L’età leggendaria (2)

IIa puntata

(Continuazione*)

 

Il fuoco gli aveva lasciato la carne come scorticata, in parte rossa e lucida, in parte raggrinzita, nelle braccia e nelle gambe, e quel piede quasi privo di dita e piegato in dentro, destinato a strascinarsi ormai sempre a quel modo.
Ma il particolare più notevole era la sua mano sinistra. Essa appariva grande, paonazza, accartocciata, sembrava avere imprigionato in sé per sempre i rimasugli di quella lontana sciagura. In cima al palmo erano rimasti accenni di dita, come germogli subito arrestatisi di una pala di ficodindia. Pareva, a noi ragazzi, quando la contemplavamo, nei riposi in cui la pigrizia attonita di quell’essere la esibiva inerte, come dimentico di essa, un oggetto da leggenda. Essa ci sembrava potesse avere, nel segreto, rapporti incogniti con le intimità delle streghe, delle bestie, con le immondizie fumanti nelle stalle, col cuore delle piante velenose, delle spine.
L’uomo appariva come una pura creatura elementare, un mero essere naturale, sempre chiuso in se stesso, e come immerso in non si sa quale oscuro, occulto sogno, che lo teneva prigioniero nel suo mondo.
Perciò i ragazzi lo tormentavano spesso con le loro vessazioni. Lo pungevano malamente con qualche oggetto capace di infliggere anche forte dolore e gli scappavano davanti. Egli faceva dietro la fuga di quegli insolenti una breve corsa goffa, sgraziata, saltellante, da uccello zoppo impossibilitato a raggiungere gli inseguiti, che fermatiglisi ora davanti a una certa distanza sghignazzavano, mentre lui si disperava vanamente nella sua ira impotente. Dalla sua bocca usciva allora una voce strana, spaesata, come costretta suo malgrado a emanare da un fondo remoto dopo aver attraversato incalcolabili zone di oscurità, e sembrava lo spento rumore d’un bidone vuoto scalciato dai ragazzi sulla strada.
Gli anziani raccontavano di un suo consimile più arcaico, già morto al tempo di noi bambini di allora.
Si chiamava Pasquale Chiùrchiura. In paese appariva solo di rado; era, a quanto dicevano, quasi esclusivamente un essere dei campi, uno che solo lì poteva risiedere, come un esiliato di natura.
Lo si poteva vedere presso i pagliai, le stalle, le vecchie case diroccate, sui guadi dei fiumi, sotto i ponti, vicino ai canneti. Un’esistenza più vicina a quella delle bestie che a quella degli uomini.
Raccontavano che il colmo del suo godimento era quando trovava nei valloni la carogna di qualche animale. Allora strappava un grosso pezzo di quella carne, una mascella, una coscia, una spalla, spesso già prossima alla putrefazione, e brandendo quel trofeo, tra gli avidi morsi dati ad esso, ballava, levava il suo giubilo fatto di strani grugniti cadenzati.
Ma quella che sembrava allora incarnare maggiormente l’essenza arcaica del paese era la Vecchia Nicolina.
Non la vedevamo mai. Nessuno sapeva bene che età avesse, e forse nemmeno lei, poiché ne aveva perso il conto. O, come raccontavano, i suoi stessi genitori, a suo tempo, non gliel’avevano saputa indicare, perché si confondevano fra i tanti componenti della tribù innumerevole dei figli e nipoti.
Si diceva che probabilmente avesse superato da tempo imprecisato i cent’anni. E da un certo punto in poi era come se essi non scorressero più per lei, o se ne fossero dimenticati; quasi che, oltrepassata una certa soglia oltre la quale la maggior parte non vanno, il tempo non esercitasse più nei suoi confronti le sue leggi, e lei potesse durare così chissà fino a quando, e la fine sarebbe giunta, del tutto casuale, allorché nessuno oramai se la sarebbe più aspettata.
Nelle dicerie che circolavano fra di noi bambini lei era un essere fra il magico e l’animalesco. Si diceva infatti che s’intendesse con le bestie: ci parlava, capiva il loro mondo, sapeva scrutare dentro i loro occhi, penetrare nel mistero di quella specie di malinconia chiusa in loro, alludente, a volte sembrerebbe, a chissà quale occulto senso delle cose.
Facevamo racconti balordi di suoi presunti accoppiamenti, in passato, con asini, cani, buoi, montoni, altre bestie, sotto i ponti, in pagliai, stalle, fratte, valloni regno solo di capre, di serpi, di rapaci, di streghe.
E da quegli accoppiamenti – si diceva – le erano nati (anche se subito dopo erano morti) dei figli mostruosi. Uno con una testa marrone da bue, dove facevano forte impressione i due enormi occhi, attraverso cui, dalle pupille fisse, sembrava affacciarsi e voler parlare proprio l’anima mansueta di quell’animale. E un altro con in testa, fatto di scura carne, uno strano cappuccio da monaco.
Ripetevamo anche la diceria secondo cui la Vecchia faceva i suoi bisogni in un piatto, e poi li rimangiava, come fanno certe bestie, o quelle che divorano le carogne, o i figli appena nati.
Un mattino di incerta stagione, mentre un leggero vento sembrava rendere fluido e irreale il paesaggio, la scorgemmo un attimo, in lontananza, mentre attraversava una strada, e quasi non eravamo sicuri, quando sparì, se si trattasse di persona reale o fantasma.
Finché un giorno, finalmente, la vedemmo da vicino. Stava seduta sul gradino di pietra di una porta.
Dio, come gli anni avevano tramato di segni infiniti il suo volto. Come i rimasugli innumerevoli di una scrittura di cui s’è persa la chiave d’interpretazione, più arcana dei geroglifici d’un mondo perduto. E ogni linea era come un solco addentrato nella pelle quasi fino alle ossa. Enigmatica, incalcolabile descrizione di giorni remoti, di ansie perdute.
E tutto, oramai, era irrimediabilmente passato, non ci sarebbe stato mai più. Anche i tanti dolori sofferti: che cos’erano più? Come non fossero mai esistiti: cosa profondamente vana, come tutto il resto.
Un assedio spietato circondava le fosse profonde degli occhi, che insieme al grande incavo delle guance, sembravano accogliere presaghe il precipizio dell’ombra che incalzava da ogni parte, invadeva ogni più intima fibra della donna (e da sempre la insidiava: fin da quando era nata, anche quando era nella piena luce dell’adolescenza e della giovinezza, via via lungo tutta la sequela delle ore, dei giorni, degli anni).
E il vuoto degli anni scomparsi per sempre sembrava confondersi con quello in cui la donna stava per entrare, definitivamente.
Nondimeno, intorno alla bocca le parole fluite durante tutta una vita sembravano aver lasciato incalcolabili residui della loro vecchia schiuma, il loro ossido non limabile.
Noi allora provocammo la Vecchia a parlare. E con ciò lei parve perdere in parte quel che di leggendario sembrava possedere. Essa rideva, dal fondo dei suoi occhi e della sua bocca sdentata, scherzava, cosciente di sorprenderci col mostrare di conoscere anche fatti recenti, di sapere chi eravamo tanti di noi, e chi erano e che cosa avevano fatto i nostri genitori, anche le loro birbanterie di bambini (come diceva) magari uguali a quelle che ora essi rimproveravano a noi.
Quell’allegria della sua voce, dunque, cacciava via tanti fantasmi oscuri che avevano costituito per noi, fino a quel momento, il suo corredo inscindibile, e la riportava nella normalità della vita di tutti.
Ma tra una frase filata e l’altra s’interponevano lunghi momenti di silenzio, in cui la donna sembrava pensare a cose molto lontane, rimaste oltre la grande scala dei giorni che aveva salito, ormai per sempre irrecuperabili.
E insieme, prossima all’aldilà, pareva, in quei silenzi, mettersi in segreto contatto con esso, indugiare nella sua visione, auscultare.
E quando tornava a parlare sembrava portare di là un’occulta notizia, a sua insaputa.
Ma per lo più non era niente di cupo, o di troppo austero; appariva anzi leggero, perfino allegro; e come prossimo, a portata di mano, facilmente rinvenibile appena oltre una certa linea di aria e di luce.
La Vecchia sembrava passare e ripassare agevolmente, con estrema naturalezza, al di là e al di qua di quella linea, alternando momenti di trasognatezza, di silenzio, ad altri ilari, ciarlieri, in cui non si capiva che cosa le sembrasse più comico e naturale, se il di qua o il di .
E pareva strano, allora, che spento a un certo punto quel corpo ormai così lieve, da quel momento in poi non sarebbe stato più possibile alla donna quella sorta di andirivieni svagato e quasi divertito che adesso sembrava fare così facilmente fra l’una e l’altra parte.
In effetti, dopo questo incontro essa svanì per noi definitivamente nel suo mistero. Non la vedemmo più. Era arrivato, dunque, quel momento, in cui essa aveva oltrepassato una volta per tutte quel confine, talmente inesorabile da non permetterle mai più l’eventualità di un ritorno, per tutti i millenni e millenni che si sarebbero d’ora in poi accumulati alle spalle della sua scomparsa.
Passate le generazioni paesane che l’avevano conosciuta, passata la generazione di noi bambini d’allora, nome e storia della Vecchia sarebbero probabilmente spariti del tutto, niente più sarebbe rimasto di essa.
Chissà quante esistenze simili alla sua (tuttavia unica e irripetibile), saranno trascorse così, leggende del loro tempo svanite poi definitivamente nel nulla.
E tuttavia, a volte, nei paesi, nelle campagne intorno, sui bordi erbosi delle strade appena mossi dal vento, non sembra di poter cogliere, in un passaggio silenzioso e lieve, qualcosa di quelle trascorse esistenze, della loro leggenda, dei tanti fatti, delle stagioni svanite per sempre

Nella parte alta                              

Dalla parte alta del paese si può dire che non ci fosse vera uscita. Di là si andava verso i monti, non verso il mondo. C’erano in essa le due Chiese e il Convento e, appena oltre il confine superiore delle case, il Cimitero, che da lontano sembrava anch’esso un quieto paese. Tramite silenzioso con l’aldilà, che occultamente mi sembrava stesse appostato dietro, pacificamente, come a osservare e attendere, tutto il tempo.
Oltre il Cimitero c’erano da un lato la Serra Castagni e dall’altro il Bosco. Nella Serra Castagni, a mezza costa, si ergeva la chiesetta di san Marco, dove si andava una volta all’anno, in estate, in pellegrinaggio. Era una vecchia tradizione, la cui origine risaliva a un tempo imprecisato. Perciò, benché la chiesetta fosse abbastanza vicina alle ultime case, un po’ più in alto, poiché tuttavia vi si andava solo in quella occasione era come se essa si trovasse a tale distanza che per arrivarci si dovesse impiegare un tempo dalle dimensioni imprecisate, e diretto verso il passato, verso il mistero di un’altra epoca, quasi si andasse, mettiamo, a un pellegrinaggio del Medioevo.
E non si sapeva quando fosse nata anche la curiosa usanza dei ragazzi, così poco consona alla devozione religiosa, di scavare lungo il tragitto dove quel pellegrinaggio si svolgeva delle buche-trabocchetto che essi riempivano di sporcizie e camuffavano con una fragile copertura di terra ed erbe, per il piacere di vedere qualche signorina affondarvi le gambe e tirarle poi fuori imbrattate, e godersi con divertimento il suo disagio.
Poi andavano alla ricerca di piante di liquirizia, che nella zona crescevano, e trovatane qualcuna, ne masticavano a lungo qualche pezzo di radice, degustandone a fondo l’essenza.
La strada aveva tratti con pozzanghere, che in estate seccavano e si screpolavano al sole. Si potevano vedere qua e là scarabei soggiornare a bell’agio sulle defecazioni riversate dai deretani incrostati e laidi delle vacche, e con quel materiale fabbricare alacremente quelle perfette pallottole nerastre così importanti per la loro esistenza.

(Continua nel prossimo numero di Lunarionuovo)

 

La prima puntata di L’età leggendaria, romanzo di Salvatore Bongiovanni è stata pubblicata nel numero scorso di Lunarionuovo)