Fernando Pessoa: per una poetica delle sensazioni

Immergersi nella lettura dei testi pessoani, significa abbandonare i sentieri sicuri del conosciuto e inoltrarsi per cammini deserti ed impervi: verso le terre dell’incognito e del mistero del nostro mondo interiore. Significa, in altri termini, uscire allo scoperto: confrontarsi indifesi con noi stessi negli spazi tenebrosi del non-cosciente e del sogno. Problematizzare per giungere in campo metafisico ad una risposta soddisfacente ai mille perché suscitati da tale immersione per trovare l’arcano principio di tutte le cose che sempre, immancabilmente, ci sfugge e svanisce.

Vivo sempre nel presente. Non conosco il futuro. Non ho più il passato. L’uno mi pesa come la possibilità di tutto, l’altro come la realtà di nulla. Non ho speranze né nostalgie.” scrive Pessoa nel libro dell’inquietudine. Un libro di confessioni, una specie di diario esistenziale, una “autobiografia senza fatti” che narra attraverso un interrogarsi e un indagare ansioso e tormentato l’oscuro universo del subconscio che determina le modalità di rapportarsi del protagonista, come di ognuno di noi, con il mondo esterno della cosiddetta realtà sensibile.

Poeta epico, lirico, futurista. Padre del modernismo portoghese. Interprete di un paese contraddittorio che si avvia verso la quarantennale dittatura di Salazar. Una delle figure più prolifiche e controverse della letteratura del Novecento. Una miniera di pagine dalle suggestioni inaspettate, dato che in vita Pessoa si era protetto con una monotona e scialba routine da impiegato. Scrivendo però molto, quando la sera si chiudeva nella sua camera ammobiliata o nelle taverne in cui si stordiva di alcol e fumo, e sempre fuori da ogni disciplina accademica. Critico letterario, scrittore, poeta, giornalista, tuttora così vicino alla nostra sensibilità. Un venditore di sogni e di illusioni, belle illusioni. Spesso ci ricorda che i sogni sono tutto quello che abbiamo, il mezzo per uscire dalla mediocrità, la grandezza dell’anima. Alvaro de Campos, eteronimo tra i più inquieti dirà:
“Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.”

La sua era una sensibilità quasi sciamanica, con l’enigma della spersonalizzazione e della compresenza; è con tale processo di lampeggiamenti simultanei che certi inquilini sconosciuti rischiaravano le ombre della sua mente in un continuo dialogo con lui, che come un medium li aveva chiamati – in modo di essere “non tanto uno scrittore quanto un’intera letteratura”- da un altrove che stava già dentro di sé. Erano gli eteronimi: nuclei vitali di individui autonomi e diversi da lui, pur essendo proiezione del suo pensiero. Dei figli-fratelli generati dal Pessoa ortonimo, cioè il Pessoa lui-stesso, a sua volta allievo di un eteronimo. Una folla di alter ego del poeta, affiorati da un continuo gioco di autofecondazioni, reincarnazioni, dissociazioni. Ciascuno con propria dimensione, pronta a interferire con quella degli altri. Il conflitto tra sincerità e simulazione, con una progressiva disgregazione dell’io, in lui si risolve con un visionario scavo nella sfera tra coscienza e incoscienza e nell’idea modernissima di “letteratura come menzogna”. E qui scatta l’amletismo geniale di chi non si basta, ma vissuto in una maniera così mostruosamente tormentata che qualcuno ha preteso di derubricarla al rango di sconfinamenti patologici, esiti da isteria cronaca.
Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente”

Pessoa continua a parlarci “con la civetteria di uno che si è voluto quasi tutto postumo”, come ha detto Andrea Zanzotto. La sua voce resta tra le più acute e profetiche nella percezione del dolore, dell’assurdo, della solitudine, pur in un’apparente indifferenza.

 

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