La ‘luna di visioni’ di Giovanni Torres La Torre

Luna che legge…

Giovanni Torres La Torre

Il poeta Giovanni Torres La Torre

“Inquieta, a piedi nudi / si avventura una luna di cera / e nelle ombre delle porte / bussa cercando riparo” scrive Giovanni Torres La Torre in Luna visionaria: “Luna visionaria / di Miguel de Cervantes / […] / Luna nelle notti delle civette / […] / Luna dei nidi nascosti tra le chiome dei boschi / […] / luna dell’umanità dolente. / Tragica luna nelle chiese delle preghiere / […] / Luna dello sconforto / ai cancelli delle fabbriche / […] / Spalancata al dolore oh luna desolata / […] / Oh luna luna del rimpianto / […] / Luna che legge storie di antichissime scritture / […] / luna calante nel respiro che si perde a capo chino./ […] / Luna delle favole delle madri […] / luna dei naviganti e dei ladri notturni/ […] / luna che piange […] / luna dolente e solitaria / […] / Luna della passione […] / luna delle lontananze / […] / Luna che cammina da pallore a pallore/ […] Luna del funesto chiarore”…

“È tutta colpa della luna, quando si avvicina troppo alla terra fa impazzire tutti” echeggia lo shakespeariano Otello nella seconda scena del quinto atto dell’omonima tragedia del bardo inglese: da qualcuno identificato col siciliano Michelangelo Florio nato a Messina il 23 aprile 1564 (stessa data di nascita di Shakespeare) e fuggito in Inghilterra perché perseguitato dall’Inquisizione… Soffre del male della luna, Otello; similmente al pirandelliano Batà (cfr. Male di luna, 1913) affetto da licantropia per avere trascorso troppo tempo sotto l’astro notturno impregnato della luce del sole…
La bianca luna è anche il ‘sole della notte’ del ‘carùso’ Ciàula evocato da Pirandello nel racconto Ciàula scopre la luna (1907), con Ciàula che non ha paura del buio fitto della miniera di zolfo dove consuma la propria vita, ma è inorridito dalla nera oscurità quando, a notte, emerge all’aperto e, guardando la luna, s’abbandona a un pianto senza nome.

 
Teatro di poesia

“O graziosa luna, io mi rammento” scrive Leopardi nel XIV dei Canti, quasi a introdurre la nostalgica luna di Federcico García Lorca cui si richiama Torres in questa sua raccolta dedicata al poeta spagnolo ucciso nel 1936 dagli scherani del dittatore Franco. È, quella del poeta di Capo d’Orlando, una ‘luna di visioni’ che fa pensare alla luna sempre diversa e sempre uguale dei poeti d’ogni tempo; alla luna ariostesca custode del senno perduto di Orlando Furioso, alla luna simbolo dell’eterno femminino, al ‘chiaro di luna’ avversato dal futurista Marinetti.
Luna estetica, luna poetica è invece, per il poeta, la luna “fosca di colori” come quella dei Cantos (1917-’62) di Pound.
Con, ancora, la chimerica luna di Campana e il “sorriso di un volto notturno” in ascolto dei versi ‘cantabili’ di Torres, scritti per l’orecchio ancor più che per l’occhio e secondo i modi di un’epopea popolare basata sulla compilazione di testi funzionali alla phoné semantiké. Tale la base della vocazione drammatica del ‘teatro di poesia’ e ‘arte vivente’ d’un autore che vuole rivolgersi a tutti ancorché refrattario a quel ristretto, concentrazionario ‘pubblico della poesia’ composto esclusivamente da poeti o presunti tali, cultori d’un verso estraniato dal senso.

 
Le voci dei maestri

Non limitandosi a chiudere in tacite scritture le proprie composizioni, Torres vuole rappresentarle con tutta immediatezza e in un’estrema varietà di modulazioni drammatico-visionarie.
Lo fa adottando un sistema espressivo (o ‘espressivistico’) necessariamente lineare nella sua chiarezza, richiamandosi alla necessità di operare per una letteratura d’impegno sociale e raccordandosi con le inobliabili voci dei maestri più vicini al suo cuore. Tra questi, i poeti civili e i simbolisti con Baudelaire, i surrealisti con Breton, e Campana e D’Annunzio. Insieme alle franche percussioni quasimodiane di versi come “Uccelli di misteriosi richiami” o “alle fronde dei giorni” del cruciale canto Alle fronde dei salici (in Giorno dopo giorno, 1947) che segna la fine del periodo ermetico non soltanto d’un Quasimodo.

 
Mélodies

Alfine la pallida Selene, “amorevole custode d’ogni sospiro” e grato referente di questo libro sincero e assorbito nella vita del mondo, s’intriga con le implacate dinamiche d’una testimonianza filtrata da peculiari toni lirici e dall’acribia implacata con cui da sempre l’autore connota la sua poesia, non senza concordarla con una cospicua produzione di narratore e artista figurativo.
Poesia di conio basilarmente naturalistico, quella di Torres: il cui verso libero, d’intonazione piana e riunito in una musicalità panica, giunge ad apparentasi anche con un Messiaen, il musicista e ornitologo francese affascinato dal canto degli uccelli, le cui Trois Mélodies (1930) risuonano nella poesia torresiana Quale voce: “Quale voce poteva rispondere / al brusio del bosco / se nessuna era estranea / alle Mélodies di Olivier Messiaen”.

 
Sentimento collettivo

Scritta per essere ‘riferita’ in pubblico ancor più che per essere consegnata alla muta o innocua lettura privata, questa silloge dell’implacata maturità torresiana nasce da un dettato divenuto sentimento collettivo e specchio d’un contesto che nel particolare include l’universale, mentre si rivolge allo spirito critico degli interlocutori e trasvaluta il solipsistico, balbettante frammentismo della poetica italiana di questi anni – spesso poetica in cenci élitari del ‘non dire’, rarefatto collage ora d’irrelate scaglie lessicali, ora d’improbabili filosofemi, aforismi o ‘pensierini’ spacciati per poetanti: ma nell’assenza di poesia.

 
“Tempo di poesia che non deve morire”

Un’opera in strenua tensione attivistica con un pizzico di raffrenata, spagnolesca magniloquenza, quella dell’autore; il cui palpitante dinamismo denuncia l’ansia di ricerca d’una unità conoscitiva identificata con la concreta vita personale, con la storia del nostro Paese e con un pensiero per le vicende della stessa Sicilia, ‘isola universale’ ciurmata dai distruttori della Terra, “maramaldi con teschio in fronte” e saccheggiatori esecrabili: “Maledette le vostre mani / che hanno incendiato le colline della vita / gli orizzonti lontani e i paesaggi della bellezza / […] / Siate maledetti a nome dei bambini che nasceranno”.
Nel nome d’un “tempo di poesia che non deve morire” o in virtù d’una scrittura che accentua la soggettività e vuol essere diretta testimonianza della visione d’un mondo da riscattare, il poeta coniuga il proprio pensiero critico con l’emozione pura dell’atto creativo mediante il quale la poesia s’identifica con l’esistenza e impetra di partecipare al cambiamento dello stato di cose.
Va peraltro rilevata la determinazione di Torres La Torre a porsi ben distante sia dalle chiusure nella mera ideologia, sia dall’evasione illusoria negli olimpi dell’arte per l’arte. Una spiccata coscienza della retorica adoperata, l’aspirazione alla concretezza, uno spiccato sentimento morale lo portano, così, a non separare mai il proprio linguaggio dall’immaginazione creatrice come dai fatti e dalle cose.

 

 

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