Martoglio e Pirandello: riflessioni su “‘A vilanza”

Teatro Comunale “Nino Martoglio”, Belpasso

C’è una linea nella storia della letteratura che parte da Verga e unisce altri grandi autori come Capuana, De Roberto, Pirandello, Sciascia, Tomasi di Lampedusa: è la linea della cosiddetta “sicilitudine”. Tutti loro, infatti, con modi e intenzioni diverse s’intende, hanno raccontato la loro terra, la Sicilia, che come protagonista indiscussa o fantasma tra le righe è presente nelle loro opere, anche in quelle più lontane dalla dimensione regionale. Quasi come se fosse una caratteristica antropologica, il siciliano non può non parlare della Sicilia, così come un siciliano che vive lontano dalla sua terra non può evitare di ritornarvi anche solo con la memoria, compiendo quasi un nostos dell’io che, voltandosi indietro, si ritrova a vivere le origini (penso, ad esempio, alla celebre opera di Elio Vittorini: “Conversazioni in Sicilia”). Se alcuni di questi autori hanno fatto della Trinacria il cuore delle loro opere letterarie, altri si sono slacciati da questa dimensione per cercarne una più nazionale o addirittura internazionale, come Pirandello, il genio di Agrigento. Tuttavia, Sciascia mise bene in mostra come la sicilitudine di cui prima si parlava non manchi neanche nell’opera pirandelliana, difatti il contrasto tra Vita e Forma, secondo la distinzione teorizzata da Tilgher, che corre tra i romanzi e le opere teatrali di Pirandello, rassembra molto da vicino una tipica componente della cultura siciliana, cioè il contrasto tra ciò che è e ciò che appare, tra ciò che va detto e ciò che va taciuto per l’onore e le apparenze.

Ora, nessun dubbio sul fatto che Pirandello sia tra gli autori siciliani più conosciuti, complice la consacrazione data dal canone scolastico e la grande genialità dell’autore nel trattare tematiche molto vicine al gusto del pubblico, anche quello più giovane, come ad esempio la follia. Quello che però pochi conoscono, soprattutto tra le giovani generazioni, è il sodalizio nato nei primi anni del Novecento tra Pirandello e un altro grande nome: Nino Martoglio. Un nome che emerge da uno sfondo un po’ offuscato, un nome un po’ estraneo, sconosciuto. Tant’è che cercando notizie su un’opera teatrale come “A Vilanza” subito salta agli occhi il nome di Pirandello, mentre quello di Martoglio pare quasi scritto più in piccolo. Eppure l’opera in questione fu scritta a quattro mani nel 1916, anno in cui la coppia diede vita ad un’altra opera teatrale: “Cappiddazzu paga tuttu”.

“A Vilanza” è un’opera in tre atti che racconta la storia di “Oraziu” e “Saru” e della relazione adulterina tra la moglie di Orazio, Ninfa, e Saro, sposato con Anna. Il tradimento porta alla tragica vendetta da parte di Orazio che, per riequilibrare l’offesa subita (di qui il titolo, che infatti significa “La bilancia”), offesa resa ancora più grave dal fatto che sia stato un amico a compierla, porterà ad un altro adulterio, ma a cui seguirà l’atto violento di Saro che ucciderà Orazio. L’onore, come dicevo. La Sicilia raccontata in quest’opera teatrale è una terra lontana, immobile, vendicativa, eppure incredibilmente vera, resa quasi fotograficamente dal gusto verista di Martoglio, che strizza l’occhio all’esperienza di Verga, mentre i personaggi assumono un forte spessore psicologico grazie alla mano di Pirandello, profondo indagatore dell’io. Orazio, infatti, appare sin da subito essere razionale e riflessivo, mentre Saro è più facile preda dell’istinto, infatti, così recita la didascalia che apre la seconda scena del primo atto:

Saru: (rimasto solo, fa dei gesti nervosi ed esprime con gli occhi e con tutto l’atteggiamento del volto la tortura interna della passione che lo trascina; poi si scuote, con un moto violento, e cerca di concentrarsi nell’esame delle carte… ma non vi riesce…. Sente il fruscio delle vesti e l’alito della persona di Ninfa, che sopravviene, e, senza voltarsi, ha uno stiramento quasi felino e spasmodico).

Invece, Orazio, sorprendendoli quasi nell’abbraccio, non si scompone, ma li studia facendo finta di niente, mentre dentro cova la vendetta:

Oraziu: (sempre col sorrisetto in bocca, sottile, furbo, studiandoli). – Mai!… V’ ‘u dicu iu, comu fu… (nota che i due si turbano). Fui iu… grapennu ‘a porta…. Cca l’aria stagna, ‘nt’ ‘a scala c’è riflussu e grapennu, di dda banna fici pompa, e si tirau l’aria di cca, d’un colpu, manna nnuvi tuttu sutta supra…”

Anche le donne sono connotate da diversi caratteri: Ninfa, come già suggerisce il nome, è una donna fascinosa, solare, consapevole nel suo provocare, Anna invece sembra autocollocarsi nel ruolo di moglie, addolorata dai sospetti di una relazione tra il marito e Ninfa, e di madre, come si vede sin dal primo atto, anzi sin dalle sue prime battute, dove appare agitata al pensiero del figlio lasciato alla zia Rachele:

“Anna: No, non po’ essiri, cumpari Oraziu!… Dicitimi chiddu ca vuliti, ma mi nni vaju!… Cinc’uri senza latti, ‘dda criaturedda!… Quannu mai!… A ‘st’ura, nuzzinteddu, è misu ca chianci, ‘n vrazzu, a’ zâ Rachela, ca mi l’avrà addubbatu a pupuneddi di zuccaru, ppi fallu stari cuetu!… (al marito, c. s.) – Non ci pensi, tu, Saru?…”

Anna, del resto, consapevole della passione adulterina che agita il marito, non sembra scaricare su di lui la sua gelosia, perché Saro è come colpito da una febbre che Ninfa ha acceso senza scrupoli.

Anna: Si zittissi, si zittissi, ci dicu!…. Mi cunfissau tuttu, ora ora, chiancennu comu un picciriddu!…. E comu un picciriddu daveru è!…. Ca voli ajutu di mia, ca dici ca iu l’haju a sarvari…. Mi parrau cu lu cori ‘n manu, jancu comu la nivi!….. E di chissu, ‘ssa ‘nfami, s’ha’ apprufittatu, ch’è comu la cira!…. Criaturi, mi fici pena!…. Chi è iddu?…. Com’è ca m’ ‘a putissi pigghiari ccu iddu, si ‘u sacciu, ‘u sacciu ca non voli beni ad autru e non ha vulutu beni mai ad autru ca a mia?!…

Dunque, personaggi animati da intense passioni, da gelosie, da rabbia, che parlano e agiscono all’interno di dinamiche sociali che non lasciano scampo. Inevitabile, infatti, è la vendetta. Orazio non si sottrae a questo codice sociale che segue la filosofia di “chiodo schiaccia chiodo”. Quando ha la certezza del tradimento Saro si reca in casa di Anna, la quale è sola perché Saro è partito (ma in realtà è con Ninfa), e alla vista della donna che istintivamente fa scudo con il suo corpo alla porta della camera del figlio, dice:

Oraziu: (che tutto comprende, con il solito sorriso). – Chi vi scantati, pp’ ‘u picciriddu, cummari?…. Chi c’entra, iu figghi chi nn’haiu?…. Di ‘ssu latu, iddu non m’ha offisu….. Si m’avissi offisu supra un figghiu miu… allura si, avissivu ‘u mutivu di scantarivi pp’ ‘u picciriddu…. Ma iddu ccu me’ mugghieri sula, m’ha offisu….

Dunque, Orazio non si sarebbe tirato indietro nemmeno nel fare del male al figlio di Saro, se questo fosse stato necessario per mettere in pari i conti. E infatti, poco dopo:

“Oraziu: Cummari… ‘u sapiti comu si dici?… Occhiu ppi occhiu e denti ppi denti.”

Orazio è intenzionato a prendere con la forza Anna, la quale, pensando così di salvare il marito concede il corpo ( “ma l’arma no! Non ha accunsintutu, l’arma!….” dice Anna piangendo). Poi la tragedia: Saro tornando, e avendo intuito che Orazio aveva sfogato la sua vendetta sulla moglie, uccide l’amico con un colpo di fucile.

L’opera, dunque, è un dramma tragico che si inserisce in uno scorcio di Sicilia autentica, con le sue luci e con le sue ombre, così com’è tipico nelle opere di Nino Martoglio, profondo conoscitore dei costumi siciliani. Sullo sfondo della tragedia, infatti, emerge la preoccupazione del giudizio della gente del paese, delle apparenze, un po’ come nella famosa opera di Pirandello, ovvero “Il berretto a sonagli” in cui il discorso della salvaguardia dell’onore si coniuga alla tipica tematica pirandelliana della follia, infatti la protagonista, Beatrice Fiorica, viene convita a fingersi pazza per salvaguardare le apparenze e il buon nome del marito.

Per quanto riguarda la lingua Martoglio utilizza sempre il dialetto catanese, così espressivo e autentico (si noti che il Pirandello più conosciuto non scrive in dialetto siciliano).

Nino Martoglio racconta la sua terra con lucidità, con toni ora tragici ora comici, ma sempre raggiungendo esiti di notevole spessore. Non a caso, dopo la misteriosa morte che lo colse nel 1921, quando fu ritrovato morto nella tromba dell’ascensore in costruzione dell’Ospedale Vittorio Emanuele, Pirandello ebbe a dire “non fu poeta lirico soltanto: fu anche, come si sa commediografo acclamato, in lingua e in dialetto. Quello che non si sa, fu quanto gli costò, di amarezze, di cure, di fatiche, di spese, il teatro siciliano, che vive massimamente per lui e di lui, e di cui egli fu il vero ed unico fondatore.”

Aurora Lombardo