La poesia di Vittorio Stringi

stringiSe è vero che ogni contenuto cerca e incontra la sua forma più conveniente, nella poesia di Vittorio Stringi questo incontro, avvenuto nei suoi libri a molti livelli (concettuale, sintattico, stilistico), è soprattutto a livello ritmico, a livello cioè di quelle che costituiscono più peculiarmente le matrici convenzionali della poesia, ossia le articolazioni del significante testuale (metro, strofe, rime, assonanze), che merita di essere peso qui come punto di partenza per un approfondimento.
A costo di ripetere ciò che è stato già detto (in particolare, da Alcide Paolini), a me pare che sia utile partire proprio da questo: da una sottolineatura del suo aspetto prosodico, dal modo cioè in cui, tra misure, cadenze e accenti, si organizza e si modula il “messaggio” in testi che hanno di volta in volta un’andatura da componimenti antichi e popolari (ballata, “cantilena”, sirventese che siano), a seconda di situazioni e stati d’animo.
A seconda cioè di quello che vogliono esprimere e trasmettere, rivelando un’urgenza di testimoniare, attraverso testi che hanno nella loro pronunciabilità ad alta voce la loro forza, una visione della vita molto peculiare, tutt’altro che pacificata e compiaciuta (e come potrebbe?), uno sguardo fieramente disilluso e senza luce sulle cose e sugli eventi, che non sa intravedere e additare nessuna altra possibilità di redenzione e di salvezza se non nel bagliore di una catartica ekpìros

Ritmi da ballata, amara e disperata, cadenze da “cantilena”, andature salmodianti, riflessive, ammonitrici, in curve melodiche di vibrante incisività e forza comunicativa, che raggiungono soprattutto negli ultimi testi la loro più piena evidenza (penso a testi come Negli angoli e Il crudo inganno): le sue composizioni poetiche fanno volentieri ricorso a cadenze ora dolenti ora dolci ora percussive e incalzanti per dar voce a un discorso in cui trovi evidenza ed espressione un mondo di attese oltre il “deserto” e il silenzio, oltre il Male.
 
Ho usato a ragion veduta il termine discorso, che, nel suo senso più etimologico di ricerca e di riflessione, chiama in causa una verbalità dalla fluidità antilirica, movimenti concettuali di volta in volta concitati, satirici, didascalici o meditativi, che chiedono di essere fissati, di essere recepiti e ascoltati, condivisi nella loro necessità. Incurante di ogni lenocinio retorico, come di ogni studiato galateo metrico e stilistico, spoglio e nudo, senza debiti apparenti con la tradizione poetica, animato da intimo calore intellettuale e morale e appagato di un proprio peculiare visionarismo, apocalittico e oracolare: si dispiega come un lungo flusso poematico, che progressivamente si inspessisce, un turbine di parole energiche ed energetiche, tanta è l’unitarietà e omogeneità del suo assunto tematico solo casualmente suddiviso e spezzettato in lasse variamente intitolate e organizzate, la cui funzione a ben vedere sembra essere solo quella di far riprendere il fiato all’asmatica rincorsa dei pensieri.

Quale è questo assunto? L’idea dell’insensatezza e del vuoto della vita, della desolazione di un vivere “non-vivere”, da esorcizzare con la fede nella parola, con l’affermazione orgogliosa della sua salvifica insostituibilità. Un’idea, questa, che viene enunciata subito, in apertura, quasi come un leitmotiv, fin dai primi versi, e che costantemente ritorna, ribadita in molteplici variazioni fino alla fine dell’intera silloge, con tratti di drammatica tensione. “È nell’aria / il reale che / ristagna, senza / voce e / senza suono, / che ci coglie / tra mille trappole, / fuori / da ogni senso” (Come vedere): c’è bisogno d’altro per definire e comprendere un siffatto universo poetico?

Non voglio fare riferimenti troppo impegnativi, sul terreno di debiti più o meno significativi, ma pare davvero di dovervi cogliere echi disperati, di soffocante concretezza, da moderno Qohèlet o del Leopardi di certi passi dello Zibaldone (almeno al celebre “Io era spaventato nel trovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io mi sentiva come soffocare, considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla”). Ad ascoltare poi anche più attentamente, i suoi versi non possono dissimulare a lungo certi echi della tradizione più o meno recente, riconoscibili ancorché assimilati e rifusi nel proprio discorso in maniera personale: dal Pascoli, ad altri mostri sacri otto-novecenteschi (Pascoli, Ungaretti, Quasimodo, ma anche Luzi…).
Una sorta insomma di medioevale De contemptu mundi, di “disprezzo” di un mondo e di una vita, pronunciato sulla scena del contemporaneo, inteso come un “gioco di forme / vuote” (in Si stende sognante), in cui si scorgono pochi e sparuti segni di positività (“ogni singolo / è menzogna”, si denuncia senza mezzi termini in All’istante brucia) ma al cui riscatto morale ci si deve sentire responsabilmente impegnati tutti, costi quel costi, a contribuire.

È un impegno, questo, che, già proclamato ad esempio alle soglie del millennio (“Sarò presente / in questa notte / fonda, come un principe / schiavo in catene”, Cancellano le stelle, in I giorni dell’uomo, 2002), risuona ancora più forte in limine a questa nuova raccolta: “E si ripete / la nostra presenza e / la vita, / sotto il sole, e / non si spezza / la breve misura / che ci cinge” (E si ripete).

Nel segno di questo impegno, l’autore ribadisce, dunque, la propria vigile e virile “presenza” assieme a quella di quanti, pauci et amici, condividono la sua stessa sollecitudine, determinato a non lasciarsi condizionare dai limiti, dalla “breve misura”  della condizione umana, resistendo alle trappole della “nostalgia”, al rischio delle dimissioni, “nel forte duro / rimanere negli anni” (Passa e strilla).
Un messaggio in bottiglia, dunque, una denuncia e un monito: denuncia dell’impotenza e della sterilizzazione di ogni slancio ed impeto emozionale e morale; monito e allerta per il rischio di regressione e imbarbarimento che incombe sul presente della nostra civiltà, ma anche invito a non distogliere mente e cuore dagli ideali (“Penso / ad uno sguardo / che ho rivolto / all’immobile brillio / delle stelle, / all’ignoto profondo e / senza volto”, E si ripete).

È con questo “sguardo” rivolto alle stelle e “all’ignoto profondo e / senza volto”, che Stringi si avventura: oltre “il crudo inganno delle parole”, oltre una “storia senza anima”, resiste nel tempo la volontà di dar vita finalmente con la solidarietà all’”antica promessa”, al sogno di lottare per realizzare un “campo fiorito dove / dimora il lupo con l’agnello” ed è un impegno che ci trova tutti convinti ed appassionati sostenitori.

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