Il vizio della poesia (*)

«La letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non mi basta» scriveva Pessoa, quel Pessoa evocato nell’epigrafe di questo intrigante libretto di poesie, anche se attraverso l’eteronimo di Álvaro de Campos. Erica Donzella sembra che scriva proprio perché la vita non le basta, e le parole che scivolano dalla sua penna sono gettate sulla pagina a chiedere di allungare un po’ le dolci e amare passioni della sua esistenza, ad aspirare ancora un po’ il tabacco rullato dentro la sua ultima sigaretta. E stiamo dentro la metafora perché il fumo è certamente ‘oggetto’ poeticissimo, come ci dimostrano le U.S. di Zeno o del Vice di Sciascia, la prima sigaretta fumata dall’Agostino di Moravia o appunto i versi dell’Opiário e la Tabacaría di Pessoa/de Campos. Su questa correlazione stretta tra fumo, vizio del fumo e poesia si intesse tutta l’ultima raccolta di Donzella, il cui esordio si è consumato, del resto, all’insegna del fuoco (Pyro, 2012) a cui fa seguito ora, quasi per una inevitabile concatenazione di causa-effetto, il fumo di Lucky Strike.

lucky strikeIl tema del tabagismo incornicia e ritma la scansione dei componimenti suddividendoli in quattro sezioni, la cui partitura deriva tutta dalla trascrizione del bugiardino di una confezione di tabacco. Le avvertenze («La poesia può creare dipendenza: non iniziare»), che introducono il lettore nel percorso disegnato dai vari componimenti, suonano come messaggi d’allarme che segnalano il pericolo del contagio della poesia. In realtà, pare subito chiaro leggendo questi versi che la poesia è una questione di vita o di morte, che è la vera dedicataria di tutti i componimenti, dove il mezzo e il fine si confondono: poesia e vizio procedono di pari passo perché sono in fin dei conti la stessa cosa. Non una congiunzione ma una copula lega i due lemmi. Ma dietro la dichiarazione di tanta immediatezza si avverte subito la sapienza artigianale della costruzione, la dimestichezza con la musica interna e segreta delle parole, con le loro risonanze e i loro echi. Basti pensare a certi attacchi («Se non fosse il caso di disegnare arcobaleni sulla schiena della pioggia»; «Potessi chiamarmi tempesta»; «Tu non sai che ho in me sorriso e pianto») per capire come il dono della poesia sia il vero protagonista di questa silloge. Si tratta di un dono invocato nella prima sezione (Original Red) alla conclusione dello spettacolo della vita che continua appunto nella vita delle parole («Io mi fermo al sipario, / rosso della fine […] / È tempo di spogliare il canto»), e poi inseguito e ritrovato nella seconda (It’s Toasted).

Il senso del limite è continuamente in agguato, è il nemico contro il quale la parola ingaggia una battaglia mai definitiva. Un limite-confine che separa la voce del canto dai personaggi che si aggirano nelle stanze evocate da questi versi, avvolti si direbbe in una coltre di fumo. Se è evidente, infatti, la forza della poesia che si sprigiona da una così intensa e appassionata scelta di suoni, immagini e parole, il soggetto da cui proviene tale musica resta invece nascosto e fa capolino soltanto come un io impegnato soprattutto nella ricerca di se stesso («sono nata senza nome»; «io sono senza forma»). Si tratta di una ricerca al tempo stesso di sé e dell’altro, il cui fuggevole incontro accade soltanto per una stagione, in un momento che sembra racchiuso proprio al centro di questa silloge, nella terza sezione non a caso intitolata Sigillo salva anima: maneggiare con cura. È proprio in questi versi, infatti, che l’io sembra scoprirsi dichiarando a chiare lettere il limite della poesia e insieme la sua forza. L’incapacità di dare un nome all’amore («Non so dove sta la vita […] / Non so davvero, amore, / come chiamarti») e di superare il confine del proprio corpo per consegnarsi a quello dell’altro maturano di pari passo: «non so nuotare nell’abisso delle tue braccia, / sono due corde di carne che mi sfaldano, / sono due correnti d’amore che mi soffocano». Non a caso le due maschere attraverso le quali i volti dell’io e del tu si rivelano e si nascondono sono Euridice ed Orfeo; come quest’ultimo Donzella sa che la poesia si nutre dell’assenza («io sono innamorata dell’assenza») e forse solo dopo il voltafaccia, solo dopo aver vissuto l’«incubo della perdita della sua mano» (poco importa se questo avvenga solo in sogno) può riconoscere il proprio nome:

Io non so che aprirmi luce dopo luce,
schiudermi piccola in petali di niente,
io sono in un fior di campo e cinque lettere appassite:
Erica.

In altre parole è solo dopo l’incontro con l’altro, dopo l’idillio e lo strazio della passione, che l’io può dire il suo nome e riconoscere ogni verso come un «lembo stracciato di ». Le immagini di levità (fiamma, ombra, nuvola), che si trovano nell’ultima sezione (20 grammi) e con cui Erica Donzella si congeda dal lettore, sono l’approdo di questo breve percorso di formazione, rappresentano la fragile acquisizione di una fede nella parola alla prova con la vita, che non cede, non arretra, ma riconosce se stessa in quel poco o quel tanto che rimane, in quelle sillabe pronunciate e dimenticate, nella consapevolezza che all’altro non si può dare che poca cosa:

Tu non avrai di me che un solco, una parola e una cicatrice,
e quando levigandomi ruvida troverai vena pulsante,
sarò sangue e polvere da soffiare via.

Si è davvero a un passo dal toccare il peso dell’esistenza, quei 21 grammi che separano probabilmente la vita dalla morte, misterioso lascito di ogni storia d’amore.

 

 

(*)  Prefazione del nuovo libro di poesia di Erica Donzella.