Quattro domande a Piero Coppo

Come già detto in altra sede (vedi “Cinque domande a Margherita Spagnuolo Lobb“, in questo stesso numero di Lunarionuovo), abbiamo avuto l’opportunità, nei giorni 5 e 6 giugno, in occasione del seminario “Flussi migratori tra clinica e società: metamorfosi culturale, conflitto e bisogno di radicamento“, organizzato a Siracusa dall’Istituto di Gestalt H.C.C. Italy, di incontrare il padre dell’etnopsichiatria italiana, il dott. Piero Coppo. A seguito dell’interessante confronto specialistico avvenuto nella cornice dell’evento, restava il nostro bisogno di confronto ulteriore proprio con chi certe realtà le vive e fa dell’arte di comprenderne le dinamiche professione. E’ opportuno, quale prerequisito alla lettura, un atteggiamento di sospensione del giudizio di realtà. E un’aggiunta di umiltà.  (G.S.)

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Piero-Coppo

  • D. 1 – Al cospetto del perdurante atteggiamento etnocentrico del nostro mondo ancora detto “occidentale”, non siamo i soli detentori del sapere (c’è da chiedersi, poi, di quale sapere). Emancipandoci da una concezione universalistica della nosografia e considerando la criticità come sintomo della stessa società (di cui noi siamo parte attiva), cosa Lei legge al di là di quanto veicolato dai mass media relativamente al fenomeno della migrazione, e particolarmente nell’attuale configurazione?
  • R. 1 – Credo che, per cominciare, si debbano poggiare i piedi sull’evidenza che il modello di sviluppo e di civiltà per il quale i nostri genitori hanno lottato e lavorato e nel quale hanno creduto è definitivamente franato. Siamo in un nuovo mondo, dove, pur con diverse versioni e sfumature, la distruzione ha preso il sopravvento sulla costruzione. Questo ribaltamento (o consumo del futuro) è iniziato proprio là da dove era partito il progetto di una civilizzazione per tutta l’umanità: dall’800 e ‘900 europeo, dal cuore dell’Occidente (un esempio: “Al di là del principio di piacere” di S. Freud, 1920). Nelle strategie degli Stati, così come nel vissuto intimo delle persone che evolvono nei contesti iper-moderni, non c’è più un progetto sensato, non c’è più futuro che non sia quello delle proiezioni economiche e finanziarie. I fenomeni migratori attuali vanno letti in questo contesto. Un tempo, i migranti andavano a cercare fortuna là dove c’era cultura, sviluppo, ricchezza, ma sempre avendo dietro le spalle il mondo di partenza e magari con la speranza, o il progetto, di tornare. Ciò che qui oggi chiamiamo migrazione è in realtà l’esodo di popoli che hanno subito la violenza della globalizzazione, nelle sue varie forme di sfruttamento o di guerra. Leggevo che in Cina più di dieci milioni di persone sono state cacciate dai luoghi dove erano nate e cresciute, dalle loro terre ancestrali, per consentire la costruzione di centrali idroelettriche. Quei gruppi di umani, quei collettivi, sono stati trasformati in una folla di individui senza legami, alla ricerca di nuda sopravvivenza. I motivi economici e geopolitici che hanno motivato e motivano le guerre, per esempio nel Medio Oriente, sotto il risibile pretesto di portarvi la “democrazia”, sono oggi chiari a chiunque non voglia chiudere occhi e orecchie. Quelli che arrivano qui non sono migranti: sono sfollati, profughi, fuggitivi. Non lasciano dietro a loro un mondo dove poter tornare, sul quale ancora poter investire. Le guerre da cui scappano le abbiamo anche sostenute e giustificate noi, e ne traiamo quotidianamente nei nostri investimenti in borsa o nei titoli di stato, nei nostri consumi e nella nostra sicurezza, nel nostro stile di vita, guadagni e vantaggi. Allora, se dovessimo fare, dire e pensare la verità, dovremmo accogliere i profughi e garantire loro la possibilità di un’esistenza decente non per spirito umanitario, ma perché siamo tenuti intanto a risarcirli: per debito di guerra. Quanto alla categoria “Occidente”, può avere solo un senso evocativo. L'”Occidente” è ovunque la dinamica del capitale finanziario abbia preso il sopravvento (con annessi e connessi: priorità dei consumi, ibridazione macchinica, connessioni digitali, ecc.)
  • D. 2 – Nell’introdurLa, ad apertura della prima giornata, la dott.ssa Spagnuolo ha accennato alla sua passata rottura con la psichiatria e al suo approdo alla etnopsichiatria. Non ho potuto non notare l’impostazione che Lei, inoltre, ha dato al suo intervento, scevro da esibizionismi e forme promozionali di sé e della sua Scuola (Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Sagara). Allora Le chiedo: sotto quale luce vede oggi l’Università di fatto, che ruolo potrebbe svolgere potenzialmente, al di là dell’apporto formativo, e che rapporto essa ha con l’etnopsichiatria oggi, da un lato, e con la tematica oggetto della nostra attenzione, dall’altro?
  • R. 2 – L’etnopsichiatria alla quale mi riferisco non nasce dal nulla, ma porta a compimento e maturazione un lavoro secolare nel campo delle discipline umane applicare, della medicina e della psichiatria. La “novità”, che però data già dagli inizi del ‘900 con la rivoluzione nella fisica (da quella newtoniana a quella quantica), e poi con la scoperta della necessità della multidisciplinarietà per affrontare fenomeni complessi come quelli umani (si veda, tra i primi modelli, il lavoro del gruppo diretto da E. de Martino in Puglia sul tarantismo), è che il tema della salute umana non può più essere solo di competenza medico-biologica. E’ chiaro che le neuroscienze e la neurochimica stanno portando contributi fondamentali alla conoscenza dei fenomeni psichici umani. Ma quando si tratta poi di lavorare per la salute mentale di singoli e gruppi, nessun discorso e nessuna pratica possono restare chiusi nel campo della medicina e biologia. Le discipline umane applicate e la filosofia, la storia, l’arte possono portare un contributo fondamentale per costruire uno sfondo su cui collocare l’interpretazione, la lettura e la cura del dolore psichico. L’azione terapeutica e di cura deve poi necessariamente far ricorso non solo alle risorse specialistiche (gli “iniziati”) ma anche a quelle laiche, al lavoro comunitario del gruppo destabilizzato dalla sofferenza del singolo. L’Università (che tuttavia attraversa un periodo di profonda crisi, anche strutturale e di prospettiva) dovrebbe promuovere intanto questo allargamento di orizzonte, questa collaborazione tra discipline, e formare i giovani a un modo di pensare nuovo, capace di accogliere la pluralità dei mondi, di leggerli, di capire le dinamiche dei loro conflitti e interazioni. E poi, collaborare con le altre risorse attive sul terreno per realizzare attività di negoziazione, diplomazia tra rappresentanti di mondi, prevenzione, protezione, cura.
  • D. 3 – Lontani – premesso – dal voler fare politica, stando alla complessità del fenomeno, alla confusione della gente, alla parzialità dell’informazione pubblica, stando all’avallamento da tutte le parti di “categorie di riferimento per pensare il mondo risalenti al Settecento-Ottocento” – come Lei stesso ha detto – (che, aggiungerei, promuovono giustificazionismi retti da forme moderne di razzismo, talmente “sottile” da sapersi ben nascondere), stando alla confusione degli stessi specialisti tra i concetti di assimilazione e integrazione (ben diversi), verso quale direzione ritiene che debbano muoversi amministrazione locale, da un lato, e politiche estere, dall’altro?
  • R. 3 – Purtroppo, qualsiasi discorso in questo campo sarebbe ideologico, prigioniero di un divenire condizionato da dinamiche così potenti da impedire la politica in senso proprio, e cioè la riflessione tra umani sui problemi e poi la collaborazione tra cittadini per trovare possibili soluzioni. Siamo prigionieri, immersi in un divenire molto più grande di noi. Poi, nel piccolo, vedo gruppi e individui che si muovono in modo virtuoso, aprendo possibilità o cercando di rimediare lì dove possono alla crudeltà di ciò che accade. Siamo, appunto, in guerra, e in una guerra che nessuna collettività locale ha deciso, che l’Italia non ha deciso (anche se si è subito accodata per trarne possibili vantaggi, come da tradizione). Come in altre situazioni di questo genere, noi non possiamo lavorare sui macro-eventi, ma nel piccolo: prima di tutto tenendo viva l’attenzione critica, e aprendo spazi per possibili altre dinamiche di dialogo, anche di conflitto generativo. Lavorare per il nostro futuro, o, per esempio, con le comunità locali di immigrati, con le loro associazioni, per trovare di volta in volta, a seconda della specificità dei terreni, soluzioni ai problemi più urgenti (comprese le “psico-patologie”).
  • D. 4 – E’ indubbio che oggi l’emozione prevalente sia la paura e la percezione di una minaccia alla stessa identità nazionale. In ciò ha ruolo importante il rapporto con l’alterità, ma che dire dell’alterità che è in noi e del rapporto degli Italiani con la propria identità culturale? Alla luce di un terrore che non trova contenimento ma resta senza nome (programmaticamente, direi), come rendere possibile quello che Lei ha definito Antropopoiesi alla luce delle insicurezze che noi abbiamo alla base?
  • R. 4 – “Identità nazionale”? Quale, e quando mai? Diciamo piuttosto che la minaccia è al nostro benessere e alla nostra sicurezza. La paura è pienamente giustificata; ma la paura dell’immigrato sbaglia bersaglio. Lo straniero è vittima della stessa dinamica di cui siamo vittime noi. La diversità che ci separa dall’altro è la stessa che separa qui gli italiani e le generazioni di italiani. Ciò che sta avvenendo nell’iper- o post-modernità è una trasformazione profonda e rapidissima della struttura stessa delle persone. Non c’è più cultura umana, nel senso di una elaborazione collettiva, discussa e approvata da una comunità particolare, nazionale o locale, di un modello di vita in relazione con particolari ambienti. La dinamica evolutiva è affidata a parole d’ordine che vengono da altrove, dinamiche economiche che non controlliamo, oggetti che, mentre, li usiamo, ci “fanno fare”, ci fanno essere, ci mettono in forme inedite. C’è uno iato tra generazioni che consegna il divenire dei nuovi arrivati a dinamiche che non solo non possiamo controllare, ma neppure sappiamo leggere. Come ogni crisi, però, questa è occasione di rischio ma anche di superamento. Rispetto a questo divenire nascono perplessità, reazioni, risposte. A volte individuali, da parte per esempio di alcuni intellettuali che scrivono libri e formulano analisi e modelli interessanti, o di singoli che reagiscono emotivamente, a volte per noi in modo incomprensibile, anche con atti strani e violenti; a volte collettive. Mi sembra che stia riprendendo, dopo anni di letargo, il desiderio di condividere analisi critiche, possibilità, vie di superamento e di uscita. Questo avviene in Italia (e questa intervista ne è un esempio) ma anche altrove. In fondo, nonostante i suoi effetti perversi, la globalizzazione e la rete consentono una comunicazione tra gruppi e culture lontane che mai è stata possibile con questa intensità e diffusione. E attraverso queste comunicazioni si costruiscono anche opportunità e modelli condivisi. C’è da lavorare, certo; ma in questa prospettiva il lavoro è un piacere, oltre che una necessità. Vedremo.

 

intercultural

 

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