Meditare è fotografia?!

 

lastra

 

L’atto della memoria, enciclopedia fissa e raminga, risiede nella capacità dell’artista di cogliere un istante perdurante, per tramandare all’esistenza uno scorcio “preciso” di cambiamento imperituro. “Preciso” che per Sciascia assumeva la forma dell’essenziale e del sostanziale, privato del superfluo e delle apparenze forvianti. La fotografia diventa, infatti, mezzo di visione e percezione, racchiuso nell’osservazione di come l’uomo sia il centro dell’universo e come l’universo stesso sia il promotore delle sue sensazioni. Lo scatto penetra, meramente, in luoghi emozionali in cui la sensibilità si addentra nei meandri della storia, che evolve ma non muta, è il fermo delle immagini raccolte e dell’immaginario raccontato, è l’agorà metafisica avulsa dal reale per sua intrinseca genesi. La ricerca poggia così le basi su una trasmissione amena che si inebria dei tratti divinatori e la purezza immortalata offre riscatto morale alla carta, che divampa di sorrisi terragni, realtà passate e presenze infuocanti. L’effetto ectoplasmatico della lastra fotografica, difatti, possiede autonomamente il logos espressivo che interroga e svela: l’incarnazione dell’aleph che in un mistico abbandono unisce figure e fato.  La fotografia, dunque, conduce alla perpetuità ambientale e storica, imprigiona il tempo di un paese e di un popolo, funge da metro di confronto per le successive variazioni funeste; la macchina meccanica si concede come tramite di denuncia ed involuzione del pianeta, succube della brama efferata dell’uomo di prevalere sulla madre feconda, ma che trova nell’uomo stesso un delirio catartico di difesa e rivalsa.

Le figure e le forme assumono una vita arginata nel tempo, che raccoglie una visione cangiante dell’esistenza e del suo silenzioso vagare, l’occhio non educato alla venerazione delle icone analfabete scorge l’interiorità e la profondità. Le ombre richiamano la luce e la luce richiama la particella embrionale fusa con l’atmosfera, un connubio che permette di vedere le sfumature dipinte dell’universo. La fotografia fonda il proprio studio su questo gioco di luci e ombre che riflettono il moto perpetuo della stella maestra, arricchisce di estatica malia la presenza e la sua anima specchiata. La meditazione dell’osservatore attento-fotografo restituisce scorci di eterna bellezza e fermi espressivi, che ricordano l’ancestrale e il primordiale radicati nell’essenza originaria del tutto in divenire.

 

 

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