La giustizia

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DIZIONARIO

GIUSTIZIA

Trilussa racconta di un giudice che, nel corso dell’ udienza penale, viene scandalosamente interrotto tra una sentenza e l’altra dall’intrusione dell’usuraio che gli fa firmare il rinnovo di una cambiale a quattro mesi. Poi, continua il poeta, venne chiamato l’imputato del processo successivo, e il giudice: lo condannò sopra pensiero / a quattro mesi come la cambiale. Anche i giudici sono uomini.
Più pesante il resoconto di quella volta che Jupter, deciso a spiegare all’intero Olimpo la natura incorruttibile della Giustizia, aveva incaricato Apollo e Mercurio di procurargli, in tempi reali, un campione di materiale resistente a qualsiasi temperatura, campione che doveva servire per dimostrare cosa intendere per Giustizia.
I due incaricati dopo aver compiuto il giro di perlustrazioni e informazioni rientrarono con una notizia deludente. Jupter se ne mostrò contrariato e dalla espressione del suo volto traspariva amarezza nel momento di informare l’Olimpo che nessun materiale, tra gli infiniti disponibili sulla terra, era privilegiato dal non essere fondibile. È questione di temperatura – disse – ma tutto è soggetto alla fusione.
 

PANDISTELLE

Nel Settecento costumava, in Sicilia, un dolce, una specie di fatt’a focaccia in pastadipane e visca d’api, arricchito da pistacchi di Bronte. Lo chiamavano pandistelle i popolani distinguendosi da tutti gli appartenenti ai ceti nobiliari, dei ricconi come di quelli che il De Roberto de I Viceré definisce lavapiatti. Tutti costoro infatti non lo conobbero mai come pandistelle ma come passavucca. Aggettivo che significa schiaritore di palato.
 

CUCCHIA

Il dialetto siciliano etneo definisce Cucchia la coppia, ma segnatamente punta su ben tre accezioni più frequentate: la prima per dire “gemelli”; la seconda per malizioso riferimento all’esterno genitale femminile; la terza per dare nome alla doppia formella di pane, edulo ricordo di nonnavi e nonni tuttavia sopravviventi in questo primo approccio di Terzo Millennio.
 

CORNA SBRACCAMATI

In siciliano il sostantivo corna è maschile. Sbraccamari sta per l’italiano sfoltire, potare, tagliare rami e ramaglie (braccami). In un momento di astratto furore verso qualcuno, la frase rituale del siciliano etneo è quasi sempre espressione di un proposito di violenza. Una violenza tutta a sé stante che mira alle appendici evitando parti molli o vitali o delicate del nemico. Mira alle corna. Ma attenzione, non proprio alle corna in quanto strutture monolitiche, ma alle parti che da queste si ramificano, infatti non viene minacciato un attacco alle corna ma alle loro diramazioni. Insomma sbraccamari significa ripulire dai rami, sfoltire, potare, come s’è detto. Ma cosa sfoltire se le corna sono due sporgenze monoblocchi? Morale: niente di che! Un vaneggiare che rinvia alla innocuità del proposito, che resta vuota minaccia. Come per i verghiani ingravidabalconi e i brancatiani pestatori di acqua nei mortai. Forme innocue di mero onanismo verbale.

 

 

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