L’ombra di un sogno sfuggente. Sei domande a Dario Pasero.

Questa intervista inaugura una lunga serie di colloqui con i maggiori Poeti nei vari dialetti d’Italia, che di volta in volta verranno pubblicati su Lunarionuovo e attraverso i quali si tenterà di tracciare una mappa che dal Piemonte alla Sicilia ci dia un’idea della situazione della Poesia in dialetto nella nostra nazione.
Si è deciso di cominciare con Dario Pasero, che abbiamo già avuto modo di conoscere qui per le sue poesie in piemontese, e non solo.


D. 1 – Da una scorsa alla sua biobibliografia si capisce come i suoi interessi tendano a variare dalla ricerca scientifica – peraltro legata agli esiti dei suoi studi e della sua specializzazione – (filologia, analisi critiche) a quella creativa (poesia e prose), al costume, al territorio, ai cibi (non sfugge la sua collaborazione con l’Almanacco eno-gastronomico “l’Apollo buongustaio”). Certamente emerge la costante attenzione alla linguistica, alla letteratura in piemontese, al teatro. Ma forse sarà un suo esaustivo excursus esplicativo l’occasione che ci farà comprendere meglio le sue scelte, i suoi interessi precipui e conseguenti esiti.
R. 1 – Negli anni dell’Università (all’incirca la prima metà dei Settanta) provavo un amore viscerale per tutto quanto fosse antico: la storia, la letteratura, l’arte, in una parola la civiltà greco-latina mi affascinava in ogni suo aspetto, e perciò escludevo se non del tutto in larga parte la realtà dei secoli a noi più vicini. Dopo la laurea ed iniziando ad insegnare, ho capito quanto fosse sciocca questa mia convinzione precedente e mi sono così “ricostruito” un mondo culturale più vicino a noi (avevo inoltre vinto per concorso la cattedra di Italiano e Latino nei Licei) e dunque, prima studiando per gli esami, poi preparando le lezioni, ho fatto, maieuticamente, risalire alla superficie tutto un mondo che credevo, se non dimenticato, quantomeno sommerso (“in sonno”, direbbe un frammassone). Mi si sono di nuovo aperti gli occhi su scrittori e problemi moderni, ma sui quali potevo esercitare qualcosa dei miei studi classici: la lettura analitica, filologica, “scientifica” se vogliamo. Poco alla volta, aiutato dalla lettura di scrittori italiani (ma piemontesi) come Calandra, Cena, Fenoglio, Calvino, Arpino, Soldati, Ceronetti, Primo e Carlo Levi, Pavese (ma Cesare, forse, meno di tutti), ho riscoperto l’ancestralità, la necessità di riprendere quella lingua (e quel modo di vivere: parlare una lingua che sia ancestrale ci fa vivere secondo i canoni della civiltà che da quella lingua è stata in certo qual modo prodotta) che mi suonava familiare. E così, all’alba dei miei trent’anni, ho cominciato a scrivere in piemontese, prima traduzioni di testi greci (soprattutto i lirici, ma poi anche alcuni filosofi pre-socratici), poi poesie e poi ancora prose. Portavo i miei lavori a vedere al poeta e scrittore Camillo Brero (maestro di molti della mia generazione), ma sentivo anche il giudizio di Celestina Costa (la figlia del grande poeta torinese Nino, morto nel 1945): il primo mi incitava a continuare, ma più fedele, per metrica e contenuto, ai modelli, tradizionali, la seconda mi elogiava, ma facendomi percepire quello che secondo lei era il mio difetto, mio ma anche di molti altri: scrivere cioè cose che assomigliavano troppo poco alle opere di suo padre… A questo punto, pur conservando il rispetto per questi due grandi della cultura piemontese, mi convinsi che i miei maestri li dovevo cercare tra le pagine dei libri, ma quelli più recenti ed originali. Così scoprii quelli che ancora adesso considero i miei maestri di poesia piemontese: Pinin Pacòt, Luigi Olivero, Alfredo Nicola, Gustavo Buratti, Antonio Bodrero (Barba Tòni Bodrìe, grande scrittore anche in provenzale), Giuseppe Rosso, e, tra i miei coetanei, Giuseppe Goria. I primi tre erano già morti, e quindi li conobbi solo dai loro testi; gli altri li frequentai, dopo aver letto tutto il possibile delle loro opere, cercando di carpire ad ognuno di essi un possibile “segreto” poetico-esistenziale: da Buratti la vis polemica e la “bellezza delle cause perse” (secondo l’esempio di Pinin Pacòt), da Bodrero la semplicità francescana della fede (anche se io mi considero un “ateo-devoto” non solo non mi esimo dalla ricerca del soprannaturale, ma ammiro molto che è sincero e semplice, così era anche mia nonna, nella sua fede), da Rosso il tormento di chi si sente ultimo erede di una civiltà che sta per scomparire, da Goria il segreto mistico ed iniziatico della poesia. Nacque poi (e siamo così giunti agli anni ’90) l’esperienza di “La Slòira” e dei congressi di letteratura piemontese (su cui vorrei poi tornare) e, poco dopo, la pubblicazione di una raccolta di prose Sapej, insieme all’amico Censin (Vincenzo) Pich. Proprio grazie a questo libro feci un altro incontro importante. Quando, a Torino, presentammo Sapej, conobbi la critica musicale e storica della musica Simonetta Satragni Petruzzi, che mi invitò a collaborare all’“Apollo buongustaio”, che, fondato dal grande poeta romanesco Mario dell’Arco, si pubblica a Roma. Era fatta: si saldavano finalmente due miei amori, Roma (e il mondo classico) e lo scrivere in piemontese. Cominciai a collaborare all’Apollo, prima con testi in piemontese, poi (ultimamente) con contributi in italiano, ma non solo, grazie a questa collaborazione, conobbi il Centro Studi “G. G. Belli”, di cui sono socio, che, oltre a stimolare le mie ricerche sui rapporti tra Roma e Piemonte in campo poetico, mi ha anche convinto a dare il mio contributo di filologo agli studi sulla letteratura piemontese. E così il bruco/filologo classico si era trasformato nella farfalla/filologo piemontese, e da qui le mie edizioni critiche (che mi sono costate anni di ricerche e di lavoro) delle poesie di Alfredo Nicola e del teatro di Armando Mottura, oltre alla redazione (in collaborazione con Gianrenzo Clivio e padre Giuliano Gasca Queirazza) dei due volumi antologici di letteratura piemontese (io ho curato in particolare il Settecento e l’Ottocento).
Mi è stato chiesto un excursus; non vorrei avere esagerato…

D. 2 – Slòira: in questo titolo denominatore della rivista da lei diretta c’è tanto significato da esprimere: vorrei che raccontasse ai lettori di Lunarionuovo la storia di questa Rassegna di cultura piemontese, proprio come l’autenticità della sua presenza lo esige. Che ci raccontasse della sua storia del Gruppo di poeti, intellettuali e appassionati che vi ruotano intorno e ne animano la incisiva presenza nel territorio.
R. 2 – Slòira in piemontese significa “aratro, vomere”. Ricordo che una sera, era il 1992 (vent’anni fa!) ed eravamo ad Alba, in occasione di uno dei Convegni (Rëscontr) internazionali di studi su lingua e letteratura piemontese che si sono tenuti dal 1986 fino al 2005 (prima ad Alba, appunto, poi in provincia di Torino, a Quincinetto e ad Ivrea, con un paio di sessioni a Torino), eravamo ad Alba, dunque, e Gianrenzo Clivio, grandissimo studioso di linguistica romanza (e piemontese) con cattedra a Toronto e grandissimo “patriota” piemontese, oltre che ineguagliabile amico, mi invitò a fondare un’associazione che, visto che i rapporti con chi organizzava allora i Convegni sembravano in crisi, potesse farsi carico dell’organizzazione dei Convegni futuri. Fu proprio lui, Gianrenzo, a suggerirci il nome di “La Slòira” (come la slòira, il vomere, lavora la terra e la prepara alla semina, allo stesso modo l’associazione avrebbe lavorato la terra della cultura piemontese, così da farla conoscere al maggior numero di persone possibile). Nel 1993 l’associazione divenne realtà, nelle persone di Gianrenzo Clivio, Censin Pich e me, ed io ne fui presidente (e lo sono tuttora). La prima attività fu quella di organizzare il Convegno di lingua e letteratura piemontese, che fu ospitato a Quincinetto (quasi al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta) grazie all’amicizia ed alla sensibilità dell’allora sindaco del comune, Angelo Canale Clapetto. Tra alti e bassi i Convegni, come ho già detto, sono andati avanti fino al 2005, cioè fino alla morte di Gianrenzo. Nel frattempo, parlo del 1994, chiudeva una prestigiosa ed autorevole voce nel panorama della editoria periodica piemontese, cioè il “Musicalbrandé”, fondato nel 1959 dal poeta, pittore e musicologo Alfredo Nicola, come erede “indiretto” di “Ij Brandé” di Pinin Pacòt, che aveva a sua volta chiuso i battenti nel 1957. Nicola aveva allora più di 90 anni (era nato a Torino nel 1902), era stanco e deluso, e decise perciò di concludere la sua esperienza. Censin Pich, il più stretto collaboratore ed amico di Nicola, mi propose di continuare con un’altra rivista l’esperienza del “Musical” (così affettuosamente lo chiamavamo), a cui sia lui che io collaboravamo, non solo scrivendo ma impaginando, correggendo bozze e spedendo materialmente la rivista dalle poste di Torino ai suoi abbonati (il “Musical”, come anche “La Slòira” del resto, veniva diffuso solo per abbonamento). Detto fatto (o, vist nen vist, come si dice da noi), scompare il “Musicalbrandé” e nasce, col numero di marzo del 1995, “La Slòira, arvista piemontèisa”, portavoce dell’associazione omonima. Del “Musical” “La Slòira” mantiene sia l’impostazione culturale che la veste editoriale (24 pagine in formato A4) e la scadenza trimestrale (Marzo/Giugno/Settembre/Dicembre).
Questo per quanto riguarda la sua storia (ormai quasi ventennale). Per ciò che concerne invece i contenuti e l’impostazione ideologico-culturale cosa si può dire… La prima cosa è che, continuando una linea culturale inaugurata negli anni Cinquanta da Pinin Pacòt e portata avanti da Nicola, “La Slòira” non è una rivista fatta esclusivamente di poesie e di prose artistiche, ma, essendo noi convinti che la lingua piemontese sia in grado di esprimersi a qualunque livello di comunicazione, essa ospita anche articoli di storia letteraria, arte ed archeologia, musica, storia, filosofia, religione, purché il loro contenuto sia attinente al Piemonte ed ai piemontesi (in Italia e nel mondo). Fino al 2009 è stata diretta da Gustavo Buratti e, dopo la sua morte nel dicembre di quell’anno, ne ho preso io (cum deficiunt equi, trottant aselli, per dirla col Folengo) la guida. Attualmente la redazione è formata, oltre a me, da 6 componenti, mentre il numero dei collaboratori è ovviamente più ampio e copre sostanzialmente quasi tutto il territorio regionale. Tra i più importanti collaboratori attuali possiamo ricordare Giuseppe Goria, Valerio Rollone, Candida Rabbia, Domenico Vineis, Sergio Notario, Pinuccia Gamba, Antonio Tavella.
Per quanto riguarda la qualità delle collaborazioni più propriamente poetiche e di prosa creativa e d’arte, sono tutte di discreto e buon livello, ancorché diversificate. Pur essendo io il direttore non pongo censure né limiti (se non quelli dettati dal buongusto) ai contributi: abbiamo quindi poesie e prose di stampo tradizionale (con gli argomenti più consueti: le montagne, vecchio Piemonte, la mamma, il cappello alpino, il buon tempo antico…), altre invece più sulla linea della cosiddetta “neo-dialettalità” o addirittura di una sorta di “avanguardia”, seppur abbastanza soft
Sta di fatto che “La Slòira” è una delle due riviste (l’altra è il mensile “Piemontèis Ancheuj”, fondato e diretto da Camillo Brero) che in Piemonte (e scritte esclusivamente in piemontese, letterario o nelle varianti locali) parlino di cultura piemontese (in senso stretto) o comunque di cultura in Piemonte. Proprio per questo motivo la Regione Piemonte ci ha sostenuto economicamente per qualche tempo, ma ora, con questi chiari di luna, questo appoggio si sta riducendo e, pur senza volersi “piangere addosso”, temo che tra non molto possa anche sparire del tutto.

D. 3 – Pasero poeta. Esordi, esperienze, bilinguismo. Perché anche (o soprattutto) in dialetto?
R. 3 – Una premessa biografica: sono stato da subito bilingue (italiano e piemontese), poi, verso i quattordici anni ho aggiunto il patois provenzale (io non sopporto, così come anche altri, il termine “occitano”) della valle Varaita, che ora non so più parlare ma che capisco. Quindi posso affermare di scrivere nella mia lingua materna, anche se, come si capisce dalla mia bibliografia, non disdegno l’uso dell’italiano, non solo (ovviamente) per i lavori di tipo filologico e letterario, ma anche per alcuni miei scritti in prosa narrativa (abbiamo ricordato, per es., i miei contributi all’“Apollo buongustaio”).
Quanto alla scelta poetica, ho scelto il piemontese probabilmente perché, attratto come sono sempre stato da ciò che non appartiene a molti, da ciò che è limitato a pochi, lo scrivere in piemontese mi è sembrato anche il modo per “essere fuori dal coro”, un “Bastiancontrario” della lingua e della poesia, in poche parole. Quello che è certo è che, a differenza di buona parte dei miei colleghi scrittori piemontesi, non ho iniziato a scrivere in questa lingua solo “perché era quella di mia mamma (o dei miei vecchi in genere)” o per “malinconia del buon tempo antico”.
Devo poi aggiungere che la mia lingua poetica si è formata principalmente (ed agli inizi) da ciò che mi è stato insegnato dall’uso vivo, ma certamente moltissimo devo alla lettura ed allo studio dei grandi poeti (quelli che ho ricordato prima, ma anche altri), e per il lessico soprattutto a Barba Tòni Bodrìe (Antonio Bodrero) ed a Gustavo Buratti; non escludo poi i neo-logismi (anche quelli di mia invenzione).
Ho iniziato a scrivere (in modo serio e continuativo) abbastanza tardi – la mia è stata possiamo dire una “vocazione adulta” – intorno (l’ho già detto) ai primi anni Ottanta del secolo scorso, cioè verso i miei trent’anni. Vocazione adulta perché prima di avventurarmi in qualunque esperienza (specie se importante come lo scrivere poesia) ho bisogno di un po’ di riflessione iniziale e di vincere quella gena (soggezione, timore) tipica di molti piemontesi nel vedere le proprie parole, nere, sul bianco della carta. Come ho già ricordato, i miei primi tentativi poetici sono state traduzioni dai lirici greci, poi le prime prove personali, sottoposte, come già detto, al giudizio di Camillo Brero e di Celestina Costa, poi l’incontro con Alfredo Nicola e Censin Pich, e dunque col “Musicalbrandé”. Sono stati questi due amici a darmi fiducia e ad ospitare alcuni miei testi sul “Musical”, ma soprattutto a farmi riflettere sulla possibilità di andare avanti su questa strada. Ero, lo confesso, piuttosto sfiduciato allora (era il 1984) perché avevo partecipato a diversi concorsi poetici senza ricavarne nulla, anzi, vedendo premiate poesie che, sinceramente, non ritenevo, tranne qualche caso, tanto migliori delle mie. Grazie ad Alfredino (questo il nom de plume di Nicola) ed a Censin ho visto la mia firma stampata in calce ad alcune poesie e prose. Dopo che sul “Musical” ho pubblicato anche su l’“Armanach dij Brandé” e su una rivista dal titolo “MicRomania” (dedicata a testi un po’ in tutte le lingue minori romanze) che si pubblicava in Belgio. Poi (e precisamente nel 2002 e nel 2006) ho riunito svariati testi in due raccolte (An sla crësta dl’ombra, Sulla cresta dell’ombra, e Masche Tropié Bërgamin-e e Spa, Streghe Soldati Pergamene e Spade).
Altra motivazione del mio scrivere in poesia? Probabilmente cercare di dimostrare (a me e agli altri) che il piemontese può trattare anche argomenti lontani da quelli tradizionalmente (e riduttivamente) sentiti come tipici della poesia “dialettale”.
La “geografia” della mia poesia è, nella sostanza, il Piemonte, ma poi si può restringere il campo a Torino, dove sono nato e vissuto fino ai miei quarant’anni circa, a Saluzzo (e dintorni), cioè l’ancestralità della mia famiglia, e ancora, idealmente, alla Provenza, che io sento come un Piemonte con in più il mare, così vicina (anche geograficamente, oltre che poeticamente) al saluzzese, ma non mancano i luoghi del mito, sia quello classico (le isole…) che quello nordico (la Bretagna…). La mia Torino non è però quella, tutto sommato tradizionale, delle fabbriche o dei salotti borghesi (Gramsci e Fruttero-Lucentini, per intenderci), così come la mia Saluzzo non è quella delle campagne e delle cascine di un buon tempo antico (alla “Mulino Bianco”, sempre per intenderci), in cui nonostante la fatica del lavoro la vita era comunque bella e felice: la mia Torino è quella dell’incanto della non-città, ma piazza metafisica dell’anima, piazza dechirichiana, San Salvario non giulivo e pattumieroso quartiere multi-etnico di adesso ma corte franca dei sogni bambini e adolescenti; la mia Saluzzo è quella dei primitivi abitanti di quelle terre in un’atmosfera senza tempo che unisce in uniche corti d’amore masche (fattucchiere), fate, folletti, antiche tribù barbare e dame di corte, giullari e trovatori.
Se vogliamo poi buttare l’occhio sui “maestri”, o “maggiori”, come li chiama Primo Levi, maestri di poesia (e più in generale di scrittura): tra i piemontesi quelli che ho citato prima (Pacòt, Olivero, Nicola, Bodrero, Buratti…), tra i non piemontesi soprattutto Th. S. Eliot, Lorca, W. B. Yeats e Rilke, ma anche G. G. Belli e Mario dell’Arco. Pochi gli italiani: Gozzano, Saba, Pasolini e Luzi su tutti. Maestri di vita: a distanza, coi loro libri, Alfieri, Gobetti e Augusto Monti (la linea laicamente severa e seria dell’anima piemontese, quella della “religione del lavoro”), da vicino, con le loro parole, Gemma Alemanni, mia professoressa di Italiano alla media “Manzoni” di Torino, che mi ha avviato sulla strada della poesia (conservo ancora un’antologia scolastica, da lei compilata, che mi regalò quando mi iscrissi al ginnasio “Alfieri”), e poi Eugenio Corsini, mio professore di Letteratura Cristiana Antica all’Università, amico di infanzia di Beppe Fenoglio, che mi ha insegnato che il moderno senza una profonda conoscenza dell’antico non ha pressoché nessun valore; anzi, talora il moderno è solamente rimasticatura dell’antico in altra salsa. Penso sia merito suo la presenza del mito nei miei testi. Tra gli italiani, comunque, quelli che rappresentano le radici della mia ispirazione nelle sue varie sfaccettature sono Edoardo Calandra (la storia-mito), Beppe Fenoglio (la lingua tra realtà e invenzione e il pessimismo maloroso), Primo Levi (la minoranza e la persecuzione, l’ironia ebraica), Mario Soldati (i dubbi religiosi e la sensualità), Guido Ceronetti (il pessimismo metafisico e il culto della parola, che diventa quasi ossessione nel lavoro di traduttore).
Oltre a questi ultimi, tra gli scrittori che amo di più metterei anche Guido Morselli, Maurensig, Arbasino e il sommo tra i sommi (almeno per me) Gadda; tra i piemontesi (in piemontese) viventi Valerio Rollone e Giuseppe Goria (tra i poeti) e Censin Pich (tra i prosatori). Insomma prediligo quegli scrittori in cui, indipendentemente da ciò che essi dicono, la lingua (in particolare il suo uso in senso etimologicamente “indisciplinato” ed extravagantemente estroso) la fa da padrona: anche dicessero stupidaggini le direbbero comunque in modo sublime.
Concludo questa risposta con una mia personalissima riflessione sulla poesia e sul fare poesia e su miei eventuali progetti. La poesia dice in una sintesi perfetta quanto la prosa in genere ci dice in pagine e pagine; inoltre, grazie al suo lessico scelto e “squisito” (e per questo secondo me non deve usare registri troppo popolari e informali, discorsivi e piatti), può essere un antidoto contro la pochezza lessicale dei nostri giorni, pochezza lessicale che traduce la pochezza intellettuale di molti: la parola salva e vivifica, la parola crea ontologicamente l’esistente (εν αρχή ο λόγος ήν… en arché o lògos en…). Inoltre io sono un “maniaco” (in senso letterale, dal greco μανία/mania, cioè pazzo) della poesia, che per me è una “divina follia” che permette di vedere e interpretare la realtà in modo molto più chiaro che non la razionalità della prosa o, peggio, delle immagini del cinema o della televisione. Quale posto la poesia possa ancora occupare nel mondo? Alto e isolato, solitario e unico, irraggiungibile se non ai pochi, agli happy few. Meno siamo e meglio stiamo…
Quanto ai progetti, tendo a non farne (almeno nel campo della scrittura), ma preferisco navigare a vista. Diciamo che non vorrei venisse meno l’ispirazione, rinnovandomi (almeno spero) nei temi trattati; penso di avere ancora qualcosa da dire per quanto riguarda l’aspetto metafisico-esoterico-trismegistico-sapienziale-teologico della poesia (e della vita…). Inoltre, sul numero del mese scorso di «Lunarionuovo», grazie alla disponibilità della Redazione e del Direttore, ho pubblicato i miei primi tentativi di un modo ancora diverso di fare poesia: un esempio di poesia chiaramente iniziatico-erotica (la poesia erotica manca quasi del tutto, se escludiamo qualcosa di Luigi Olivero, alla letteratura in piemontese) e alcuni frammenti di poesie-nonsense, in cui provo la parola nelle sue multiformi possibilità svincolandola del tutto dalle cose (insomma: significante vs significato).

D. 4 – L’ombra stërmà, questo suo nuovo importante libro, – lo definisco importante perché mi è sembrato di leggervi un universo di stimoli per ogni lettore – segna una svolta nell’esternazione delle sue istanze di poeta o ritiene sia una continuazione di linee di pensiero precedenti? Vorrei ne parlasse estensivamente.
R. 4 – Qualcosa ho già detto nelle risposte precedenti: credo che i temi delle mie poesie si siano sempre e costantemente evoluti, passando da un momento in cui ero convinto che il piemontese avesse, sì, le capacità lessicali per esprimere non solamente temi legati alla tradizione ed alla quotidianità (quello cioè che chiamerei il grado zero della poesia piemontese, quello a cui molti giungono, e con esiti spesso poco felici), ma anche qualcosa di più profondo, anche se sempre in simbiosi con il Piemonte e la sua civiltà (e allora siamo al grado uno); ora credo (e penso che nel libro si possa cogliere) che sia necessario un “salto di qualità”: il piemontese come strumento di comunicazione poetica su qualunque livello e di qualunque argomento, anche il più complesso e insieme lontano dalla civiltà e cultura regionale, che non va comunque dimenticata: essa, pur essendo nel nostro DNA, è ormai, come disse Foscolo di Didimo, “calore di fiamma lontana”… (eccoci dunque al grado due).
Nel corso degli anni, poi, dalle prime prove ad oggi, parecchio è cambiato nella mia scrittura poetica. Per fortuna infatti le cose cambiano col tempo, e quindi posso dire di non essere rimasto staticamente aggrappato ai miei primi motivi ispiratori. Anni fa, oltre al fatto di essere stato (credo) più legato ai miei modelli e di avere quindi prodotto testi comunque vicini, almeno nei temi, alla tradizione piemontese, nei miei versi dominava il senso della vista e, di conseguenza, l’ansia di vedere, scoprire e dominare ogni tipo di realtà; ora penso prevalga quello dell’udito, ascoltare più che vedere la realtà nei suoi aspetti più propriamente metafisici: non tanto dominare e scoprire la realtà quanto intuirla ed elevarsi spiritualmente fino ad essa. Ho parlato troppo nella mia vita; ora forse è il momento di ascoltare (anche se in genere succede il contrario: bisognerebbe ascoltare molto e poi parlare…). La parola è comunque ciò che struttura la realtà, dà forma al mondo, è il demiurgo che ordina il caos; addirittura le lettere, quelle dell’alfabeto ebraico, per i cabalisti avevano in sé una forza creativa: inoltre, se la Torah venisse letta al contrario il mondo andrebbe distrutto. Questa è la forza dominatrice della parola, e la poesia è il suo strumento più puro ed assoluto, in quanto usa la parola di per se stessa, non per descrivere, ma per creare. A questo mi piacerebbe giungere: scrivere versi che sappiano creare il mondo del mio ipotetico lettore/ascoltatore; non spiegare descrivere raccontare (per questo c’è la prosa), ma creare un suo mondo, così come esse creano il mio, il mio microcosmo che si delinea nel mio animo e si costruisce con la parola poetica. Quando in L’ombra stërmà io parlo di cortili e castelli, e di trovatori e castellane, questi luoghi e questi personaggi vivono con me (non solo dentro di me), e sono di fianco a me, in una sorta di mondo parallelo che le mie parole mi stanno creando: se poi riesco a trasmettere questa sensazione anche al lettore credo, allora, di aver raggiunto il mio scopo vero e assoluto. È anche per questo che nella mia ultima produzione (e le testimonianze in L’ombra stërmà credo siano molte ed evidenti) presto così tanta attenzione alla metafisica ed alla speculazione iniziatica (gnostica e cabalistica). Inoltre credo di aver dato molta importanza al sogno (il titolo stesso L’ombra stërmà, cioè l’ombra nascosta, richiama il carducciano “che è mai la vita? l’ombra di un sogno fuggente”), così come la mia prima raccolta si intitolava An sla crësta dl’ombra: ecco, penso che l’ombra sia un elemento importante perché è vox media, può essere buona o malefica, quasi partecipando di due nature, ma se è nascosta può anche rivelare, in un’alternanza di bianco e nero, di luce e di ombra, di giorno e di notte; ritorna il tema gnostico della luce e delle tenebre (anche l’incipit del Vangelo di Giovanni, proprio quello del logos che ho citato poco fa, è un passo evangelico che rasenta la gnosi). La parola e l’ombra; un gioco di specchi tra parlare ed ascoltare, tra parlare e creare.

D. 5 – Al docente Dario Pasero e non solo, al poeta e allo studioso di lingua e tradizioni della propria regione, chiedo un giudizio motivato sulla pratica dei dialetti nei nostri giorni. Si sa quanto questo argomento continui a far capolino nei dibattiti e nelle teorie di tanti osservatori. Ma forse poche volte viene ascoltata con la dovuta attenzione la voce di chi vive in prima persona l’esperienza delle tradizioni e delle parlate regionali. Questa mi sembra sia una solida occasione per ascoltare, da un protagonista autentico, un parere a 360 gradi che risponda della propria esperienza sul territorio e che aggiunga punti di vista come valutazioni generali sulla presenza e sopravvivenza delle parlate regionali.
R. 5 – Comincio con una precisazione: preferisco parlare di “lingue minori” e non di “dialetti”, perché, almeno da noi in Piemonte, questo termine ha assunto, ed ha tuttora, un valore decisamente spregiativo. Ora un paradosso provocatorio (ma in realtà, quale paradosso non è provocatorio?). In Spagna 40 anni di dittatura hanno fatto di più, in tema di dignità delle lingue minori, dei nostri 60 e più di libera repubblica democratica, se è vero che laggiù anche le parlate meno importanti hanno una loro dignità, quando addirittura non sono lingue ufficiali (o semi-ufficiali) insieme col castigliano (penso al navarrino, all’aragonese, al gallego, al bable, come esempi del primo caso, e al catalano, come esempio del secondo). Qui da noi, purtroppo, abbiamo solo la protezione per le minoranze alloglotte cosiddette “storiche” (francese, provenzale, walser, franco-provenzale, ladino, sloveno e tedesco, solo per citarne alcune), mentre le altre parlate locali, ridotte (grazie a fascismo) al rango di “dialetti dell’italiano”, sono dallo stato lasciate al loro destino (se si eccettuano – ma per ragioni politiche – quelle di alcune regioni autonome, come il sardo e il friulano): perché il friulano, sì, è riconosciuto e protetto, e il piemontese, il napoletano, il siciliano, no?
Fatta questa premessa, c’è poi da dire che la colpa principale della decadenza delle lingue minori è molto spesso da individuare proprio nei parlanti, i quali (penso sempre al caso del Piemonte) spesso si vergognano di parlare nella loro lingua madre perché pensano che ciò sia indice di ignoranza, oppure perché credono che essa debba essere esclusivamente usata in famiglia (la lingua du foyer, del focolare e degli affetti domestici). Se qualcuno si rivolge a me in piemontese io sono ben felice di rispondergli nella medesima lingua, ma spesso mi capita di sentire parlare piemontese una persona che non conosco: ebbene, non appena eventualmente io le rivolga la parola nella stessa lingua, mi risponde in italiano. La scuola oramai può fare poco: anche alle elementari i bambini che seguono corsi di tradizioni e di lingua piemontese sentono tutto ciò come l’eredità dei nonni (anche perché spesso i consulenti delle scuole per il piemontese sono persone di una certa età) e magari apprezzano e sono interessati, ma poi tornano a casa e sono circondati da persone che, anche quando conoscono il piemontese, parlano loro italiano. E allora… a che serve, se non c’è una società intorno che si rivolge loro nella stessa lingua? Il piemontese è spesso ridotto a reperto museale, mentre l’italiano (o l’inglese) vengono sentiti come i veri strumenti della comunicazione. Ci sono comunque zone della nostra regione (penso specialmente alla provincia di Cuneo, ma non solo) in cui il piemontese è ancora discretamente vivo. Paradossalmente i più interessati, a questo riguardo, sono gli immigrati stranieri, specie quelli che vivono in campagna o in piccoli paesi: per loro conoscere il piemontese, e magari parlarlo, è ancora un segno di integrazione, come succedeva, per esempio, con gli immigrati veneti negli anni ’50, che hanno imparato pressoché tutti il piemontese. Oppure mi si porta ad esempio il teatro in piemontese: tante compagnie, molti spettacoli (a volte addirittura piccole “stagioni”), molto pubblico. È vero, l’ho constatato anch’io, ma con un limite, anzi due: quasi sempre, purtroppo, il piemontese usato a teatro ai nostri giorni di piemontese ha poco, trattandosi quasi sempre, almeno per quegli attori che non recitano direttamente in italiano, di una mescolanza tra italiano, piemontese e piemontesismi italianizzati; e poi, suvvia, il ruolo del teatro piemontese è nella stragrande maggioranza dei casi, purtroppo, solamente quello di “far ridere” e poco (nulla) più.
A questo punto io credo, pessimisticamente (ma il pessimismo fa parte del mio essere piemontese, e spero comunque di essere smentito dai fatti), che il piemontese (come altre lingue minori d’Italia) realisticamente possa in futuro (penso presumibilmente tra qualche decennio) rimanere vivo come una lingua d’élite, una sorta di lingua colta della poesia, che accomuna persone che hanno avuto esperienze linguistiche tra loro simili ed altre che, con un po’ di buona volontà e con l’aiuto della traduzione italiana, possano farsi coinvolgere in un’avventura linguistico-fonetico-culturale al di fuori dei canali della cultura dominante.

D. 6 –  A quest’ultima domanda che le rivolgo, la prego di rispondere come se le sue risposte alle mie precedenti non ci siano, non siano state espresse. La domanda è fondata su questi suoi tre versi che si leggono a pag.18 de L’ombra stermà: “A cosa serve guardare continuamente/ e sempre il passato/ se non solamente a risvegliare la coscienza/ del nulla di oggi? Le chiedo di commentare il denso significato che a mio parere anima questo suo pensiero.
R. 6 – Bene; bella domanda. Alla quale vorrei far corrispondere – spero – una bella risposta.
Svegliarsi al mattino e vedere o immaginare di vedere, aperta la finestra, la piazzetta di San Salvario che mi ha visto nascere oppure la collina di Santa Brigida, simbolo concreto dell’ancestralità, aveva un senso, nella realtà come nel ricordo, fino a qualche tempo fa. Ora non più: San Salvario è diventato una pattumiera di sentimenti e di esperienze mescolate in una movida (ma chi ha trovato questa parola terribile?) di squallore e di banalità; il paese ancestrale della mia famiglia si è trasformato in una sorta di dormitorio delle cittadine ad esso vicine, in cui gli abitanti vivono in un limbo di dispersione senza neppure poter immaginare che secoli fa i miei antenati correvano le campagne del Marchesato ignorando cosa attendeva i loro discendenti. L’importante, come dice Eliot nei Quattro quartetti (a mio giudizio il massimo capolavoro poetico novecentesco sull’essenza del tempo: passato presente futuro, inizio-fine, ritorno circolare dei ricordi) è “l’intersezione del momento senza tempo”.
Ecco la coscienza del “nulla” (nulla metafisico, prima ancora che etico) di oggi, coscienza che si ha guardando appunto il proprio passato. Eppure, senza questo passato, ma anche senza questo presente, come sarei io? Come sarebbero i miei pazienti lettori? Come sarebbero queste parole ora dette e sentite?

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