L’impegno civile di Nino Martoglio

NELLA “CENTONA”

Nino Martoglio fu definito, con una certa gioiosità mista a senso della realtà, il “Goldoni siciliano” dal Presidente del Consiglio del Regno d’Italia Vittorio Emanuele Orlando, per la sua analisi della realtà storico-sociale, certamente ancora troppo provinciale ed incentrata su “usanze e costumi atavici” ma avviata già in fase di progresso. Il poliedrico Nino Martoglio fu poeta, commediografo e cineasta. Se focalizziamo l’attenzione sul Martoglio, prolifico autore di poesie, vedremo il suo impegno civile come movente della sua attività poetica. La poesia, infatti, ritrae soprattutto gli orizzonti di vita del poeta, che non possono essere sempre così ben evidenziati, specialmente in certa poesia che fa dell’oscura imperscrutabilità il suo obiettivo, come quando Eugenio Montale scrisse: “ Codesto solo oggi possiamo dirti:/ ciò che non siamo e ciò che non vogliamo”, riferendosi alla condizione umana, durante la dittatura fascista, che egli stava vivendo, di cui poteva esprimere soltanto la negatività. In effetti la poetica del negativo risulta molto più eversiva di qualsiasi denuncia aperta. Però si può anche associare lo stile leggero all’impegno civile, come sostiene Italo Calvino ne “Le lezioni americane”, nella prima delle sue sei proposte “leggerezza”, quando afferma: “La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione non con la vaghezza e l’abbandono al caso.”. Quindi ben vengano la leggerezza e il modo anche apparentemente disimpegnato, come sono per lo più le poesie di Martoglio, di porsi di fronte a determinati problemi, perché possono avere un’efficacia maggiore di comprensione, se la volontà del poeta impegnato è quella di denunciare per il cambiamento della società. Nino Martoglio, poeta, apprezzato pure da Carducci, che ravvisa in lui “ il verismo descrittivo delle bellezze e del caratteristico paesaggio della Sicilia”, diventa “battagliero paladino” della “gintuzza”, che per lui è composta da popolani e piccolo-borghesi, con il “D’Artagnan”, il più importante giornale di quel tempo, a cui collaborarono Trilussa, Di Giacomo, Pascarella, Fucini, Russo ed altri. In questo giornale satirico ma altamente graffiante discute Martoglio su avvenimenti politici e mondani dal 20 aprile 1889 al 17 aprile 1904, con qualche piccola interruzione. Tutte le poesie, pubblicate inizialmente sul giornale poi sono confluite nella “Centona”, su cui alcuni critici notarono “un’ascendenza che risale al Belli, al Di Giacomo, al Pascarella”, accusa che Martoglio smentisce in un suo scritto autobiografico, inviato a Pirandello intorno al 1918, in cui dice: “Ti confesso che quando scrissi ‘o Scuru ‘o scuru e fino a Tistimunianza la mia ignoranza era così sublime che non conoscevo il Belli, né il Pascarella, né il Di Giacomo. Quindi non so come si possa dire che i miei componimenti siano derivati dalle opere di questi poeti”. I componimenti poetici della “Centona”, per lo più sonetti, presentano una folla di personaggi in balia di circostanze quotidiane imprevedibili, senza mai scandagliare sui loro sentimenti, in ossequio al verismo. Sono dei quadretti umani variegati e multiformi. I temi della “Centona” sono: i bassifondi malsani di Catania con i lupanari e le taverne malfamate, la malavita catanese con tutte le sue oscure regole di regolamenti di conti. Ma non soltanto ambienti malsani, perché c’è anche un’umanità, che prova pietà di fronte ad episodi di ferocia. La volontà di denuncia per i secoli di fame e di soprusi, di degrado morale ed ambientale a cui sono stati sottoposti i catanesi, equivale all’impegno civile, che  Martoglio fa intravedere fin dai componimenti poetici, scritti sul “D’Artagnan”, al quale si rivolge come se fosse una persona “giurnaleddu  miu, ca t’ha’ crisciutu/ comu si soli diri cun lu sciatu. Pri tia quantu vilenu haju agghiuttutu, si tu sapissi quantu m’ha’ custatu!” Nel componimento intitolato “A lu me giurnali”, ora integrato nella “Centona”, Martoglio, oltre a fare l’elogio del suo giornale , per il coraggio, con cui ha sempre agito, dice: “Ma piaciri quantu nn’haju avutu,/ ccu ‘stu tanticchia di carta stampata!…/ Nnimici tristi quantu nn’ha’ vinciutu,/ a quantu ha’ datu la cutuliata(la sveglia)!” E poi l’azzeccata metafora della giumenta, da lui continuamente spronata per arrivare alla verità: “Ju la cavarcu, e ccu ‘n friscuni acutu: / – Curri, jmenta! – E curri a la sfrinata! / … Ccu ‘sta jmenta c’ati cunusciutu, / mi sentu cavaleri di Granata; / e turrighiuni assai nn’haju graputu! / Pri nui nun c’è più porta sbarriata: / – Avanti d’Artagnan, ca si lu scutu! /- Avanti   d’Artagnan, ca si’ la spata!”. E l’ultimo dei tre sonetti, che fanno l’elogio del giornale è il più emblematico del concetto che ha Martoglio della funzione della stampa: “Nnimici, è veru, ca nn’avemu tanti, / o giurnaleddu miu, ma ‘un ci fa nenti; / ci sunu ‘ntra lu munnu li birbanti,/ li ‘nvidiusi, ccu li mali genti./ Tu, sparti, ha’ avutu la virtù custanti/ di jri contru di lu priputenti, / di lu mafiuseddu ccu li ‘guanti/ di quarchi nubilottu e presidenti; / e tutti chisti cca naturalmente; / – chisti, ca nni vulissiru pircanti(morti) – / quannu ci ammatti azziccunu li denti”. Ma il giornale non ha paura di eventuali minacce lanciate dai sopracitati delinquenti, perché la stampa ha più potere, in quanto agevola la fustigazione continua, che Martoglio ha esercitato contro le ingiustizie e i soprusi, fin dalla sua giovane età, a circa 19 anni, in cui ha fondato il giornale, estrinsecando il suo impegno civile. Con il suo spirito, talvolta trabocchevole, Martoglio fa il suo palinsesto tematico, nel primo dei sonetti della sezione “O’ scuru o’ scuru”, intitolato appunto “Li me’ sunetti”, in cui indica i posti più luridi e malfamati di Catania: tra taverne, “vanedde” e sciara Curia, che vale la pena citarlo integralmente, come presentazione paradigmatica della sua tematica di fondo: “Ju li cugghivi ‘mmenzu li lurdumi,/ ‘ntra li taverni, ‘ntra lu lupanaru, / unni lu nostru suli è tantu avaru/ di luci; né virtù, né c’è custumi. / Ju li cugghivi unni paru paru/ lu sangu allimarratu(misto a fango) scurri a sciumi, / unni lu scuru è fittu e c’è pri lumi/ sulu ocche luci luci picuraru(lucciola). / E li cugghì di notti, sgamminati, / tastiannu comu l’orvu muru muru/ e zuppicannu comu li sciancati. / Pricchissu(perciò), ed anchi pricchì su’ sicuru/ chi a fari lustru non su’ distinati, / ju li vosi chiamari: “o’ scuru, o’ scuru”. L’impegno civile di Martoglio contesta l’usanza balorda di certi matrimoni d’interesse, ma forse anche per l’estrema povertà, come si evince da quest’altro sonetto, “ Li matrimoni d’aunnau”, che fa parte dei sonetti impegnati, chiamati  “Sonetti satirico-morali”, in cui polemizza contro i matrimoni tra giovinette ben fatte e vecchi repellenti, attribuendone la colpa alle madri calcolatrici, che vendono le loro figlie come fossero delle giumente: “Sentu cuntari tanti e tanti cosi/ di matrimonii veri mustruusi, / tra picciutteddi comu Diu li vosi/ e vecchi stranchillati e scuncirtusi…” Un’altra piaga della società siciliana era lo sfruttamento del lavoro minorile, che Martoglio porta all’attenzione in questo sonetto “La salaredda”, tratto anch’esso dalla sezione “ Sonetti satirico-morali”, in cui denuncia il lavoro di bambini di otto o nove anni, che i genitori mandano a vendere il sale, certo non per cattiveria ma per sbarcare il lunario e che il poeta così ritrae: “ Ccu la vucidda tremula e suttili/ vannu gridannu: A cu’ ha’ accattari u Sali! / spunennusi e ‘mpunennu lu zimmili( scaricando e ricaricando la bisaccia)”. Questi bambini, denuncia Martoglio, la sera si ritirano stanchi e indeboliti per lo sfiancante lavoro, a cui sono costretti, ma a casa trovano solo un piatto di fave senza nessun condimento, per cui “ Crisciunu accussì, sempre affamati, / gialini, sicchi, lordi, ‘mpatidduti, / pigghiati di la gialina, malati, / la megghiu parti ciunchi e immiruti(storpi e gobbi). / Ccu ‘ssu misteri faticusu e vili, / vannu a finiri tutti a lu ‘spitali, / quannu non fannu chiù a li so’ canili(quando non muoiono)”. Alla fine del sonetto c’è una presa di posizione contro la protezione animale. Proprio in quel periodo sorgeva a Catania la “Società per la protezione delle bestie” e Martoglio sembra non sia d’accordo, forse perché prima aveva fatto vedere che i bambini non erano per nulla protetti. Certo che questa sua posizione lascia un po’ perplessi! Martoglio, in generale, non ha un buon concetto degli uomini, che considera “tutti farisei” per cui  non bisogna fidarsi di nessuno, perché dice : “C’è l’omu dintra l’omu/ e spissu è un gran gianfuttiri/ cui pari un galantomu”. Lo scetticismo martogliano sugli uomini continua in questa gustosa storiella in una triade di sonetti, intitolata  “L’amicu fidatu”, in cui il poeta presenta un “varvasapiuni”, cioè un grande sapientone, che lui paragona a Benedetto Croce, il quale promette a più di cento sapientoni il regalo di centomila lire, a chi di loro avrebbe sparato la più grande fesseria. Quindi viene fuori una grandissima quantità di sciocche proposte “tutti li più grossi papalati”. Alla fine si alza da un posto, messo in fondo, dove era acquattato, un sapientone gobbo, che viene accolto con un mormorio beffardo, e dice: “Vi giuru, in fidi di filosufu, / ch’haju truvatu ‘n amicu fidatu”  . Allora si alza subito il gran sapientone, che aveva proposto questa gara, e dice: “ Basta, lu giudiziu è datu; / è tantu grossa  ca lu premiu è tò !”. Martoglio, quindi, è molto scettico sulla fiducia negli uomini, di cui dà un’immagine perfetta dell’uomo banderuola, in questa diade di sonetti,  rivolta a un deputato catanese, dal titolo “Varca di crucera” : “ Si vidi vela turca, a la luntana, / jsi bannera ccu la Menza Luna, / o ccu li chiavi, s’è vela Rumana; / e si pri casu ci nn’è qualcheduna, ch’è menza turca e menza cristiana, ci ammustri lu Curanu e la Curuna!” Ma, nonostante questa profonda mancanza di fiducia nei riguardi dell’uomo, Martoglio si impegna sui problemi di carattere sociale, come dimostra in quest’altro sonetto, intitolato “L’omu suciali”, in cui affronta il delicato problema sul conflitto tra capitale e lavoro, affermando che il progresso ha sconvolto ogni cosa per quanto riguarda il rapporto tra lavoro e capitale, ma dice: “La corpanza è sempri del Covernu, / ( non so si siti di ‘st’opinioni),  /( rivolgendosi all’interlocutore) pirchì non pensa all’omu suciali!”. Quindi Martoglio addebita la colpa dello sconvolgimento del rapporto lavoro-capitale al governo, che non si interessa della questione sociale e quindi non ne affronta i problemi. Martoglio, da grande fustigatore contro i costumi corrotti del suo tempo e su qualsiasi problema non risolto o che non si vuole risolvere nel sonetto “Lu ritrattu d’un prefettu”, polemizza pesantemente nei riguardi di un prefetto, importante carica pubblica, di cui avrebbe dovuto espletare le normali funzioni a Catania, sotto un governo inetto, la cui politica era stata disastrosa, e che definisce: “ la vera effigi di lu nannalau!” (cioè idiota) Ma il suo impegno civile per un prefetto che non è stato in grado di esercitare la sua funzione, lo porta a contestare giustamente chi ha dato la laurea a un tipo così sprovveduto ed incapace, per cui rampogna: “ ccu fu ddu sceccu ca v’addutturatu?”. E dopo avergli contestato di non averne azzeccato una  nel suo compito di prefetto, gli dice sarcasticamente: “ Ma chi nn’ha’ fari, non vi scuraggiati, / ca siti lu ritrattu spiccicatu/ di lu guvernu ca rapprisintati”. Un bellissimo esempio, espressione di una profonda coscienza civile di Martoglio, che chiude questa panoramica della sua opera poetica, è il componimento “Parabula furmicula”, tratto dalla sezione “Marvi e Marvizzi” della “Centona”, dedicato alla buon’anima di Cicciu Mignecu, in cui viene presentato il significativo apologo di un re potente e ricco ma molto infelice. A causa della sua infelicità, il re decide di abbandonare il palazzo regale e sopra una giumenta si mette a correre per  campagne e boscaglie, senza una meta stabilita. Questa sua sortita lo porta a contemplare una situazione povera ma idilliaca di una famigliola che, nonostante sia estremamente povera, vive felice perché si accontenta di poco. Martoglio, qui vero poeta, tinteggia con poche pennellate, che ricordano quelle dell’episodio di “ Erminia fra i pastori” della “Gerusalemme Liberata”, un’atmosfera di intenso appagamento con modeste risorse: “ ‘ntra ‘na  chianura, e c’erunu vicini/ un urticeddu ccu la luppinata(una distesa di luppoli) / e ‘na casuzza menza sdirupata, / fatta ccu quattru fasci di sarmenta/ e lu tettu di pagghia; / dentru la quali un omu cucinava, / cu quattru ligna sicchi e du’ pignati, / ‘n pocu di ramurazzi(rape) e di patati; / mentri  ca la muggheri, a lu so’ ciancu, / spiddava pumadoro supra un vancu.” Il re, essendosi avvicinato a quella “casuzza”, chiede all’uomo che stava cucinando, come mai essendo un povero, sia così contento, mentre lui che, è ricchissimo e strapotente, è sempre infelice. Così gli risponde il povero uomo: “ ‘Ccillenza, lu sigretu ppri campari/ filici, è tantu picca e tantu assai; / non sunnu li dinari/ ca fannu li priizzi(la felicità) / spissu su’ megghiu assai quattru carizzi; / ci voli la saluti/ e la cuscenza sempri bedda netta, / lu travagghiu c’aspetta,/ e du’ manu saputi/ p’asciugari la frunti; / in summa, a boni cunti, / l’amuri e l’armunia, / e la sincirità; / si chistu non l’aviti, Maistà, / siti chiù puvireddu assai di mia, / ed ju non canciria/ ‘sti quattru ramurazzi/ ccu li vostri palazzi”. La metafora della formichetta, insita nel titolo del sonetto “Parabula furmicula”, che è estrinsecazione di una famigliola felice, che si vuole bene e che si divide “lu pani di la vucca/ e lu sonnu a la notti”, è la chiave di volta del bel messaggio, frutto dell’impegno civile, a tutti i livelli di Martoglio. L’uomo povero di ricchezze ma ricco di sensibilità conclude il suo discorso con un crescendo inappuntabile “ ‘stu pagghiaru c’abbucca, / è chiù maggiuri d’un palazzu d’oru”. Quindi, questo ha voluto significare  Martoglio con questa metafora della formichetta: Nella vita non sono i soldi che fanno la felicità. Se non ci sono amore, armonia,  sincerità e soprattutto coscienza netta, non ci può essere felicità. A prescindere dal giallo della sua morte, che rimane un mistero tra incidente e delitto, Martoglio  è una figura di intellettuale impegnato civilmente, nel contesto della cosiddetta “ Catania felix”, così denominata dallo zio Ermenegildo, nel rimpianto che ne fa Vitaliano Brancati, ne “Il bell’Antonio”, il periodo che va dalla fine dell’Ottocento ai primi decenni del Novecento. Questo è il momento, in cui guida Catania il sindaco socialista Giuseppe De Felice, artefice dei Fasci dei Lavoratori in Sicilia, e la città etnea ha “ una fucina di grandi scrittori, come Verga, Capuana, De Roberto ed altri”, non solo i grandi del verismo ma anche giovani futuristi con un cospicuo numero di riviste inerenti al nuovo movimento, tra le quali ricordiamo: Pickwick, diretta da Antonio Bruno e Giovanni Centorbi, che si ispirava alla fiorentina “Lacerba”, “L’albatro” e “Fondaco”, ambedue dirette da Domenico Maria Lazzaro, l’unico rappresentante del Futurismo artistico, perché a Catania il futurismo fu prevalentemente letterario. Infatti Domenico Maria Lazzaro fu poeta e scultore, dando ottima prova di sé con i quattro altorilievi, collocati alla base del monumento al cardinale Dusmet, in piazza S. Francesco e poi, più tardi nel 1953 con la statua della Giustizia del nuovo Tribunale di Catania. Non si può non ricordare la rivista Haschisch “ il più espressivo documento del Futurismo catanese”, fondata da Giovanni Melfi Majorana, noto con lo psedonimo Mario Shrapnel, su cui vennero pubblicati “Il manifesto del tattilismo” e “Il manifesto futurista siciliano” di Marinetti. In questa età aurea della cultura catanese avvenne  nel 1909 il primo incontro tra Verga e Marinetti. Martoglio fu sempre al centro di questi fermenti culturali, che indubbiamente arricchivano Catania. Eppure Martoglio, un intellettuale così civilmente impegnato, è stato per lo più travisato e quindi sminuito nei suoi valori, se   ci si è soffermati quasi soltanto su personaggi come Cicca Stonghiti o sulle fantasiose invenzioni storiche, quasi donchisciottesche di Mastru Cuncettu lu Tamburineri ne  “La triplici allianza”, per quanto riguarda soprattutto la “Centona”. In effetti Martoglio è stato ingiustamente dimenticato, così com’era successo con un altro intellettuale catanese, vissuto un secolo prima, Domenico Tempio, ridotto a pornografo e ad inventore di barzellette oscene, mentre era un finissimo intellettuale accolto nell’Accademia dei Palladii e nel salotto letterario del mecenate Ignazio Paternò, principe di Biscari. Apprezzato come il Parini, coetaneo, per la sua satira pungente e irriverente verso il potere, Domenico Tempio, detto “Miciu” con i suoi versi denunciava le ingiustizie dei prepotenti sul popolo povero e bistrattato, nella sua opera più impegnata “ La caristia”, pubblicata postuma, da Vincenzo Percolla, un poemetto in venti canti,  il cui tema è la carestia e i tumulti, che ne seguirono, verificatisi a Catania tra il 1797 e il 1798. Grandi riconoscimenti ha avuto Martoglio da insigni personalità, come il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, Carducci, Pirandello, Capuana, il quale in una lettera di risposta lo elogia in maniera inequivocabile: “ Lei è stato il primo a sfatare l’orgoglioso pregiudizio che il dialetto siciliano non sia dialetto ma lingua e perciò tale da affrontare, dopo gli esempi del Meli, dello Scimonelli e del Tempio, qualunque soggetto e qualunque più elevata espressione poetica”. Però Capuana non è d’accordo con Martoglio con la sua opinione “ che il dialetto siciliano sia insofferente di regole grammaticali ed ortografiche. Mi sembra che ne abbia quanto ogni altro e quanto certe lingue. Solamente l’ortografia di esso è ancora incerta, nonostante i molti sforzi per renderla stabile”. Infine Capuana non esprime alcun giudizio sulle caratteristiche espressive di Martoglio, quando afferma: “ L’onda affettuosa e gentile, assieme con l’arguzia blanda e la satira che punge a fior di pelle, sono affatto personali”.

NEL TEATRO

Il poliedrico Martoglio, frutto ed espressione della “Catania felix”, cioè del periodo aureo dei fermenti non solo culturali ma anche di iniziative imprenditoriali, si cimenta ed ottiene ottimi risultati nel teatro, sia come scrittore di commedie, sia come organizzatore e regista teatrale. Il suo progetto, estrinsecazione del suo impegno civile, era quello di fondare il teatro siciliano, come istituzione culturale, che ancora non esisteva. Infatti qualcuno ha indicato come anno di nascita del teatro siciliano il 1863, in cui per la prima volta fu rappresentata dai due autori Rizzotto e Mosca “I mafiusi di la Vicaria”, una commedia che non ebbe grande successo da creare una tradizione teatrale. “Cavalleria rusticana”, rappresentata per la prima volta, nel 1884, a Torino, con protagonista Eleonora Duse ebbe, invece, così grandi riconoscimenti dalla critica, da inserirsi subito nel circuito teatrale e culturale italiano, anzi europeo, se dopo qualche mese fu recitata a Parigi. L’obiettivo di Martoglio era, dunque, di fondare un teatro regionale, che coinvolgesse tutte le componenti culturali e sociali siciliane, con l’intenzione di rappresentare gli aspetti peculiari della sua terra. Infatti nelle sue commedie si muovono “personaggi, buoni e cattivi, furbi e sciocchi, signorotti squattrinati e popolani trafurelli, che vivono di espedienti per sbarcare il lunario.” Ma di questa gente Martoglio denuncia la condizione di emarginazione e di ingiustizie sociali, anche se talvolta spicca una genuina sanità morale. Martoglio, però, non è solo autore teatrale, ma anche grande regista, che dà agli attori, che scopre dall’anonimato, uno stile di recitazione, frutto di una vera e propria scuola. E fu proprio questo che lo portò alla rottura con Giovanni Grasso, il quale troppo sicuro di sé non si sottometteva tanto facilmente  a tanta disciplina. Il suo esordio teatrale, nella duplice veste di autore e attore, contrariamente a quanto sostiene lo stesso Martoglio, risale al 1893, con una dimenticata “rappresentazione straordinaria”, al Teatro Nazionale di Catania, de “I civitoti in pretura” in un atto, che è “l’incunabolo delle più tarde scene “satirischi-farsischi in un attu”. Una rissa tra popolani porta in pretura protagonisti e testimoni della vicenda, accaduta nel quartiere della Civita, “ cuore pulsante del centro storico”, è l’argomento della commedia “I civitoti in pretura”. L’autore qui si sbizzarrisce, illuminando il multicolore quartiere della Civita attraverso i suoi abitanti, che sono l’espressione di “un’innata teatralità”, a giudicare dai personaggi come Cicca Stonchiti, loquace parolaia e fortemente litigiosa, o come Giuvanni Masillara, che si atteggia a malandrino, facendo ridere per la sua ignoranza e inconcludenza o quel Messer Rapa, tronfia guardia di questura, la cui italianizzazione del dialetto, piena di strafalcioni, è ancora più gustosa dello “spropositato dialetto” di Cicca Stonchiti. Ma questo tentativo abnorme di italianizzare il dialetto è l’espressione di una classe sociale, come una guardia di questura, quindi un impiegato statale, che si ritiene più importante dal punto di vista gerarchico. Soprattutto, però, fanno ridere gli appunti del cancelliere, che non fanno capire niente al Presidente. Vari testimoni della Civita si alternano per difendere l’accusato ma finiscono per dipingerlo come il vero colpevole, nonostante  recitino l’antica “farsa omertosa”. Martoglio in questo atto unico vuole mettere in evidenza innanzitutto il conflittuale rapporto tra i cittadini e le istituzioni statali nell’ambito della giustizia “difficile”, ulteriormente accresciuto dall’incomunicabilità a livello di codice comunicativo fra popolani catanesi e i magistrati, che provengono dal continente. Proprio il continente è al centro di un’altra commedia martogliana “ L’aria del continente”, una delle più famose ed apprezzate del nostro, in cui c’è una rappresentazione satirica dello “snobismo di un borghesuccio isolano”, don Cola Dusciu il quale, rientrato da Roma con una finta romagnola, Milla Milord, che si era spacciata come figlia di un colonnello e di una contessa, mentre non è altro che una venale furfante di Caropepe Valguarnera, dopo essersi fatto operare a Roma di appendicite. Il provinciale don Cola Dusciu, tornato dal continente con questa falsa continentale, ostenta apertura mentale, frenando gli “acerbi morsi della gelosia con finta disinvoltura”, sfruttando la presunta emancipazione sociale, acquisita nel continente, affetta disprezzo per le usanze, l’arretratezza e la sgraziataggine dei siciliani. Traduce artificiosamente il suo dialetto in lingua con un continuo sfoggio di “interiezioni romanesche, come mannaggia a li cani, o li pescetti”, rifiuta la “scuzzetta”, affrettandosi, però, a chiudere le finestre per non “arrifriddarsi”, contagiando il cognato che, in un primo momento, lo prende in giro ma poi anch’egli si toglierà il berretto, gareggiando con Cola nell’eleganza secondo l’uso continentale. Don Cola non si formalizza per i continui tradimenti di Milla, perché è continentale e quindi è giustificata, ma va su tutte le furie, quando viene a sapere che Milla è una “carapipana” e rinuncia alla vendetta solo quando il delegato e la sorella gli hanno promesso che non diranno a nessuno che Milla è di Caropepe. Così nel giro di mezza giornata dalla rivoluzione si passa alla reazione,  don Cola essendosi liberato di Milla cioè del mito del continente, riacquista la sua sicilianità, riprende “scuzzetta, pipa e maruggiu”, ritornando ai suoi affari agricoli e ai suoi affetti familiari verso la sorella, il cognato e i nipoti. Si libera così di quell’alienante complesso di inferiorità, legato al mito del continente, che dalla società siciliana, per la verità, viene visto ora con ammirazione e trasporto ora con diffidenza e disapprovazione morale. E dinanzi alla prospettiva di una nuova operazione dice: “Si m’hannu a spaccari n’atra vota, mi fazzu spaccari cca”. Martoglio, in effetti, vuole dimostrare  che dopo un audace salto in avanti, per chi ha fallito è consolatorio sprofondare nel passato, ma soprattutto cerca di disinnescare quel complesso di inferiorità nei riguardi del mito del continente e di tutto ciò che succede lì, mettendo in chiaro che la Sicilia ha una solidità di sistema di valori e di cultura non indifferente, quasi a voler dire che i siciliani non sono inferiori a nessuno. Le opere di Martoglio sono profondamente calate nella cultura siciliana.  Il teatro di Martoglio è profondamente inserito nella cultura popolare siciliana ma riesce anche a far riflettere, attraverso la risata, sui problemi sociali con ironia e attraverso lo strumento della satira con la parola e con la mimica. “Voculanzicula o L’Altalena” è “una storia d’amore, di gelosia, forse anche di maschilismo sicilianista, di coltello e di prigione” è il tipico spaccato della cultura popolare siciliana con qualche spunto di riferimenti al politico e al sociaIe. Infatti la commedia, che è dedicata “A Luigi Pirandello, migliore tra gli amici, più alto tra gli ispiratori”,  si regge soprattutto sull’impegno civile di Martoglio, da cui scaturiscono i temi dell’ideologico-politico e sociale. Di grande ironia i tentativi di Pitirru di presentare, nel salone del barbiere Neli, la sostanza del socialismo “Il scialismu porta  tanti vantaggi. Prima di tuttu il vantaggiu della fratellanza tra tutti ‘ i suggialisti, che formano una famiglia. Ti pari giustu, mintemu, ca ‘ nt’ ‘o munnu, cci divi essiri ‘ u riccu ca no travagghia, e ‘u puureddu, ca jetta sangu d’ ‘a taula d’ ‘u pettu? …Pirchì è, insumma, ca cci ha’ ad essiri cu’ disìa e cu’ sfrazzìa, siddu ‘a natura nni fici a tutti uguali? ‘A giusta liggi fussi chidda ca tu, mintemu, hai du’ feudi e iu nenti, averu? Unu tu e unu iu, mangi tu e mangiu iu. Dicu giustu? I tentativi di convincimento verso il socialismo nei riguardi dell’altro lavorante barbiere Ninu, sembrano essere stati recepiti fino a quando Pitirru non tocca qualcosa che appartiene a Ninu e cioè le galline: “ Tu, mittemu, hai du’ jaddini e iu nenti?… Una tu e una iu…” E’ un dialogo gustoso e per certi aspetti ridicolo, quando Ninu ricusa il socialismo, perchè un’eventuale spartizione dei beni, secondo la sua sciocca idea, può compromettere le sue galline. La risposta di Ninu è perentoria e paradigmatica: “Già, ‘ i du’ jaddini l’haju: una tu, una iu e s’abbruciau ‘a festa ‘i Sant’Ajta!… Mai, caru miu, non mi cunveni!… Non mi cunveni di trasiri ‘nta ‘ssa lega; menu mali ca ti dasti a cunusciri!…” Bella e arguta è la risposta del socialista Pitirru: “ Iu?… Tu ti facisti conusciri!… Bellu cumpagnu fussi tu, oh!… Non cci ha’ trasutu e mancu cci trasi, ‘nt ‘a suciità…”. L’altro tema, che Martoglio affronta in questa commedia, sempre ispirato dal suo spirito contro le tradizioni malsane, altro punto cardine del suo impegno civile è rappresentato dal personaggio di Ajtina. Questa donna, chiamata Ajtina, il diminuitivo dialettale di Agata-Ajta,  contravviene al costume obbligatorio- tradizionale in Sicilia di sposare il suo seduttore Mariddu, rifiutandolo. Martoglio quindi, realizza una grossa rivoluzione quando, in risposta alla Zà Sara, che voleva farli conciliari,  fa pronunciare ad Ajtina parole pesantemente importanti per una donna : “Sugnu libira di mia e d’ ‘a me’ vuluntà”. E quando Mariddu le chiede perdono per quello che le ha fatto, Ajtina ironica ed imperterrita gli risponde:    “Tutta ora vi niscìu, ‘ssa tinnirizza?… Tuttu ‘ss’amuri svisciratu ora vi vinni?… E quannu chianceva strati strati, morta di fami e d’affannu e vi priava comu a Gesù Cristu di non m’abbannunari, pirchì  non vi cummuvistuu?…” Ma Mariddu incalza dicendole a sproposito: “Lassamulu jri ‘ssu tonu ca pigghiasti, e’ssu vui … Vinni ppi purtariti ccu mia,  pirchì si’ cosa mia,  pirchì ti vogghiu ‘nautra vota, e sugnu curiusu di vìdiri cu’ s’opponi! A questo discorso che sentenzia la sua  proprietà della donna “si’ cosa mia”, Ajtina risponde con risolutezza e dignità: “ Iu m’opponu!…Ah, ah!… Mischinu!… Vui vi criditi ca sugnu una da lassari e pigghiari a piaciri vostru?…” Inoltre tutta la commedia è permeata dalla cultura popolare catanese del culto agatino espresso simbolicamente dal personaggio con il “sacco” devozionale di S. Agata, che entra nel salone del barbiere e quasi meccanicamente invita con il suo fazzoletto bianco, ad essere “tutti devoti tutti di S. Agata”. E fuori del salone vediamo nella scena la cupola del Duomo di Catania come simbolo visivo, dove si sta svolgendo la festa di S. Agata con il transitare  dei “devoti” con il “sacco” e sentiamo pure il suono della banda che accompagna le “candelore” e i colpi fortissimi dei giochi pirotecnici. Fa capolino pure il carnevale popolare, che all’improvviso irrompe nel salone del barbiere.                                Un messaggio di solidarietà umana ci viene dalla commedia “ ‘U contra”, che si svolge nel “curtigghiu d’ ‘a Civita”, caratteristico quartiere di Catania, per la maggior parte, abitato da pescatori. La commedia è incentrata sul conflitto sui motivi della diffusione del colera a Catania, tra ingenui ignoranti analfabeti e tronfie persone, che si ritengono informate ed acculturate sul problema, anche se le discussioni sono inzeppate di ancestrali preconcetti. Don Procopio Ballaccheri rappresenta l’intellighentia della Civita, un tuttofare del quartiere, dove somministra saggi consigli e fa anche lezioni a prezzi modici agli abitanti per la maggior parte analfabeti ed ignoranti. Egli, nel dibattito sulla provenienza del colera, si definisce “culunnista”, perché sostiene : “ Culonna d’aria, che solleva il microbo e lo fa allippare da un paesi all’altro, da un quartieri all’altro e da una persona all’altra”.  Invece per quanto riguarda la diffusione, don Procopio l’attribuisce alla mancanza di igiene , che fa fatica anche a spiegarlo: “E’ che non è una cosa facile a spiegarvi l’igiene a voi, genti scognite, donne ‘gnurante… Per esempio: Voi portate fondi? Mutande, vah ?” E a questo punto si becca pure gli improperi da parte di Cicca Stonchiti, che ribatte: Vih, ‘stu vecchiu amaru e triulusu… Pirchì non ci spiati a vostra  soru?… Don Procopio dall’alto della sua presunta cultura scientifica, spiega: “Sbattendo la veste di qua e di là, producete culonna d’aria che solleva il provolazzo. Che ne viene, di quensequenza?… Che il microbo, che si trova accuvacciato nell’interstizio della strata, si solleva col polveraccio e si ‘nficca di sotto; trova la persona senza mutande, si attacca al punto debole e s’introduce nelle vene del sangue, producendo malattie pusitive, ma pusitive, vah!…” A Cicca, che dice di essere “baddista”, cioè “di quelli che credono che il governo( per motivi demografici) tieni il culera in cunserva e ci lu dona alla popolazione nelle polpette, come ai cani itrofici, o ci lo ziringa dietro le porte, a uso di profumiria?… E la riflessione di don Procopio, il personaggio positivo, della commedia “ Eh!… Povira Seggilia terra di scecchetudine!… Sintiti, fa più danno l’ignoranza di quello che può fare un tirrimoto”, è il grosso problema della enorme maggioranza di analfabeti, che sta a cuore a Martoglio, nella speranza di eliminarlo totalmente dalla Sicilia. Connesso al problema dell’analfabetismo è quello della diseguaglianza sociale, curiosamente sollevato da Cicca Stonchiti: “Allura pirchì è ca morunu ‘i puureddi, e i ricchi restano vivi?” Don Procopio, dopo aver detto che i ricchi, poiché ne hanno la possibilità, se ne vanno in montagna, dove il freddo uccide il microbo, risponde: “Pirchì i poviri sono ‘nsunsati(sudici), comi a voi, che vi lavati la facci una volta la simana, non osservate l’igiene, e siti tutta una cosa con la mondezza; mentre che i ricchi sono più puliti, più igieniche, e il microbo, sentendo la puzza dell’igiene, ovverosia dell’acido fenico e del cloruro di potassa, non ci ‘ncugna(non si avvicina), oppure si suicida per la dispirazione!…” Ma don Procopio, per aver mangiato, a causa della fame, non si cibava da qualche giorno per inedia, dei fagioli che aveva lasciato Sara la Petrajana, “triaca appigghiata e arramata”, contrae un’infiammazione gastrica, per l’indigestione, con terribili dolori addominali, per cui il dottore gli dà un purgante di laudano puro, che farmacologicamente è una soluzione alcolica di oppio, dotata di potere antispastico e antidolorifico, per cui gli calma l’atroce dolore e lo fa subito guarire. Inoltre il dottore gli regala tutta intera una bottiglietta di laudano, che poi don Procopio utilizzerà generosamente e per rispetto del prossimo e della collettività, per la za Petra che era quasi in fin di vita, vedova ricchissima, padrona di mezza Civita, miracolosamente guarita da una molto fastidiosa indigestione, che era sembrata colera. Egli rifiuta di approfittare delle ricchezze della za Petra come, invece, voleva fare il poco onesto don Cocimu Binanti, così dicendo: “ A mia mi basta d’aviri sarvatu a la za Petra, ca è mari ‘ranni, e poi non vogghiu nenti…” Don Procopio, quindi, in questa commedia, rimarca il senso della vita, che deve essere incentrata sull’onestà, sul rispetto del prossimo e sul bene della collettività, mandando un messaggio di carattere universale: non bisogna mai rinunciare ai rapporti umani anche a costo di rinunciare a qualcosa nei termini dell’interesse personale. Il messaggio di solidarietà verso il prossimo si confa con quello di umanità e di pateticità del protagonista della commedia “Il Marchese di Ruvolito”, in cui Martoglio ci presenta, con grande ed ironica comicità, un quadro di arricchiti, che configgono continuamente e si disprezzano reciprocamente, ma che ostentano le loro ricchezze e i loro pacchiani gioielli. Questi individui non si accontentano più delle ricchezze ma pretendono addirittura la discendenza nobiliare, anche con la ferma determinazione di comprarsi il titolo.  Questo è lo squallido quadro dei parvenus, di cui un saggio è questo dialogo tra donna Frazzita, che si fa chiamare ora Placida o addirittura Placidina, e che ha tutta la boria delle nuove arricchite, dandosi arie da gran signora, volendo a tutti i costi “impeciarsi di nobiltà” e il marito don Jabicu Timurata, molto più  di buon senso della moglie, : “Nenti, si non è nobili , a me’ figghia non cci ‘a dugnu! Con gente volgare e plebea, villana rifatta, non mi cci vogghiu imparentari”, dice donna Frazzita; risponde per le rime il marito molto più moderato  “Villana rifatta?… Ma nuatri, chi semu?” Ribatte la moglie: “Nuatri?… Ah, mio caro, c’è ‘na bella diffirenza!” “Sì, riprende don Jabicu, ‘a diffirenza è chidda ca nuatri arricchemu un annu prima e iddi un anno doppu; nui ccu l’ogghiu e ‘u caciu picurinu e iddi cc’ ‘u sapuni e ‘a putassa…”, riferendosi alla famiglia di Adolfu  Grisi, l’innamorato della loro figlia Mmaculata. Di fronte a questo scenario deprimente, si staglia superba la figura del vecchio marchese di Ruvolito, che dai suoi modi di fare dimostra di essere un gran signore. Infatti, benché nobile decaduto, che però mantiene il titolo, a cui si minaccia addirittura lo sfratto del suo ultimo possedimento, cioè il palazzo dove abita, sfama, privandosi della sua colazione, una elemosinante con il suo bambino. A questo vecchio nobile decaduto si rivolge la madre di Mmaculata che, come abbiamo visto, intende sposare la sua figlia ad un nobile. Ad esso si rivolgono pure, per un motivo opposto, i genitori di uno scapestrato baronello, che ridotti in miserande condizioni finanziarie, attendono dal matrimonio del loro rampollo con la figlia di un arricchito, la loro salvezza economica. Ma il vecchio nobile si rifiuta di fare un simile mercato. Però con un gesto, davvero encomiabile, adotta Adolfo Grisi, l’innamorato di Mmaculata, un bel ragazzo, intelligente, molto istruito ed educato, assicurandogli il titolo di marchese, al quale così permette di sposare Mmaculata, commosso anche del sincero affetto, che gli ha palesato la ragazza e facendo felice soprattutto donna Prazzita, che pretendeva un titolo nobiliare per chi avrebbe sposato la sua figlia ricchissima. Il dialogo fra moglie e marito si fa veramente gustoso, attraverso gli spropositi linguistici dell’ignorante, ora chiamata Placidina,  la quale strafalcia : “Il marchese se lo ha allattato oggi stesso”.  Ribatte il marito: “Già, ca era balia, u marchisi!… Se lo è adottato”. E lei risponde con un altro strafalcione: “ L’ha dettato!… ‘Nsumma divintau marchisi, vah mancu?… Per il momento di Gebbiagranni, e poi, a morti d’ ‘u vecchiu, anchi di Ruvulitu!… E d’accussì, è marchisa, me’ figghia?… Cchiù di barunissa e cchiù di cuntissa?”…  Ah, figghia mia marchisa duppia, ca si’ la gioia di la nostra casa!”. In contrasto a queste ridicole esternazioni di donna Prassita, trabocchevoli di grande gioia, con cui Martoglio ha voluto tratteggiare la mentalità di questi parvenus ignoranti e per di più analfabeti, ma ricchi sfondati nella società degli anni ’20, come contrappasso lo scrittore,  nel suo impegno civile tira fuori il carattere, la psicologia e la statura umana del vecchio marchese di Ruvolito. Anche in quest’altra commedia, intitolata “ ‘U paliu”, che il versatile Martoglio utilizzò anche per il soggetto di un film muto “ Capitan Blanco”, l’autore continua a focalizzare dei problemi scottanti, che si augura vengano risolti al più presto. Il titolo di questa commedia è dovuto alla vittoria, che Matteu Blanco , ex capitano di lungo corso, e sindaco di Acicastello, aveva riportato in una regata velica. Un giovane pittore aveva dipinto in un quadro, esposto nella casa del sindaco, la vittoria nella regata. Matteu Blanco è il sindaco ideale, che esercita in tutto e per tutto le sue funzioni, interessandosi di tutti i problemi inerenti, proprio l’opposto dell’impreparato ed incapace prefetto di Catania, immortalato in un sonetto della “Centona”, già citato. Il sindaco Matteu Blanco mostra molta sensibilità ed interesse sui problemi dell’occupazione, dell’istruzione obbligatoria e della conseguente e necessaria refezione scolastica, temi molto sentiti da Martoglio. In un dialogo, che avviene tra il sindaco ed un maestro, durante il pranzo, Matteu Blanco dice: “ Eh, sì, carissimu Maestru! L’istruzioni obbligatoria!… E’ ‘na bella parola, ma scritta e stampata. In pratica, quannu vui vuliti obbligari ‘sta povira genti a mannari i figghi a’ scola, ‘u sapiti chi vi rispunni?  A scola?… Ma datini prima ‘u pani, pp’ i nostri figghi! Si nui i mannamu a’ scola non si ponnu vuscari a’ spisa e chi cci damu a mangiari si non nn’avemu ppi nuautri granni?  Eh?… Chi cci rispunniti? Pirchì cca – vui ‘u viditi- a ott’anni, i carusi già supira mari e aiutanu i granni a tirare i suari(i sugheri) e a smagghiari i pisci d’ ‘a riti, e prima di ott’anni i mettunu a asciugari i conzi(attrezzi) e a fari nassi e naseddi”. Bisogna risolvere prima il problema della povertà, della disoccupazione e conseguentemente quello del lavoro minorile, per cui i bambini vengono privati del diritto all’istruzione. Risponde il maestro: “ Eh, sì, è veru! L’istruzioni obbligatoria duvissi camminari di conserva con la refezione scolastica”. Ribatte il sindaco: “ Ma refezione sul serio, Maestru miu!  No ‘ddu solitu panuzzeddu e ‘dda solita minestra pp’ i pupi! A ‘dd’età hannu pitittu, e bisogna nutrirli beni, i picciriddi… E poi… bisugnassi faricci i robi… Ma… semu sempri ‘ntra ‘mpuntu! Il Municipio non ha fondi!… Solita solfa!” Il sindaco vorrebbe risolvere ogni problema ma è costretto a fermarsi di fronte alle scarse  risorse del Comune. Il maestro apre ad iniziative private ed il sindaco risponde: “ Macari Diu! Io contribuirei anche per metà, ma duvissi esseri secundatu di tutti l’autri abbienti d’ ‘u paisi… Vedremu!”, lasciando spazio alla speranza di poter risolvere i problemi. Impegnato a tutto campo, il sindaco s’interessa in particolar modo dei poveri, per i quali, se non può aiutarli a spese del comune, spende anche dei soldi di tasca sua, come si evince da quest’altro episodio, in cui manda l’usciere dal macellaio, per far comprare la carne per un bambino malato di una povera donna. Ma il macellaio si comporta in maniera scorretta dicendo che se deve servire i signori non può servire “e’ mascarzuni”. Allora il sindaco arrabbiatissimo dice all’usciere: “Ah, sì ? Turnaticci, e cci diciti, a nomu miu a ‘stu misseri, ca l’unicu mascarzuni ca cc’è ‘nt’o paisi è iddu! Diciticci ca la so’ rivinnita è pubblica e ‘nt’o paisi non cci su’ civili e sarvaggi!… Cu’ arriva prima e paga ‘a so’ munita, avi dirittu d’esseri sirvitu, senza privilegi pri nuddu!… diciticcillu ca cci mannu l’ordini di jricci a purtari, ora stissu, un beddu pezzu di carni a ‘dda svinturata, ca avi ‘u picciriddu malatu e cci ha’ a fari ‘u brodu. Quindi Martoglio ci ha dato l’esempio di un vero sindaco, sensibile anche se paternalisticamente autoritario, per fare agire il macellaio come un comune cittadino ma responsabilizzato nella sua funzione che svolge nel paese, lanciando un grande messaggio di uguaglianza, di civiltà e di solidarietà umana. Nino Martoglio è stato amato e odiato da tantissima gente soprattutto per le dure battaglie politiche contro una classe politica corrotta e indolente. Così lo ricorda, pochi giorni dopo la sua morte sul “Messaggero della Domenica” del 18-19 settembre, il suo grande amico Luigi Pirandello: “ Non fu poeta lirico soltanto; fu anche, come si sa, commediografo acclamato, in lingua e in dialetto. Quello che non si sa, fu quanto gli costò di amarezze, di cure, di fatiche, il teatro siciliano, che vive massimamente per lui e di lui, e di cui egli fu il vero ed unico fondatore”.

Carmelo Nicosia