Quando muti questi occhi all’altrui cuore (l’addio di Luigia Ferro, ovvero: rifiuto al dì della festa)

 

Continua il rinvio a quanto è qui espresso nell’ulteriore significato dell’editoriale di Ludi Rector, col dire altrimenti, e con due riflessioni a sfondo letterario, come forse gradirà l’aura, in quanto impronta spirituale vissuta e lasciata da Luigia Ferro, negli ambiti delle sue frequentazioni. E oltre. L’aura-impronta che si impone perenne, fino a che la memoria di chi rimane continuerà a farsene testimonianza.

Quando abbiamo fatto pubblicare, in cento copie, la plaquette di poesie opera prima di Lùigia Ferro, “Micropsichia” non possiamo escludere di esserne stati determinati dall’aver colto nella densa-intensa manifestazione di sensibilità e ricerca evidente nel corpus della stessa sofferta silloge, un incisivo segnale equivalente a un convenzionale My Day. Una cifrata richiesta di soccorso. Forse anche per questa intuizione non abbiamo esitato a suggerirne tempestiva edizione. L’evento culturale seguito alla pubblicazione ci diede, in sede di presentazione in un memorabile quanto inefficace pomeriggio a Gela, qualche conferma su quanto avevamo intuito. Ma l’esperienza circa gli approcci del pubblico alla Poesia ci ha invero insegnato che essa, la poesia, appunto, coinvolge solo gli addetti. Né si conoscono eccezioni degne di essere citate, nemmeno con riferimenti ad Autori di lungo corso. Né il caso di Luigia, poeta, ritengo abbia sofferto di contingenze effimere.

Ma chi era Luigia Ferro in quei giorni (come sempre) se non una dimostrazione di bellezza e fervore incessante? Un fervore che oltre a manifestarsi attraverso l’ operatività culturale e dello studio, eccelleva nella ricerca spirituale. Una ricerca che aveva per denominatore il duolo della vita. Luigia-Pathos. Per un contributo che potrà agevolare medie approssimazioni al dramma interiore di Lù potrebbe dunque non essere del tutto fuori luogo ripercorrere i due momenti leopardiani di forte riflessione che tutti abbiamo letto ne “Il passero solitario” e in “La quiete dopo la tempesta”. Un comune denominatore su cui la sensibilità di Luigia Ferro potrebbe verosimilmente avere edificato il proprio mondo di intense vibratilità subliminali, può essere stato lo sgomento, mano a mano crescente, che lei provava percorrendo le proprie ricerche spirituali, in qualche modo esoteriche, per dire metafisiche, fino a raggiungere nella emotiva immedesimazione una forma di estasi mistica esaltante. Estasi, subito frustrata allorché contrapposta al genere di delusione esistenziale enunciato nel leopardiano “ (…) Gioia vana, ch’è frutto / del passato timore, onde si scosse / e paventò la morte / chi la vita abborria (…)”. Anche se è qui, nel verbo finale che Leopardi non soccorre più perché, noi sappiamo che Luigia non aborriva la vita di cui era svaporante, se mai la solitudine e forse le incomprensioni del: “Quando muti questi occhi all’altrui cuore / e lor fia vuoto il mondo e il dì futuro”. E fino all’eroismo di superare, con fermezza, a ciglio asciutto, quello che il Recanatese di tre secoli fa non aveva avuto il coraggio di superare: “A me se di vecchiezza la disperata soglia evitar non impetro”.
E tanto più s’avvalorerà l’eroismo nel cupio dissolvi di Luigia Ferro quanto obiettivamente si terrà conto della giovanissima età della poetessa di Gela, che se un rifiuto ha ostentato esso è quello diretto proprio al “dopo” della “Stagion lieta”, avendo scelto di dover preferire il fascino della “vigilia del dì di festa”. Il “sabato”, nel cui ambito la poetessa pensosa e fuggitiva ha deciso di rimanere con se stessa, con le conclusioni cui era giunta con le sue ricerche e le sue personali intuizioni spirituali.

Un amaro dubbio però ugualmente resta, a chi non può dimenticare la vitalità e le istanze progettuali di Luigia Ferro, quello delle medicine ansiolitiche (se ci sono state) capaci di accelerare imprevedibilmente sulle ansie, quando, chi ne è paziente in cura, se ne stacchi per ripudiarne gli effetti ottundenti, indesiderati dalla propria indole creativa. Ma è una prospettiva che ci si rifiuta di invocare nel momento di ricordare chi abbiamo stimato e voluto bene, e che non avevamo esitato a immaginare in dimensioni future di conferma, rispetto alle intuizione che si trasformavano in previsioni di luminose aspettative. Quelle luminose aspettative che sarebbero state il “dì di festa”, foriero di “tristezza e noia” rispetto alla dolcezza della vigilia, nel cui giovane mondo di sogni Luigia Ferro ha voluto coerentemente rimanere.

 

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