Cinque domande a Margherita Spagnuolo Lobb

Nei giorni 5 e 6 giugno ci siamo recati a Siracusa muniti di carta e penna nell’atto di chi sa che c’è sempre da imparare. In quei giorni è stato organizzato un seminario dall’Istituto di Gestalt H.C.C. Italy, presieduto dalla dott.ssa Margherita Spagnuolo Lobb, organizzatrice dell’evento. A fronte delle molteplici criticità che sta vivendo il mondo e principalmente la nostra nazione, è indispensabile una mobilitazione di chiunque possa dare un contributo positivo volto alla gestione della complessità. Parliamo di un’immigrazione che, come si è detto in quella sede, ha un “pre” in una realtà che noi sconosciamo e che è fatta di rapimenti e atroci torture, di corruzioni governative, profonda devastazione sociale e totale assenza di libertà di scelta. Parliamo di un’immigrazione che ha un “post”, in cui c’è da chiedersi come ci si sente nel continuare a parlare di aspetti di natura psicologica e sociale mentre i nostri stessi pensieri e il nostro lavoro diviene strumento nelle mani di chi ha ben altri fini.

Era necessario un confronto su questo tema, confronto tra professionalità provenienti da tutta Italia e operanti in settori diversi, da quello della gestione dell’emergenza a quello dell’affiancamento lungo un percorso di integrazione. Il titolo del seminario era “Flussi migratori tra clinica e società: metamorfosi culturale, conflitto e bisogno di radicamento“, e in qualità di ospite d’onore nonché relatore è stato chiamato il padre dell’etnopsichiatria italiana, il dott. Piero Coppo. A seguito degli interessanti e stimolanti apporti, fatti anche di testimonianze forti, abbiamo voluto confrontarci con la dott.ssa Spagnuolo, motore dell’Istituto, su alcuni temi, al di là dei confini del seminario stesso la cui impostazione è stata di natura specialistica (con il personale auspicio che lo stesso fruttuoso dialogo possa allargare il proprio orizzonte partecipativo).    (G.S.)

***

Marghy_Spagnuolo-Lobb

  • D. 1 – Dott.ssa Spagnuolo, innanzitutto una domanda inerente alla sua carriera e al suo percorso formativo: quando e come ha scoperto l’approccio gestaltico alla psicoterapia e cosa l’ha portata ad abbracciare questa Scuola?
  • R. 1 – Ho conosciuto questo approccio psicoterapico a Roma, all’Università Pontificia Salesiana, presso cui mi sono laureata e dove ho insegnato un paio d’anni Psicologia della Personalità, prima di trasferirmi in Sicilia, per seguire mio marito. Frequentavo psicologia a Roma, negli anni Settanta. Allora la capitale era in grande fermento, e ospitava i rappresentanti di tutti i nuovi approcci psicoterapici, appena nati negli States. Avevo dunque avuto la possibilità di formarmi in molti modelli: la Terapia Centrata sul Cliente, l’Analisi Transazionale (con il prof. Pio Scilligo), la terapia corporea (con George Downing), la terapia familiare (con Sluzky, Minuchin, Zeig e altri), la terapia cognitivo comportamentale (con Liotti e Guidano), e altre. La psicoterapia della Gestalt mi ha subito affascinato, per il rispetto con cui guarda alla spontaneità umana e alla creatività insita in ognuno di noi. Dopo essermi formata con il prof. Herbert Franta, un tedesco, sono andata in California dai coniugi Polster e poi da Isadore From, a New York. Tornata in Italia, ho iniziato a portare nel nostro Paese il lavoro dei terapeuti della Gestalt più significativi e ho aperto, assieme ad un gruppo di colleghi, la scuola di specializzazione in psicoterapia, poi riconosciuta in termini di legge dal Ministero. Attualmente l’Istituto che dirigo ha tre sedi, a Siracusa, a Palermo e a Milano, intorno a cui gravitano circa 60 tra didatti di eccellenza e ricercatori più giovani.
  • D. 2 – Solitamente ciò che più si conosce della Gestalt, anche tra gli addetti ai lavori, riguarda gli studi risalenti ai primi anni di vita della Scuola, relativi a dimensioni di natura visuo-percettiva, e comunque facenti capo ai processi cognitivi della mente. Quali gli sviluppi scientifici da allora fino ad oggi, con riferimento certamente anche all’attività svolta dalla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia dell’Istituto di Gestalt HCC Italy? Quali le prospettive per il futuro?
  • R. 2 – Sì, la psicologia della Gestalt, la cosiddetta scuola di Berlino, è stata l’antenata della psicoterapia della Gestalt, i cui fondatori, Fritz e Laura Perls, erano sia psicoanalisti che assistenti di Goldstein, uno dei più importanti rappresentanti della scuola tedesca. Loro, gli psicologi della Gestalt, avevano rivoluzionato, negli anni Venti, il concetto di percezione, definendolo come un processo creativo e attivo. I coniugi Perls erano entusiasti della scuola di Berlino, un po’ meno della psicoanalisi, i cui principi iniziavano a stridere con gli sviluppi culturali portati dalla fenomenologia e dall’esistenzialismo. Cercarono di sviluppare il metodo psicoanalitico introducendo i concetti di “integrazione”, “qui e ora”, “dinamica figura/sfondo”, “contatto organismo/ambiente”, ma questi concetti erano così rivoluzionari che di fatto modificarono tutto l’impianto psicoanalitico, per cui si rese necessaria la fondazione di un nuovo metodo. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, e tanti studi (tra i quali quelli dell’Istituto che dirigo) hanno fatto evolvere la psicoterapia della Gestalt verso una profondità fenomenologica ed estetica con cui guardare alle relazioni umane. Oggi la psicoterapia della Gestalt, per come è stata sviluppata dall’Istituto di Gestalt HCC Italy, è più vicina a certe correnti della psicoanalisi contemporanea (come l’intersoggettività e la psicoanalisi relazionale) che non ad altre scuole di Gestalt di diverso indirizzo. Il Centro Clinico e di Ricerca dell’Istituto si avvale della collaborazione con famosi neuroscienziati, quali Vittorio Gallese, e di teorici evolutivi molto importanti, quali, negli anni passati, Daniel Stern, di ricercatori sul trauma, come Miriam Taylor, e di psicoanalisti d’avanguardia come Donna Orange. Nel futuro vedo sempre più la necessità di collaborare con neuroscienziati e filosofi della mente.
  • D. 3 – Nel corso del seminario suddetto, è stato più volte ribadito che l’approccio della Gestalt risulta particolarmente adatto nel fronteggiare le problematiche legate alla complessità dei contatti interculturali, e specificatamente alla luce della più recente immigrazione. Perchè?
  • R. 3 – Credo che la complessità dei contatti interculturali oggi, davanti a questo vero e proprio esodo, sia una sfida per tutti noi. La psicoterapia della Gestalt, in qualità di approccio centrato sulla fenomenologia e sull’estetica della relazione, può contribuire alla comprensione e al sostegno dei processi integrativi che esistono già nello scambio tra culture diverse. Consente quindi di sostenere il processo di integrazione che è insito in ciascuno di noi. La psicoterapia della Gestalt guarda a come strutturiamo il contatto con l’altro basandoci sul desiderio di essere-con. Questa attenzione al processo interattivo e alla sua autoregolazione ci consente di uscire da un’ottica individualistica per entrare in una visione che includa il campo fenomenologico in cui ogni relazione avviene. Se due bambini non si parlano tra di loro perché sono arrabbiati, una cosa è cercare di farli interagire spiegando cosa pensa il compagno, una cosa è osservare il loro respiro quando si guardano e sostenere la capacità di fronteggiarsi respirando, essendoci pienamente l’uno con l’altro. I processi migratori sono caratterizzati da vissuti pre-linguistici, l’incontro avviene attraverso i sensi e noi abbiamo bisogno di imparare i linguaggi processuali, come ci insegna la Gestalt. Per questo la psicoterapia della Gestalt può aiutare molto.
  • D. 4 – Al di là dell’orientamento teorico che Lei ha abbracciato professionalmente – e che arricchisce di contributi attraverso le Sue attività – alla luce di quanto è emerso dal confronto del suddetto incontro, a Suo parere la professione dello psicologo come può accostarsi alla tematica dei processi migratori, sia tenendo conto delle strutture e delle risorse che il nostro territorio offre, sia ampliando l’orizzonte di riferimento al panorama internazionale? Quali le Sue proposte d’intervento sul versante dell’attività professionale e occupazionale?
  • R. 4 – Sono certa che il ruolo dello psicologo, e ancor più quello dello psicoterapeuta, ha a che fare con il sostegno dei processi relazionali impliciti. Questa è la novità che questo convegno ha portato. Lo psicoterapeuta fenomenologico ed estetico sostiene l’intenzionalità di contatto che c’è nell’incontro tra culture, attraverso una cura della fisiologia del contatto. Su questa visione innovativa della psicoterapia ci siamo ritrovati sia gli psicoterapeuti della Gestalt che gli etnopsichiatri che gli psicoterapeuti di matrice junghiana che gli psicologi accademici presenti al convegno. Lo psicoterapeuta inoltre ha un ruolo fondamentale nella cura degli operatori impegnati quotidianamente nell’accogliere non solo individui in fuga, ma anche persone con un fardello di terribili drammi umani. Lo psicoterapeuta, in questa situazione di cura degli operatori che lavorano con i migranti, si trova a prendersi cura del male del mondo: il dramma che vive chi è stato dimenticato o anche usato dal mondo “civilizzato”. È dunque molto importante che lo psicoterapeuta faccia un lavoro di sostegno ai gruppi di operatori, per prevenire il burnout che naturalmente si sviluppa in loro quando devono affrontare tutto questo dolore e ingiustizia in solitudine. La possibilità di condividerlo con i colleghi in situazioni di gruppo consente di sviluppare il senso di appartenenza e la forza di difendere l’umano; inoltre consente di fare un uso professionale dell’empatia profonda, incarnata, che il nostro stesso corpo sviluppa quando siamo esposti al dolore altrui. La psicoterapia della Gestalt porta un messaggio innovativo per la cura dei processi di gruppo, centrato sulla fisiologia e sull’intenzionalità di contatto che si sviluppa nei gruppi (quella che io chiamo la “magia” che si irradia dall’essere gruppo).
  • D. 5 – Dunque le voci si fanno già sentire e l'”evento dell’anno” organizzato dall’Istituto di Gestalt HCC Italy rappresenta un’occasione a mio avviso preziosa per promuovere innanzitutto il confronto. E che le opinioni siano anche diverse! Si sostiene che proprio la diversità sia risorsa per la promozione di soluzioni ai problemi più di quanto non lo sia un gruppo omogeneo (e qui chiamo in causa i gruppi di lavoro multidisciplinari come le società multietniche). A giudicare dagli esiti, dunque, il seminario si può dire abbia riscosso successo. Al di là dell’aspetto contenutistico e del valore professionale di ogni relatore, da quanto è emerso Lei è rimasta soddisfatta? Quanto crede che qualcosa stia cambiando?
  • R. 5 – Sì, sono soddisfatta al di là delle mie stesse aspettative. Sapevo che l’argomento trattato è ancora un mistero e mi accostavo a questi due giorni con grande curiosità e timore nello stesso tempo: stavamo parlando del nostro futuro, del futuro dei nostri figli, di un futuro che è ancora un mistero. Ciò che mi ha colpito di più è stata proprio l’attenzione che i partecipanti hanno dedicato all’ascolto di queste tematiche, la passione e l’estasi con cui hanno ascoltato gli interventi, la spontaneità con cui hanno organizzato un gruppo di operatori che può incontrarsi e scambiarsi le loro esperienze.

Insomma, questo evento è stato capace di farci guardare quello che ormai si delinea come un vero e proprio esodo storico, di dimensioni enormi, con più consapevolezza e senso di gruppo. Il clima che si è creato nel convegno è stato di grande calore e fluidità e rispetto di tutti. Questo fa ben sperare appunto, come dice lei, nella possibilità di trasmettere lo stesso rispetto ed estasi a chi si occupa a vario titolo di questo dramma umano, e di agire con consapevolezza in questa trasformazione culturale che tocca tutti, nessuno escluso.

 

no_razzismo

 

Print Friendly, PDF & Email