L’uomo dai pesci rossi

 

Era diabolico. Aveva la capacità di frenare tutto. Aveva una maniera particolare di guardare gli altri, come se tutto quello che gli veniva proposto fosse ridicolo. E se si accorgeva che qualcosa per qualcuno era importante, allora diventava ancora più perfido. Era una di quelle persone che godono nel poter dominare gli altri.
Riccardo gli voleva sparare, a quel demonio, ma non era capace di parlargli chiaro. In realtà non era mai stato capace di dire quel che pensava, era il suo guaio. Stava lì come un cretino con i pugni stretti in tasca. A fantasticare su tutto quello che di duro, di tagliente e di definitivo avrebbe fatto. E che mai si concretizzò.
Lei lo supplicava di portarla via. E lui ci pensava spesso, ma per qualche motivo non se ne fece mai niente.
Loro tre, in casa: Riccardo, Iris e l’uomo dai pesci rossi.
Quel giorno incominciò nell’unico modo possibile: l’erba già morsa dalla prima gelata, il cane sparito da giorni, tutto vago e incerto, la vita di Riccardo più di ogni altra cosa. Il giardino in disordine, l’aspetto dissestato. Stanchi rami di vecchi meli pesanti pendevano minacciosi sopra la veranda marcia. La casa nella quale vivevano era un affastellato, confuso monumento a tutte le opere della vita di Riccardo. E qualcuno avrebbe forse detto: ai fallimenti.
L’uomo dai pesci rossi stava lì fermo a fissare l’acquario: i pesci non gridano, sono prigionieri di una palla di vetro.
Riccardo entrò nella stanza e gli sparò dritto al cuore. Un rumore sordo, un tonfo e cadde a terra.
Poi il silenzio.

 

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