Le giumente di Saul

Propongo il mio contributo all’interessante invito di Antonio Leotta, con una riflessione che percorre la tangente rispetto al quesito sulle trasposizioni. E aggiungendo  ringraziamenti per l’occasione che il poeta  e l’amico intellettuale ha offerto –  si spera non a pochi – di andare alla ricerche delle giumente, come quella volta Saul.

Quando Saul, rientrato precipitosamente dalle sue consuete peregrinazioni per il mondo,  venne a conoscenza delle disposizioni testamentarie del padre, non si dispose subito all’obbedienza rispettosa della volontà paterna. Egli nulla conosceva delle attività e dei possedimenti del genitore, perché fin da bambino si era dedicato a soddisfare le proprie curiosità, appagandole con il viaggiare, potendoselo permettere grazie alle risorse economiche  che la famiglia era pronta a elargirgli in qualsiasi misura. Nel testamento altro non c’era scritto che un lascito di alcune giumente, e l’espresso consiglio di rintracciarle.

È stato così che Saul, quando decise di onorare l’estrema volontà del padre e darsi a cercare le ereditate giumente, venne a conoscenza delle tante proprietà automaticamente sue, anche se non citate nel testamento. Insomma partito per cercare alcune giumente si scoprì erede di immense ricchezze e proprietario di sterminate estensioni di terreni.

La parabola di Saul – chissà per quale subliminale suggerimento – mi è venuta in mente leggendo la proposta del poeta (docente di economia nell’Università di Catania) Antonio Leotta. Si parte per esprimere un parere sul trasporre in arte e letteratura e si incontra un coinvolgente universo di occasioni a loro volta proteiformi perché caratterizzate da margini dilatabili a misura di esperienze ed estrazioni culturali individuali. Già sulla condizione Spazio-Tempo e sulla contestuale indagine propositiva che coinvolge l’incontro virtuale di arti diverse sulla base della godibile  fruizione basata su ascolto-visibilità-emozione, si apre su temi che spaziano dalla memoria di Mōbius e del “nastro” legato al suo patronimico, al rapporto banalissimo assegnato alla colonna sonora nei film, o alla consuetudine, non sempre gradevole a tutti, delle letture accompagnate da musica o da video. Ma non solo: se si pone attenzione alla norma pratica del versare il testo letterario di una poesia o di un racconto in lingua diversa da quella originaria. Argomento di non trascurabile incisività anche se qui fuori tema rispetto al lancio di Antonio Leotta.

Insomma si parte mugugnando sui significati di trasposizione che possono vertere persino in direzione di scienza anatomica, scavalcando toto coelo l’accezione da legare alla poesia, alla musica o all’arte figurativa e si ammutolisce a fronte di una voragine segnata da varianti segnali di direzione. Un primo punto di sosta per capire che le giumente sono l’aspetto meno importante o, forse meglio: la trappola tesa per il ricercatore che si trova a esplorare un territorio talmente ricco di sorprese da lasciare intendere quante possibilità di interpretazioni cela. Quasi un momento dalla cui vastità distrarsi fino ad alludervi andando per le sue possibili tangenti.

2 – Non sia da trascurare l’impatto del significante “trasposizioni” con le didascalie che variano nell’intercettarne  accezioni. Nei dizionari comuni troviamo che si tratta di operazione di sollevare e spostare, atto ed effetto del trasporre, secondo le varie accezioni del verbo da cui il sostantivo deriva, che sono: in anatomia l’anormale disposizione dei visceri; in chimica organica lo spostamento di atomi all’interno delle molecole di una sostanza, in modo da derivarne un nuovo elemento con caratteristiche differenti. La voce deriva dal verbo italiano trasporre  ma sul modello del francese transposition, da transposer. Trasposition è poi voce omografa e omofona nell’inglese e nel tedesco.   Chicca può essere la didascalia che vi appone Nicola Abbagnano nel suo Dizionario filosofico a pag. 688: “Trasposizione.  Così è detto un teorema del calcolo proposizionale  per il quale da << se p , allora q>> si può intendere <<non q, dunque non p>>. (Cfr. In Nicola Abbagnano -Dizionario di filosofia aggiornato e ampliato da Giovanni Fornero, Vol. 12 – Gruppo ed.L’Espresso, 2006).  Ed ecco, a parte il “teorema” qui riportato del noto filosofo, l’aggiornamento sulle accezioni ordinarie per trasposizione, in materia di arti creative (Musica, Poesia, Pittura … ) come la leggiamo nella proposta di Antonio Leotta:

” Per “trasposizioni” intendo gli accostamenti “diacronici” tra due forme espressive, che vengono così “fruite” in diversi momenti di tempo. Si propone così l’ascolto di un brano musicale, e solo dopo quello di un testo poetico, o viceversa. In questo modo si supera il rischio di “prevaricazioni” di una forma sull’altra. Le trasposizioni possono avere anche una funzione creativa, laddove facilitano la genesi di un testo poetico da un brano musicale e viceversa. Gli esempi nella storia dell’arte sono numerosissimi.

Mi sembra che le trasposizioni possano essere agevolate dagli strumenti multimediali propri di un sito web, dove è possibile “postare” un testo letterario e un file audio o multimediale. Il visitatore potrà seguire un “percorso” suggerito o anche libero, ma pur sempre un percorso che presume una fruizione seriale, e non contemporanea, di diverse forme espressive accomunate da un medesimo tema. Attraverso le trasposizioni, un sito web potrebbe promuovere la creatività dei propri visitatori e utenti, proponendo la composizione di testi poetici o letterari in genere che nascano dalla trasposizione di disegni o forme figurative in genere, ma anche viceversa. Le trasposizioni possono costituire così non solo la materia prima di percorsi da visitare ma anche di percorsi da creare insieme, rendendo quel sito web un laboratorio condiviso.”

3 – Tornando all’intenzione qui prima espressa del tentativo di andare per la tangente, mi sovviene  di anni oramai lontani,  e come esempio impertinente/pertinente (in stile Abbagnano) il ricordo di intere sale cinematografiche di spettatori in lacrime nel seguire la proiezione della versione cinematografica  de Il dottor Zivago, lacrime cui si aggiungeva qualche maltrattenuto singhiozzo  in coincidenza con il momento in cui la colonna sonora aggiungeva alle immagini il passaggio musicale struggente e le parole come dal testo letterario della locuzione “Dove non so ma un posto ci sarà …” . O la conferma che ne ho ricavato in altra occasione, quella di Luci della ribalta e della sua colonna sonora, quando la musica coniuga le parole allo scorrere delle immagini amplificando e moltiplicandone il messaggio per la tensione emotiva dello spettatore: “Nei miei sogni ancor ti rivedrò, dove tu sarai con te sarò”.

Qui non si pretende certo di eleggere il passato (impertinente) delle oscillazioni del gusto e delle emozioni che trasmette uno spettacolo o l’ascolto di una musica seguendo simultaneamente le parole, con l’attualità epocale mutata e incline a ben altre provocazioni dell’arte scenica e/o musicale. Ma si vuole indicare (impertinentemente = andando per la tangente) un luogo dove nell’intercettare una della giumente Saul scopre ulteriori dimensioni, nelle quali i contenuti esigono altre attenzioni verso altri significati. Insomma, nel procedere non si potrà capire a salto di cavallo se Saul possa pronunciarsi a favore delle proprietà delle giumente o del valore di quanto il pretesto impostogli di cercarle gli abbia rivelato e procurato. Cioè un intero mondo, a sua volta degno di attenzioni a parte, un mondo dove le giumente non hanno più alcun significato merceologico perché ubi major minor cessat per il caso proprio di una acquisizione di lasciti.

Con altre parole si potrebbe appagare l’ansia del distinguere e poter precisare con l’appagamento di una semplice approssimazione, intanto che l’occasione delle giumente da cercare e trovare ci ha sicuramente offerto il destro per un dialogo con noi stessi e le nostre passioni , i nostri hobby (che nel plurale inglese sono hobbies e nell’italiano, chissà per qual mistero, restano hobby, al singolare della lingua da cui il significante è stato pur copiato; giumente filologiche da trovare?) segreti o palesi, utili o di mero svago. Opinabili e quasi sempre dipendenti dalle oscillazioni del gusto personale, del genere che fa spesso sentire contrariato chi assiste e vuol gustare un recital di poesia accompagnata da sottofondi (o sovrapposizioni) musicali che altri, a partire da chi ha ordinato l’evento, gradiscono al massimo. Ma non andiamo fuori tema. La proposta di Antonio Leotta merita approfondimenti  seri, come tutte le volte che una mano alzata simboleggia ricerca di verità, inducendo quasi sempre a raggiungere qualche approssimazione alla meta cui si ambisce.

 

 

 

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