Bechir – Halima (6)

“Di giorno dormi tu, di notte dormo io. Quando ti penso mi prometto di ridirti:
-Vivi il tuo giorno come se fosse il primo. Nel tempo ci rinfaccerai di essere stato derubato. Invece persino mangiare facciamo in orari diversi”
“Non bisogna dire che io…”
“Ho i denti sporgenti, tra essi ritengo un filo nascosto e avvolto dentro la carie. Vi fa capolino ed è un difetto. Questo capolino è il callo di vivere”.
Bechir col cuore in mano tentava di stimolare un filo diretto col padre il quale nel suo altezzoso osservare chiudeva ogni spiraglio:
“Che vuoi da me? Non ne ho soldi! Hai sempre il cervello intossicato, acido nella pancia, acido nei polmoni. Ne hai troppo nella mente e vuoi condividere i tuoi sogni con me come se fossero colpe mie. Io che volevo cardare la vita e insegnarne il procedimento a voi maschi oggi mi sento un niente quando ti scorgo da lontano allungato sui gradini della scala esterna del palazzo con lo sguardo di triglia fetente.”
“Devi sapere che mi faccio lunghe discussioni con il mio corpo beandomi del cielo ed esisto perché ti aspetto. Questi pensieri non ti passano nel cervello neanche per ombra ”
“Una femmina, lo so, è una vita futura di stupida pietà ma questa cinesina che ci trova in te, che ci fa con te?”
“Sono convinto che alla fine io e te avremo chiuso gli occhi senza che mai abbiano ucciso. Io cerco nella mia compagna un modo come giocare, per dimenticare che quando ho la pancia piena, ho solo voglia di vomitare”
“Due figli avete messo al mondo. Tre giorni ciascuno a settimana lavorate, per aiutarli a non crescere chiusi a casa da soli e fate da balia. Che famiglia è se ognuno di voi due ha un Dio diverso? Che uomo sei se non riesci a farla convertire la cinese? Come pregheranno i vostri figli?”
“Come chi hanno accanto durante il nostro turno. Questi sono i matrimoni misti, così va sia per la lingu usata, sia per la preghiera. Non è una medicina che si ingoia arrivata dall’esterno. Ogni Dio è un’esigenza dei propri limiti . E’ solo in questo che siamo liberi. Il resto è pantomina. Dovere, obbedire, amare, ossequiare, addomesticare, tutta farsa è il sistema. Una farsa che si ripete ed impregna di menzogna, farsa per lo spazio che si occupa e per l’aria che si respira. Quanto dolore è non ascoltare se stessi per potersi salvare dagli altri che non mi chiedono se ho bisogno né mi allungano un mano per rialzarmi quando sono immobile a terra? Che ne avete fatto di me sin dalla nascita? Con la scusa di educarmi mi avete sin da sposini passato ogni giorno una palettata di cemento, mi avete allisciato, colorato, non ne avete fatto un muro perché sono dentro un muro. Nessuno mi vede neanche io stesso. A scuola solo della mia trippa da Buddha si occupavano. Ero uno straniero parente di scarafaggio, guardato come un arabo da cui diffidare, ero una persona di seconda mano. I Francesi! Solo Parigi è civile in cartolina.”
Quei tentativi di scambi umani facevano imbestialire Shafi. Bechir gli sembrava un libro che doveva leggere in una lingua straniera. Era per lui una traversa che puzzava di nuovo dubbio. Non aveva avuto paura della sopravvivenza lui neanche in guerra ma ad ogni istante in quel contesto si riduceva ad anima pavana di fronte alla droga usata dal figlio.”
“Questo è motivo di farsi o impasticcarsi? Questa è la tua giustificazione?”
Spesso gli faceva le carni nere mentre gli urlava:
“Devi chiederti pari o dispari e poi decidi senza tornare indietro. Ricordati che sulla terra di giorni ce ne sono tanti ma per te ce ne saranno di meno continuando così. Che discorsi sai fare con la cinesinuccia? Abituate così anche i vostri bambini? Dimmelo così almeno so dove abita la felicità.
-Cinciuè, cinciuè-
mi stanno a dire ogni domenica quando arrivate mentre il piatto è pieno e prendete posto a tavola. Mi sconquinquerano. Mi fanno pena perché sono anche loro nati storti. Pensi che io posso mangiare e voi mi guardate? Non ci entra più nulla nel mio cervello. Mi fate cadere la faccia a terra ovunque sono. Ha ragione tua madre siamo pagliacci. Ormai le ho imparate a memoria le lamentele dei figli. Quando arrivate a tavola per me siete quattro misteri con la bocca piena e gli occhi sgranati. Non riesco a capire se è perché avete la mia faccia davanti oppure perché non è un piatto di riso. Pare che venite dalla luna…. Quella dice che si deve “Karmare”, tu che devi prima o poi “karmarti”, i nanetti che hanno preso dalla madre ridono solo con gli occhi e sembrano paralitici stitici”
“Bravo e devi ringraziarci di questo perché ogni potenza è fatta di sofferenza!
Halima si affliggeva appena gli vedeva sfilare il cinto:
“Perché parli con le mani e non gli lasci il diritto di paragonarsi? Sei secco come i numeri. E se lui vuole morire con la nostalgia di quello che non ha avuto nel cuore?”
“Te l’immagini se mi avessi parlato in questo modo in Algeria? Non ti fare brillare qualche idea simile perché là cambia l’usanza, là mentre siamo in vacanza ti sfregio. Che ti sei fatta anche tu qualche spinello o è la televisione che ti fa pigliare confidenza? Tanto nei programmi schiacciano l’occhio e siamo tutti amici. Come ti sei fatta stupida fuori dalla tua Patria.”
“Solo il sole e la luna mi capiscono, tu non mi hai mai considerato il mio silenzio. I bambini algerini, tunisini o francesi sono simili. Non devi offenderli. Ehi, tutto arriva a sorpresa come la morte, senza preavviso. Non si può restare allo stesso modo per una vita intera. I nostri figli mi hanno arricchita perché mi parlano in francese, mi aprono gli occhi su qualche sproposito che per conseguenza Allah capisce. Chi nasce povero ha le spalle strette ma col tempo si abitua e può portare più pesi. Lascialo a me. Poi lo punisco io almeno non ti affatichi. Ora è un padre di famiglia. Ha una casa sua. Non puoi trattarlo come quando abitava con noi. Appena si sposano i figli, non siamo ancora più responsabili. Quello che c’era da poter fare per le nostre forze ormai lo abbiamo fatto.”
Bechir non voleva che la madre avesse problemi:
“Papà se non mi dico quello che penso, ho lo sguardo avvelenato. Tu galleggi nelle ammucchiate di parole e ti ricordo che ogni cento niente fanno un cantaro. Papà quando mi si svegliano i dolori muscolari, mi sembra di essere malato e mi sento vecchio. Lo capisci che mi succede questo già alla mia età? Papà ognuno lavora con i suoi ferri per scovare nel pozzo senza fondo della vita”
“Statti muto! Sei un garzone. Gli amici mi riportano ciò che vai a combinare angoli angoli, pianerottolo per pianerottolo, al buio, con gli occhi sbarrati. Hai amici turchi che ti fanno ingrassare e travisare i ricordi. I tre giorni che non lavori li trascorri con loro a smerciare polvere bianca per inguaiare altri figli di mamma. Con quell’ordigno in corpo non conosci neanche la collera. Soldi come se fossero ossigeno cerchi invece, perché non discuti con Sana per distrarti, per levarti qualche fantasimo dalla testa? E’ tua sorella e ne sei anche responsabile.”
“Se tu mi dicessi quello che mi piacerebbe ricevere nell’orecchio, può darsi che muovendomi il sedere potrei fare piovere e nevicare nello stesso tempo. Me li rivedo i pomeriggi d’infanzia e adolescenza trascorsi nella tua casa. La mamma sempre davanti la televisione, un fratello che sapeva esprimersi solo col telefonino e mi chiamava dall’altra stanza. Sana a farsi le maschere e spargersele sul viso, Leila a controllare se nel sopracciglio era spuntato un pelo ribelle, l’altra ad arrotolare bigodini. Ognuno nel silenzio agiva squadrando l’intera stanza da pranzo. Ognuno pareva un parallelepipedo a sé stante. Non ci conoscevamo perché non parlavamo, Aspettavamo che il tempo della minoranza di età passasse senza sapere dove andare per mangiare e come fare. Qui abbiamo usato le parole come il sale. Poco poco senò brucia la lingua. Ci hai mai prospettato che saremmo vissuti senza di voi da bambini? L’hai mai notato che sono un maschio e che ho interessi diversi che potrebbero in parte somigliare ai tuoi? Che ho sognato stanotte? Ah si ricordo:
-Un apparecchio, arrivava dall’alto e si abbassava nel ridurre la velocità. Era di legno scolpito, tutte scagle ben rifinite e lucidate. Si fermava davanti alla nostra casa. Tu come Sansone sei corso a ricevere l’inatteso visitatore. Lo hai messo a nudo, lo hai sbracato. Lo hai tagliato in due. Era un uomo vestito a puntino con giacca e cravatta fino all’ombelico e completamente ridotto al pelo dai fianchi ai piedi. Restava compìto nei movimenti e non si capiva se ti capisse quando gli parlavi. Sembrava un uomo automa. Ti giustificavi che dovevi bene frugare per essere sicuro che non avesse ancora spiccioli nelle tasche. Ti sfogavi, incalzavi:
-Qui non si mangia se non si paga-“
Halima ne prendeva le difese:
“Non descrivete la vergogna. Cambiamo discorso. Bechir ha fatto bene a buttarsi con la cinesina solo solo per accasarsi. Per un maschio ne va della donna con cui si sposa. Ha solo un difetto lei, no di dove è nata o come prega ma che non gli fa il cotto, che non lo sa prendere perchè non lo alliscia. Io no, tu no, la cinese no ma chi lo ha mai allisciato questo figlio mio? Sei un circo da montare ogni mattina caro marito. Hai pure le mani pesanti”
“Me lo mangerei crudo dinnanzi a Dio ed agli uomini. Lo sgozzerei come un capretto”
“Ah, che ti agguapparii per godere di parole? Non ti accorgi che è pelle ed ossa, che quasi entra nel collo di una bottiglia a forza di consumarsi con quella schifezza illecita? Non ti fa pena o è a piacimento di considerare qualcuno proprio figlio?”
“Mamma non perdere fiato. Per lui bastava e soverchiava che ogni giorno alle sei ci riuniva a cerchio seduti per terra, sospirando:
-Eccoci insieme, alla faccia del bisogno. Lo so che un giorno quando lavorerete comprerete un tavolo per sentirvi francesi!-“
Noi si rispondeva in coro:
-Certo papà-
Domani o un giorno per noi era un altro mentire.”
Halima gli stava seduta accanto con gli occhi al pavimento. Ormai era abituata a conoscere il mondo attraverso l’orecchio, sapeva che ogni domani tutto sarebbe stato uguale, perché domande e risposte sarebbero state uguali. Non aveva il timore del fuoco della nostalgia.

 

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