risultato è sicuramente un’allitterazione, sul piano della retorica del suono, ma a cui si aggiunge un divertimento. Qualche esempio:

«nessun’osa/ (…) nessuno sa»;

«La saliva saliva/ (…) o un affetto affetto/ da sindrome di sopravvivenza»;

«vesti vestiti visti alle star/ (…) internauti internati»;

«ci mostri i mostri che siamo»;

«E come aquile a cui le ali/ si spiegano ma non si “spiegano” il perché».

Ci sono poi le rime interne e le assonanza a conferire al testo ulteriore armonia. A testimonianza di quella che dovrebbe essere una regola aurea in poesia (la seconda dopo la regola di nessuna-regola): la rima con l’infinito dei verbi non è una rima! Non è nemmeno barare, spacca la forma nella sua evidente inconsistenza. Se proprio si deve, che si giochi creativamente.

E dalla creatività si passa alla genialità attraverso un’altra tattica stilistica sul fronte fono-semantico. Proverbi e detti vengono distorti, piegati e intersecati a significati altri. Esempi:

«dove vissero tutti felici e in contanti»;

«di profilo e per segno»;

«l’analfabetismo del non ritorno»:

«Dentro me/ tutto sembra andare/ a gonfie vene/ (…) i nervi a cuor di pelle/ (…) I poster dell’ardua sentenza/ avevano coperto le pareti/ che non si vedeva più neanche un’illusione» (qui non abbiamo resistito a riportare tutta la strofa.

Ci fermiamo per non rovinare al lettore la personale ricerca di tutti i cortocircuiti, sino a quello, brillante, conclusivo.

Per riprendere la fratellanza poesia-canzone di cui si è già detto, dal punto di vista stilistico, anche per queste ragioni Emanuele Fiore potrebbe essere accostato – con naturalmente le dovute distinzioni – a certa musica hip-hop contemporanea, che trova in questi giochi pane quotidiano e impalcatura. Viene in mente “Compro horror” (dal penultimo album di Caparezza, di cui in realtà, per esemplificare, potremmo prendere qualsiasi canzone anche pregressa a “Museica”). A unire le due forme espressive è il linguaggio ma forse, ancor più in sottofondo, lo stesso sangue che è il subliminale. Sempre per restare su Caparezza, «I veri padri del rap sono Freud e Jung» (“Forever Jung”, da “Prisoner 709”).

Ma la dichiarazione programmatica del proprio manifesto poetico la fornisce lo stesso Emanuele Fiore:

«Appendi un muro al chiodo/ trova l’angolo dietro la sorpresa/ che la vita ha reinventato noi/ e le parole non servono/ a dare un senso alla realtà/ e rimaniamo con la terra nei piedi/ e una stanza nel cielo/ (…) Perché prima di te/ avevo lo stomaco nelle farfalle/ e fianchi nelle spine».

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Poiché quando parliamo di poesia non possiamo fare a meno di visualizzare, di prestare attenzione alle immagini che le parole riescono a materializzare davanti a noi, concludiamo questa analisi con una carrellata di figure suggestive, che non sono frasi a effetto ma trovate che concorrono a conferire alle parole quella sfumatura di senso e quello stato d’animo che ordinariamente sfuggirebbe al discorso:

«mentre cade un bicchiere di vetro sul mondo/ quando versiamo da bere alla notte/ quando vanno in frantumi le stelle»;

«Intanto la luna/ affoga nell’alcol/ il cielo piange piombo/ ma sembra di plastica/ la terra trema/ come un terremoto/ e il mare è un mantello/ di porpora e ossa// chi ha scavato la fossa/ alla libertà?»;

«Il tuo cappellino blu/ che si mescola alla notte/ insieme alla risacca/ delle tue ciglia»;

«tutto si incontra prima o poi/ come le lacrime/ tra i tuoi sorrisi»;

«Giorni stesi ad asciugare al sole/ e panchine sedute in riva al mare/ un’altra estate vola con il primo vento».

E concludiamo con un’ultima-ultimissima citazione che vuole però trasformarsi in frase augurale per questo esordio letterario e che è tratta dallo stesso componimento che ha dato il titolo al libro: «dammi carta e pensa/ che il meglio è ancora tutto da scrivere».

Giulia Sottile