Lo stallone della Ballozza

foto di Francesco Raciti

Le cose andarono pressappoco così e se pressappoco non vi piace perché contrari al gusto approssimativo delle faccende umane, correggiamo a rigore d’avverbio che andarono “esattamente” così.
Una mattina piuttosto simile a tante altre mattine, non più tardi delle dieci, ora canonica al rintocco della Badia, la signorina Gaetana Politi, detta anche Tana ‘a Badduzza per via di una generosa produzione di fianchi e maniglie, e di caviglie, petto e avambracci, s’avviò tutta strancallata lungo il quartiere che portava alla sartoria di Rosina Passapitittu. Malmessa per l’affresco d’addolorata che ne dipingeva l’espressione, e timorata di madonne e santi – più madonne per la verità – pareva perdesse la veste di fresco lino a ogni passo e come una vecchia ciocca spiumata s’affannava a contenere uno strano gorgoglìo di liquidi in gola.
Si era in pieno luglio e la temperatura sfiorava i trentotto gradi. Aggrappati al chiosco come api assetate i catanesi di liscìa battevano la sete con bicchieroni di seltz limone e sale e meglio non potevano che commentare le ingegnose barzellette di Castiglia calandoci di sghembo qualche bretella di Micio Tempio. In lontananza frastuoni di clacson d’autisti annerbiati e sirene d’ambulanze con più fantasmi che pazienti davano suono a una città notoriamente refrattaria al silenzio.
Giunta a destinazione col fiato che pareva lo sbuffo di una locomotiva, la signorina Ballozza, come certuni osavano italianizzarne l’ingiuria per dirsi di lingua fine, non perse tempo a spiegare il motivo della sua improvvisa venuta.
«Rosina, glielo raccomando immancabilmente! Me le deve fare grandi grandi…»
«Ma grandi quanto?»
«Così le dico… No? Forse meglio di più? Sì, sì, ha ragione, abbondi, tanto qui dentro pezze non ne mancano…» mimava con le braccia larghe destando le perplessità della sarta rintanata dietro la macchina da cucire.
«Biiiiii, roba turca!» esclamò l’aiutante, gaio per tocco di grandine, che aveva origliato la discussione dalla stanza attigua. Senza farne mistero quei rimandi un po’ osé e un po’ frisé ne eccitavano da sempre l’umore vespertino.
«Sì, proprio, ha detto la parola giusta! Cose mai viste…»
A quel punto l’anziana sarta, con un cenno prudente della mano, invitò la più giovane cliente ad avvicinarsi e a farle una confessione all’orecchia «…la verità: ci fu cosa interessante stanotte? Cosa che non si può dire manco in confessione?» sussurrò a bassa voce cucendo alle parole un orlo di malizia che pareva più di un ricamo.
«Madunnitta santa, m’avissa a castiare all’istante se le dicissi una menzogneria. Come potette mai dubitare di me, Sora Rosina?» esclamò imbarazzatissima la zitella.
«Io? Mai! Ma lu sapi com’è, giuitta cara? La carne è carne e alla etati vostra… A ogni modo, fra due giorni avrà la sua roba…»
Gaetana venne fuori dalla sartoria rossa come un ciliegino di Pachino; la vergogna se la mangiava viva. Nessuno aveva mai sospettato della sua castità ed essere stata accostata a un intrigo sessuale, fosse anche per equivoco, le provocava anomali mancamenti e sperticati capogiri: ritrovare la via di casa le fu assai complicato.
Poi, cosa saprete, i laboratori delle sarte sono pari pari ai saloni dei barbieri, e così, neppure un paio di ore dopo, per tutta Catania si sparse voce che quella quarantenne assai pudica e senza obblighi con la natura tenesse nascosto in casa un rifugiato abissino di tre metri per quattro con patacca a uso batacchio dell’avvento. Non c’era spiegazione diversa alla subitanea richiesta di farsi confezionare un paio di mutande taglia quattordici barra quindici. Ma poteva mai essere? Gaetana Politi, la figlia della Siccia? Una che non beveva neppure Coca-Cola per evitare di ruttare, ché ruttare era indecenza? Che arrossiva e chiudeva gli occhi col segno della croce pure quando in televisione s’affacciavano i petti nudi del Grande Fratello? Gaetana Politi, la più prudente catechista di Padre Crispino Minchialenta, Gaetana Politi la devotissima della Madonna del Carmine?
Per due giorni e altrettante notti rimase chiusa in casa come a scontare una penitenza. Quando i ragazzini del quartiere le suonavano il campanello per sfotterla con la storia del “turco” – perché a Catania i neri son tutti turchi – lei s’addolorava in ginocchio e avviava una litania di preghiere. Madre santissima, le sapeva tutte!
Solo nella notte fra il quindici e il sedici di luglio fu svelato l’arcano che aveva macchiato fino all’intorbidimento l’irreprensibile reputazione della povera reietta. Con passo furtivo uscì di casa intorno alle tre del mattino. Sottobraccio teneva lo stesso involto di pezza consegnatole dalla sarta la sera prima. Incrociò alcuni ragazzi sbronzi senza destare tuttavia il loro interesse, poi si diresse verso piazza Umberto, laddove, proprio il giorno a seguire, sarebbe passato in processione il fercolo con la statua della Madonna del Carmine. In quello slargo, da qualche anno, avevano traslocato l’oscena nonché meravigliosa scultura del Maestro Messina, quello del cavallo della Rai in Viale Mazzini, per intenderci. L’opera, raffigurante anch’essa uno stallone, ma stavolta in posa morente più che rampante, poneva a largo spettro i genitali della bestia. Un oltraggio al pudore dei devoti come Tana ‘a Badduzza, che appunto aveva avuto l’ingegnosa idea di “vestire” l’opera con un paio di mutande onde evitare di rinverdire lo sconcerto al passaggio suo e degli altri fedeli. Fin lì tutto bene. Pare inoltre che fu abbastanza lesta a districarsi fra zampe, fallo e gioielloni. Poi andò a dormire, rasserenata dalla sacra luce dell’opera pia, contenta di aver fatto un’azione che avrebbe evitato a molte altre come lei, nonché a vecchi e bambini, l’imbarazzo di una vista assai poco edificante.
Il giorno seguente fu il più caldo dell’intera estate. Sfinita dall’afa e da uno scirocco opprimente, la processione avanzava con lentezza di polpo spiaggiato. Imboccata la Via Umberto si spostò verso l’omonima piazza dei catanesi.
Nel mezzo di una fede palpitante, Gaetana Politi incedeva serenissima quando, dalla folla, si levò un enorme boato di stupore. La statua che nottetempo lei stessa aveva provveduto a coprire nelle parti dell’impaccio mostrava adesso un insolito particolare. Dal panno, infatti, più o meno al centro, spuntava con dissacrante tensione una curiosa protuberanza, come se la bestia inanimata avesse improvvisamente avuto un’erezione al passaggio della madonna. Allo sconcerto delle donne che si tappavano gli occhi e che parevano perdere i sensi, si alternarono le chiassose risate di alcuni balordi in motorino, che poco prima dell’arrivo del fercolo, con ingorda lascivia, avevano frapposto un manico di scopa in mezzo alle gigantesche mutande. Un atto che poco sarebbe costato loro, ma assai di più alla preziosa opera d’arte, costretta, sempre per colpa d’altri, a traslocare nuovamente. Prima Linguaglossa, poi forse di nuovo in città.
Oh Catania, si direbbe, oh l’Arte: che cosa orribile scivolare nel pettegolezzo delle sarte!

Omaggio allo Stallone Ferito, opera di Francesco Messina – Piazza Umberto – Catania

Vladimir Di Prima