Cataldo e il giallo come rappresentazione della realtà sociale moderna. Intervista allo scrittore.

Un lettore di Bertrand Russell prima, un giurista appassionato di Sciascia dopo, uno scrittore di romanzi gialli alla Durrenmatt oggi. Questo il profilo di Gaetano Cataldo che emerge dalla breve ma intensa intervista rilasciatami qualche giorno fa. Eppure c’è molto di più in questo magistrato siciliano che ama spostarsi in bicicletta come Pasolini e adora il gorgonzola come Gadda. Come direbbe lui stesso, al lettore l’ultima parola.

Intervista di Daniela Saitta

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1)    Gaetano Cataldo, magistrato, scrittore e sicuramente grande lettore. Cosa leggeva il Gaetano adolescente? Hai avuto anche tu i tuoi “maestri”?

L’adolescenza è l’età del primo amore, e il mio primo amore non è stata la letteratura, ma la filosofia. Ed è stato un amore così esclusivo che mi ha tenuto lontano dalla letteratura per molto tempo. Se vuoi, ti racconto com’è andata.
Fino al liceo, tolti forse i gialli Mondadori, non andavo oltre i libri di scuola, i libri, intendo, che questo o quel professore ci indicava, in un modo o nell’altro, come libri da leggere, tutti libri che, con più fatica, ho finito col rileggere molto tempo più avanti. Niente di più lontano da me, dunque, che l’immagine del lettore per diletto. Il diletto a quel tempo era tutto altrove, lo sport principalmente. Anzi, i momenti dedicati alla lettura, oltre quella di cui ti ho detto, erano probabilmente i momenti di noia, di inerzia. Sciascia diceva che l’uomo è già fatto a dieci anni, e così mi spiego il fatto che ancora oggi, se faccio un’analisi obiettiva, i momenti di più intensa lettura coincidono sempre con periodi di riflusso, di stanca diciamo. Ad ogni, modo, con il liceo comincia pure lo studio della filosofia: quest’oggetto misterioso. Qui arriva il colpo di scena: mio padre mi passa, senza dirmi quasi nulla, così come si passa un Bignami o qualcosa del genere, il primo di quattro volumetti, Pocket delle edizioni Longanesi, di un certo filosofo inglese che, a detta di mio padre, aveva il dono della chiarezza. Colpo di scena e colpo di fulmine pure, sia per quel filosofo, che, come avrai capito, era Bertrand Russell, che per la filosofia stessa.
E fu anche un colpo fortunato, poiché lo stesso libro, letto prima o dopo, sicuramente avrebbe lasciato in me un’impronta assai meno profonda. A me è invece è toccata la fortuna di accompagnare lo studio della storia della filosofia, durante i tre anni del liceo, passo passo con la lettura della Storia della filosofia occidentale di Bertrand Russell. Ovviamente, poiché l’appetito vien mangiando, ho letto pure, dello stesso grande autore, tutto quel che c’era da leggere, La storia delle idee del secolo XIX, Matrimonio e morale, Perché non sono cristiano, tanto per citarne alcuni. Per strada mi sono appassionato alla filosofia della scienza e a quella del linguaggio, Wittgenstein, Popper, e altri. Insomma, il giovane Cataldo cercava risposte rapide e sicure, e la letteratura non rientrava nei programmi.

2)    Ci sarà stato un momento nella tua vita in cui avrai sentito il bisogno di provare a stare dall’altro lato. Come è avvenuto il passaggio da lettore a scrittore?

Per rispondere a questa domanda devo raccontarti pure come sono arrivato alla letteratura, il che, poi, per me significa spiegarti come da Bertrand Russell sono arrivato a Leonardo Sciascia.
Dopo il liceo ho scelto di iscrivermi in giurisprudenza. L’idea era quella di coniugare i miei interessi per la filosofia del linguaggio con uno studio che desse sbocchi professionali non aleatori. Ebbene, ad un certo punto del percorso universitario, mi capita di aprire questo libretto rosso, edizioni Adelphi, in cui Sciascia – che conoscevo solo come l’autore del Giorno della Civetta, lettura scolastica di cui non conservavo un gran ricordo – attacca col suo “ ‘Lei sa come la penso’, perfetto cominciare di chi non si sa come la pensa, se la pensa, e se pensa”. In breve, ecco il secondo colpo di fulmine. Di lì in poi posso dire che non faccio altro che seguire le piste indicate da Sciascia. Anatole France, Stendhal, Montaigne, lo stesso Manzoni, Pirandello, Brancati, De Roberto fino ad arrivare a Savinio … a Pasolini a Calvino, a tanti altri. Sciascia è stato un grande scrittore anche per questo: ha dato voce ad autori o dimenticati dal nostro sistema scolastico, o proposti in termini tali da riuscire sgraditi, in definitiva antipatici. Ma veniamo al motivo per cui, ad un certo punto, ho cominciato a scrivere. Il motivo è abbastanza semplice: mi è venuta in mente una trama per un giallo e ho provato metterla giù per iscritto, alla Sciascia, ovviamente.

3)    Chesterton, nel 1901, scriveva del romanzo poliziesco come “la prima e unica forma di letteratura popolare che esprima, in qualche modo, la poesia della vita moderna”. La tua opera prima, “Le reti di Quadri”, lo si può definire un giallo. Perché questa scelta?

In parte ti ho già risposto, avevo una trama in testa e l’ho messa giù. Però, in realtà la cosa è un po’ più complicata.
C’entra ancora Leonardo Sciascia, e, diciamo, più in generale, quel che il genere del romanzo giallo è diventato dopo autori come Sciascia, Durrenmatt, e direi pure Borges insieme con Bioy Casares, e da ultimo, rimanendo da quelle parti, Pablo De Santis, ma forse già prima con Simenon.
Il genere si è come espanso. Non si ha più una narrazione per così dire “enigmistica”, ma l’enigma, l’intreccio, la suspense, diventano solo gli ingredienti per una narrazione che mira sempre altrove. Ecco: con le Reti di Quadri, la mia idea era di offrire una rappresentazione non edulcorata del sistema giudiziario, principalmente, e, in collegamento, della realtà siciliana, almeno quella a me più vicina. Con ciò tuttavia non voglio escludere che il libro non abbia le carte in regola per rientrare a pieno titolo pure nello schema più classico del giallo. Anzi, quanto a questo, mi piace sempre ricordare che, secondo la migliore tradizione del genere, la soluzione dell’omicidio arriva precisa e arriva proprio all’ultima pagina, all’ultima frase del libro.

4)    “Ogni società genera il tipo di impostura che più le si addice” è la grande metafora del tuo secondo romanzo, “Il Caso Bi”. – Siamo già “fuori reti”. Cosa succede?

Il Caso Bi ha le stesse coordinate delle Reti di Quadri, l’unica differenza è che qui manca l’omicidio, il cadavere insomma. Per il resto, l’idea è la stessa di prima: c’è, o almeno spero che ci sia, l’intreccio e la suspense; e c’è pure il “fine altro” cui punta la narrazione. In questo caso, il fine non è la realtà siciliana, né il mondo giudiziario, chiamiamolo così, in questo libro il fine è la realtà italiana: la società italiana, con, da una parte, come si dice, i governati, e dall’altra i governanti, passando per il filtro dei mezzi di comunicazione. Come nelle Reti, anche nel Caso Bi, creata la scena e dipinti i personaggi, sono stati loro a muoversi secondo il loro modo di essere. Ciascuno ha fatto coerentemente la sua parte. A me non è rimasto altro da fare che raccontare come andava a finire. Per il Caso Bi, il quesito di fondo, il fine “altro” della narrazione in forma gialla, secondo quello che abbiamo detto, era di capire se i governati fossero meglio dei governanti o viceversa. Al lettore ovviamente spetta l’ultima parola.

5)    Cosa ferve in laboratorio?

Su questa domanda faccio esercizio di reticenza. Dico solo questo: qualcosa ferve; l’idea è sempre la stessa: un giallo, nel senso che ho tentato di spiegare, pure questa volta nessun cadavere; l’occasione, per me, di esplorare tutto un mondo, con, in fondo alla storia, l’ultima parola lasciata al lettore per dire come stanno le cose.

 

 

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