L’isola dell’abbandono, di Chiara Gamberale

Di recente mi è stato riferito che il mio modo di recensire storie predilige un approccio empirico, ossia sceglierei spesso episodi che riguardano una certa mia prossimità biografica, che non riuscirei a celare tra le righe.

La critica a un testo narrativo dovrebbe invece collocarsi nel puro piacere estetico, al di fuori di ogni tentativo di immedesimazione.

E’ vero che nel mio caso non è così: è per me inevitabile instaurare un certo isomorfismo, un sistema contagioso di relazioni tra il testo scritto da terzi e la mia vita.

E’ stato già dichiarato che esiste, all’interno di ogni storia raccontata, una zona franca in cui il lettore è stimolato a scoprire, a esprimere ciò che l’autore non ha espresso o ha espresso a modo suo, e il lettore lo rapporta alla sua esistenza. Io questa zona franca la cerco avidamente anche nel fare critica, e quasi sempre la trovo.

Ne consegue che le mie recensioni contengono, oltre a una analisi di tipo linguistico-narratologico, anche quell’atteggiamento di lector in fabula che partecipa emotivamente al significato e lo rapporta alle scorie della sua esistenza attraverso movimenti cooperativi e coscienti.

E’ accaduto anche in questo caso, e non vi ho opposto resistenza alcuna.

L’isola dell’abbandono è l’ultimo romanzo della scrittrice Chiara Gamberale, edito da Feltrinelli, 2019.

Quello dell’abbandono è il macro tema che racchiude in sé altro, semanticamente contiguo: una maternità inattesa, l’ossessione della caducità degli affetti, un rapporto di coppia disarmonico.

L’isola geografica è quella greca di Naxos, vissuta in contesto vacanziero dalla coppia protagonista, Arianna e Stefano.

L’allusione al mito di Teseo e Arianna è esplicitato sia da certe scelte onomastiche, sia dalle citazioni presenti ad inizio di sezioni.

L’abbandono fisico è subito da Arianna – l’io narrante – per volontà di Stefano, personalità intricata e mutevole tanto quanto lo è quella di lei:

[…] E il peso si fa intollerabile: bisogna distruggere qualcosa, bisogna distruggere qualcuno, dunque lei, per avere in cambio, da quello schianto, almeno la conferma di esistere. Pg. 77.

Quello tra Arianna e Stefano è un rapporto disarmonico: l’atteggiamento prettamente materno di lei nei confronti del compagno è la modalità della donna per fuggire dalla coppia, per non mettersi allo stesso livello e rischiare l’abbandono:

[…] aveva fatto la baby sitter, era per questo che i bambini di cui si era occupata la adoravano: perché, appena i genitori uscivano, lei diventava come loro, […]e le loro difficoltà diventavano le sue, aveva bisogno di ospitare fino in fondo dentro di sé quella fragilità, si immergeva tutta in quella innocenza, per aiutarsi a proteggersi dal mondo e da se stessa, e mentre proteggeva si proteggeva – dai soliti pensieri, dalla paura, dal telefono quando squillava… [… Finché non era arrivato Stefano, il compagno di giochi ideale, il suo bambolotto complicato e perfetto.

[…] E’ che non mi sarebbe nemmeno passato per la testa  [avere un figlio], tanto ero impegnata a preoccuparmi per lui. Pg. 47

L’esperienza concreta dell’abbandono innescherà nella figura femminile un aggravamento della già precaria stabilità emotiva.

Entrerà in gioco D. – figura di un moderno Dioniso – che tenterà la sutura di certe ferite:

[…] il problema è sempre uno solo, sempre quello: abbiamo paura di non essere amati. E allora ci rifugiamo nel nostro trauma, nelle nostre ossessioni. Ma lo capisci, il paradosso? Non lo vedi che, proprio perché ce ne stiamo lì, accartocciati nel nostro mito, nessuno ci potrà mai conoscere  per quello che siamo e dunque ci potrà amare? Non è evidente che mentre cerchiamo di difenderci ci stiamo mettendo definitivamente a rischio? Pgg. 124-125.

La vicenda si sposterà in modalità traumatica dall’isola onirica di Naxos all’immanente città di Roma: interverrà l’elemento della psicanalisi nelle fattezze di Damiano, personaggio che assume un doppio ruolo, uno complementare all’altro. Quello di analista abile nel parlare:

Uno dei tuoi molteplici problemi è che riesci a vivere l’amore e la felicità solo come fossero degli amanti, ma non ti fiderai mai abbastanza di loro per tenerli a casa con te. Pg. 158

E quello di uomo, anch’esso insoluto:

[…] ti stai insinuando dove nessuno è mai arrivato, fra lo scetticismo di cui ho sempre avuto bisogno per comprendere il mondo e il bisogno che avrei di farne a meno. Lei era rimasta in silenzio, e gli aveva fatto scivolare una mano fra le gambe, ma non per eccitarlo: per dirgli puoi farlo, con me puoi farlo, rinuncia al tuo scetticismo come io con te voglio rinunciare a tutte le paure. Pg. 160.

Stefano, Damiano, D.: figure maschili che abbandonano o che sono abbandonate, per autodifesa della protagonista. Su tutta la vicenda, raccontata con un narrare non cronologico – frequentissime le anticipazioni, le suspense, i non detti, le allusioni poi confermate – e un linguaggio alle volte nettamente mutuato dall’oralità, incombe lieve e greve come un gas letale il senso della maternità dell’io narrante.

E’ una maternità conflittuale, le cui emozioni fluttuano tra il desiderio e il rifiuto:

E una parte di lei spera che continui a dormire e faccia tutta una tirata fino alle sette del mattino, una parte spera che si svegli, solo per un istante, per spalancare quel sorriso senza denti e senza senso, agitare le braccia come per dirle lo so chi sei, pure se ancora non ci credi io lo so, guarda che l’ho saputo subito, subito, e ti amo anch’io da impazzire, come per dirle guarda che esisti, esisti tantissimo.

Perché lei, soprattutto da quando Damiano se ne è andato, fa fatica a ricordarselo, che esiste.

E’ piena di Emanuele che proprio mentre la riempie rischia però di annientare tutto quello che prima di Emanuele lei era. Pg. 25

L’incombere di un figlio mette in discussione tutto ciò che si è state prima della sua nascita, anche l’immagine che si è offerta di noi agli altri per un lungo periodo:

Non dovrebbe neanche pensarle, certe cose, una donna, se non lo fa per gioco, di essere mamma.

E infatti lei le pensa, ma non le pensa più.

Le pensa perché quarantun anni senza figli sono tanti.

Non le pensa più perché sei mesi con un figlio, anche, sono tanti.

Pure se l’ho visto, sai, Emanuele? Negli occhi di chi mi incontrava con il pancione e ora mi incrocia con la carrozzina l’ho visto, lo vedo lo stupore: ma davvero? Sembrano chiedermi pure loro. Non giochi più? Ora fai sul serio? Evidentemente, quando fai un figlio a quarantun anni, non eri solo tu ormai abituata a una certa idea di te, lo erano anche gli altri, riflette. Pg. 48.

E questo figlio rischia di sostituire quell’ ALTRO al di fuori di sé di cui ci si è sempre presi cura, e che ha perpetuato il decentramento e rimandato il momento di fronteggiare le proprie ossessioni:

Sul tavolo della cucina  c’è il pc, lo apre.

Lo chiude.

“…Se non trasformeremo i nostri figli nella scusa per perdere definitivamente il contatto con quello che davvero siamo, anche se è scomodo, soprattutto se è scomodo…”

Lo apre, lo chiude. P. 28.

Indizi a sostegno di una certa corrispondenza tra io narrante e autrice reale ve ne sono disseminati tra le pagine e validati da dichiarazioni della stessa Gamberale, in gravidanza durante la stesura del testo, madre effettiva al termine dello stesso.

Delegare i personaggi del proprio romanzo come portatori delle proprie angosce, può essere una modalità per deresponsabilizzarsi, o forse è un espediente con cui si declina il proprio io tormentato in altri “sé” da guardare di traverso e rimproverare – o carezzare con benevolenza.

Che l’epilogo del romanzo ci consegni una protagonista-madre definitivamente congedatasi dall’ossessione dell’abbandono e finalmente capace di lacerare i sipari che la schermano dal proprio IO, è più una deduzione, che una certezza.

Maria Bucolo