Il romanzo di Giuseppe Pelleriti come coda letteraria di un drammatico ed epocale caso storico

 

L’IMPORTANTE ESORDIO LETTERARIO DI GIUSEPPE PELLERITI

 

Cominciando a leggere il romanzo Il colpo di coda, opera-prima di Giuseppe Pelleriti può venir da pensare, e sarebbe errato, a qualche interessante scrittura misto linguistica, nella quale il dialetto siciliano pone al lettore più filologicamente avvertito qualche sospetto di uso poetico, inventivo come voci d’improbabile reperibilità nella consuetudine espressiva isolana di Trinacria, pur così ricca di varianti tra i residenti delle nove province. Sarebbe errato perché Pelleriti adopera il dialetto reale ed epocale di un territorio che è quello nel quale ha ambientato il suo romanzo, frutto genuino di sue fantastiche ricostruzioni di remote memorie.

Aggiungiamo subito che quanto a dialetti in Sicilia, a parte la presenza di isole linguistiche, dal gallo-italico nella linea San Fratello-Sperlinga-Nicosia-Aidone, all’Arbëreshë di Sicilia (Piana degli albanesi, Cristina Gela, Contessa Entellina e dintorni in provincia di Palermo), è propriamente il variare, ciò che ne caratterizza singolarità di valore per gli interessi scientifici. E questo si dice per premettere quanta varietà di vocabolario territoriale, oltre che regionale, (in mancanza di una koiné) ferve tuttavia nell’oramai esangue patrimonio di “una lingua che non so più dire” (*).

Ma argomentare sul rapporto dialetti-scrittura senza pensare a Stefano D’Arrigo sarebbe rivolgere offesa al maestro dei maestri del chimismo linguistico d’alta letteratura, e al suo capolavoro, Horcynus Orca (Mondadori, Milano, 1985), opera da scaffale alto delle scritture romanzesche italiane (e universali). Letteratura italiana di autori siciliani, che da Verga allunga il suo passo sul tardo Novecento e fino all’opera dello stesso scrittore di Alì Marina (ME) e al suo contendere al “Gran lombardo”, Carlo Emilio Gadda un primato che la storia della letteratura italiana continua a riconoscergli.

D’altra parte preme sulla coscienza degli addetti ai lavori una mappa di opere letterarie di autori siciliani che con il linguaggio dialettale siciliano hanno giocato partite di notevole spessore, come Giuseppe Mazzaglia di Catania, con “La dama selvatica”, (Feltrinelli, Milano 1961); Vincenzo Consolo di Sant’Agata di Militello (ME), con “La ferita dell’aprile” (Mondadori, Milano 1963); il calatino di Butera (CL) Fortunato Pasqualino, con il suo “Mio padre Adamo”, (Cappelli, Bologna 1965), opere narrative, queste citate, che momenti di celebrità ne hanno, tutte e tre, meritoriamente riscossi, anche con le traduzioni in tutto il mondo fin da quegli inizi della seconda metà del Novecento, quando veniva celebrata la novità caposcuola del Pastiche (**) di Carlo Emilio Gadda in chiave linguistica esclusivamente romanesca. E si arriva alla sconosciutissima Rosa Pedalino di “Decamerone siciliano”(Prova d’Autore, Catania 1988). Originaria di Agira in provincia di Enna, la Pedalino ma maturata e naturalizzata definitivamente in Francia alla scuola di André Bouissy, cattedratico alla Sorbona, nonché benemerito curatore delle opere (tutte) di Pirandello, per le edizioni parigine di Gallimard.

È tutto un discorso che non può essere ignorato da chi è attento alla realtà letteraria specialmente verso quella degli autori siciliani che hanno contribuito ad arricchire il patrimonio linguistico della comunicazione nazionale con le loro ricerche lessicali caratterizzate da contaminazioni di lemmi e intere locuzioni di dialetti regionali,(osservazione che troviamo attualissima nelle molteplici opere dell’agrigentino di Porto Empedocle Andrea Camilleri). Discorso che potrà essere omesso da chi si accinga a presentare l’attuale opera narrativa di uno scrittore esordiente come il promettente Giuseppe Pelleriti di Centuripe (EN), il cuo romanzo va inserito nel filone nobile che comprende, tra altri, scritture degli Autori qui prima citati. Necessità dunque di ripercorrere a volo di rondine la storia della letteratura italiana di autori siciliani, segnatamente ricordando gli scrittori che hanno esaltato l’uso della contaminazione lessicale con operazioni che prima ancora di etichettare sul denominatore comune di “Italiano regionale di Sicilia” bisogna evidenziare in un capitolo a parte della letteratura nazionale.

2 – Dunque Giuseppe Pelleriti propone il suo coup de dés letterario provocando anzitutto una specie di invito al confronto vincente, basato sul chimismo lessicale.

Il momento attuale, che segna questo primo ventennio del nuovo secolo di una subdola crisi del prodotto letterario in genere (come per tutto il resto della vita di relazione ed economica dell’intera civiltà occidentale), non si è dimostrato generoso di prodotti innovativi come lo è questo Il colpo di coda con le sue intramature di giallo poliziesco sontuosamente innestate ad alludere a un benemerito impegno storico. È momento, l’attuale, della transizione e della mutazione su cui il progresso tecnologico pigliatutto estende e muove, grazie a internet, le proprie spire rivoluzionarie, innovative, simpatizzando per una editoria futuribile, quella degli e-book. Il trionfo del digitale è comunque anch’esso latore di un peso culturale che ha già modificato criteri e scuole editoriali. E siamo al progresso, che non è un esito estemporaneo di gusti oscillanti, come la moda, ma è un fenomeno che innova e automaticamente trasforma. Come a poter far dire che siamo a cavallo di anni che per taluni aspetti fanno pensare allo spazio che definiamo “terra di nessuno”, al passo che sta per raggiungere una nuova linea come nuova frontiera per tutto e, ovviamente, anche per le scritture letterarie e i rispettivi editori. Condizione in progress, frutto, a sua volta, dell’attuale gestazione in chiave cibernetica e di robotizzazione verso un imprecisabile futuro.

Nell’attuale concerto generale italiano dei quattrocento e passa libri al giorno prodotti da una editoria in palese crisi, quasi a confermare la presenza ctonia di analogie tra la merceologia e la demografia, quando quest’ultima dimostra come le popolazioni allo stato anemico siano (sono) molto più prolifiche di quelle che navigano in stato pletorico di benessere, giunge dalla remota provincia dell’antico Sud dei primati culturali della Scuola poetica siciliana di Federico Secondo; l’ennesimo sasso nello stagno delle scritture creative, in questo caso del romanzo di Pelleriti che, come abbiamo cercato di avvertire, è un sasso il cui tonfo potrebbe produrre generi di allerta diversi dai tantissimi altri lanci.

Primo: perché il “Colpo di coda” di Giuseppe Pelleriti giunge veicolato su un remoto ordito storico i cui protagonisti, tutti reinventati dallo scrittore centuripino, non si erano peritati, quella volta, dall’usare il cannone (**), come antesignano dei mitra, dei kalashnikov e del tritolo dei decenni successivi di linea mafiosa. Secondo: perché l’intramatura coloratissima con cui Pelleriti veste l’ordito storico, muovendo scenari e dialoghi come per un modesto (apparentemente) resoconto salottiero, costituiscono uno strepitoso e luminoso campionario di profonda umanità in cui le passioni umane vengono declinate con la spontanea verve creativa di uno scrittore che interpreta il non descrivibile modulo del resoconto a mo’ di testimonianza allusiva, tra costume pregresso e DNA fisso di un popolo che vive in una regione che ha avuto suoi codici speciali di vita di relazione di orgogli storici fino all’emergente sintomo dell’“onore privato”. Terzo: perché Pelleriti, tratteggia personaggi e azioni con consapevolezza e scrupolo di narratore che ha di proprio uno stile, e che questo stile adatta ai momenti espressivi delle sue descrizioni attuando concatenazioni tra dialoghi in dialetto e scenario territoriale, passioni e loro conseguenze, trappole, scene erotiche, azzardi e qualche bizzarrìa propria della pirandelliana “Corda pazza” dell’anima siciliana. Tutti condimenti artisticamente dosati che conquistano l’attenzione e la complicità del lettore, perché (Quarto elemento) creano atmosfere empatiche. E questo ottiene il Pelleriti servendosi, oltre che dalla sua innata inclinazione al narrare, dalla onomatopea di una modulazione linguistica in cui l’uso della parlata locale (ed epocale) (Quinto elemento) fa da detonatore e amplificatore, con i suoi effetti fono-semantici calibratissimi nell’economia generale del romanzo che, sul piano formale della scrittura, appunto, (Sesto elemento) è la celebrazione della essenzialità, dell’asciuttezza retorica. Settimo elemento, infine, il merito culturale di evocare in modo fantastico e creativo un episodio remoto di momenti delle cronache locali che frattanto erano divenute storia altrettanto remota e obliata, dove la rimozione di un episodio come quello della banda armata di quella volta, rimozione che non si addice alla conoscenza di chi ha diritto e dovere di conoscere i pregressi indigeni del bene e del male che hanno segnato della loro inclusione il territorio in cui si vive e opera, in altra epoca e in altre ben diverse condizioni sociali, civili e politiche.

Né finisce qui la conta dei meriti insiti nel valore ulteriore dell’opera di Pelleriti se si tiene ancora una volta debito conto di quanto viene classificato come contaminazione dialettale. Un elemento letterario che esalta e rende più accattivante la recita e il teatro degli avvenimenti che si accavallano tra le dense quanto agili pagine del romanzo Il colpo di coda, concatenati dal fil rouge degli straordinari contenuti e dalla coerente surripetuta colorazione espressiva. L’esito è una coralità che riguarda i personaggi e la loro estrazione culturale, propria di un luogo a sé stante rispetto ad altre occasioni della stessa vita siciliana dell’epoca (“Banda di Salvatore Giuliano”, “Banda Stimoli” di Adrano, etc.). Un dialetto questo di Pelleriti, che non è zuccherellino per far trasalire di compiacimenti i lettori che, almeno se siciliani, ritrovano un lessico concomitante con proprie subliminali aspettative tribali, ma è la colonna sonora genuina per l’udienza nazionale e universale di una atmosfera ricreata per asseverare di verità inoppugnabile la riesumazione di fatti e personaggi da riconoscere nelle loro istanze vitali umane ed epocali come attori che hanno recitato su un canovaccio di tragiche contingenze che altri avevano fatalmente scritto per loro, contingenze che si augura non debbano più tornare.

3 – Concludiamo questi appunti riportando dall’opera dello storico palermitano Francesco Renda due brani che aiuteranno a comprendere ancora meglio il valore del romanzo di Giuseppe Pelleriti. La citazione della preziosa opera scientifica di uno dei più seri e rigorosi storici siciliani, comprende due vere e proprie chicche: l’intervento di Vitaliano Brancati e quello di un altro scrittore meno noto, l’acese Antonio Prestinenza, autore de’ “La città dalle cento campane” e di “Contrasto con l’ombra” (Rebellato, Padova 1971).

All’epoca dei fatti criminali eletti a libero ordito per l’altrettanto fantasiosa, reinventata, autonoma e libera trama de’ Il colpo di coda, il Prestinenza era direttore responsabile del quotidiano catanese La Sicilia da cui sono state tratte entrambe le citazioni. La parola a Francesco Renda:

Su quella incredibile disponibilità di armi pesanti e di lunga gittata, Vitaliano Brancati così scrisse a proposito del capobanda di Centuripe”: <<Il ladro Dottore, in una località del centro della Sicilia, ha sparato con un cannone sui carabinieri. Non si comprende come questo ladro abbia potuto nascondere un cannone agli occhi della polizia; ma io credo che in molte case di campagna, coperto di sacchi e abiti smessi, occultato da arazzi davanti ai quali vengono accesi i lumini nelle ricorrenze, ci sia nascosto uno dei piccoli cannoni abbandonati dai tedeschi nella loro ritirata. Ho assistito in campagna a conversazioni fra la brava gente nel corso delle quali un bambino veniva cacciato via a pedate come sciocco e impertinente per aver cominciato un discorso colle parole: “Il cannone nostro, papà”>>.

Lo scrittore non faceva colore letterario. Il tenente dei carabinieri, Gaetano Sasso, comandante della tenenza di Regalbuto, che procedette all’arresto del Dottore, nel rapporto all’autorità giudiziaria, così riferiva: <<Al ritorno a Regalbuto, si procedeva all’interrogatorio degli arrestati, i quali dichiaravano… che nella casa avevano sei mortai, cinque mitragliatrici pesanti, tre pistole mitragliatrici, diverse pistole automatiche e moschetti militari con relative munizioni, nonché binocoli>>.

“Anche il direttore del giornale catanese La Sicilia, Antonio Prestinenza, confermava quella dovizia di mezzi. <<Il bandito, circola a cavallo. Cavalcature a disposizione ne ha quante ne vuole; quando la bestia si stanca, può a suo piacimento prelevarne un’altra dalla stalla di una massaria, di quella stessa massaria dove ottiene senza difficoltà il cibo, l’alloggio e quegli altri rifornimenti che gli occorrono. Egli si stacca dalla sua banda e ad essa si unisce ogni volta che lo giudica necessario ai fini strategici, è fornito di moderne armi portatili, e la sua banda non manca di armi pesanti che difendono le balze impervie di quei fortilizi dove la masnada tiene in serbo il bottino e le munizioni di guerra…Lo immaginate voi un agente dell’ordine, a piedi, incaricato di stare alle calcagne, attraverso le insidie naturali della campagna, di un bandito a cavallo?>>” (Cfr. in Francesco Renda, Storia della Mafia, Sigma edizioni, 1997).

 

Tali erano i tempi, quella volta e sono citazioni che consentiranno a ogni lettore del romanzo di Giuseppe Pelleriti di stabilire inoppugnabilmente quanta maestria ricreativa e narrativa è stata impiegata ne Il colpo di coda. Cioè appurare come lo scrittore di Centuripe pur reinventando tutto fino a ricavarne un romanzo di libera fantasia, abbia saputo filtrare l’ordito storico senza inquinare l’essenza degli avvenimenti altrettanto storici e storicizzati, facendo sublimare quanto si trova affidato alle cronache epocali divenute storia e facendo rivivere l’aura pregressa entro un modulo narrativo colorato di attualità perenne, quale solo l’arte letteraria può realizzare con l’aiuto della fantasia creativa e della scrittura più adatta, fino a ottenere che un episodio oscuro e dimenticato possa essere evocato nelle sue linee essenziali per testimoniare impronte indelebili proprie di una contingenza epocale e maledetta.

Uno scrittore, Giuseppe Pelleriti, che ha già segnato con questo suo esordio a sorpresa, un proprio stile e una propria “morale” letteraria nell’ambito della ricerca dei contenuti, cui si dovranno onestamente aggiungere i meriti di una solida proposta espressiva che, come abbiamo ripetuto prima, si rende onomatopeica rispetto al narrato e alle impronte umane degli indimenticabili personaggi protagonisti inventati e descritti con avvincente e personalissima efficacia letteraria che fa persino ricorso a segnare di predestinazione alla forza fisica e chissà a quali avventure l’individuo nato con protuberanza anatomica come prolungamento della dorsale fattasi coda.

(Mario Grasso)

www.mariograssoscrittore.it

 

(*) Stilema darrighiano, Cfr. in Codice siciliano di S: D’Arigo; ed. Scheiwiller, Milano 1957.

(**) Il romanzo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana venne pubblicato in prima edizione da Garzanti nel 1957. Era apparso in cinque puntate della rivista Letteratura nel 1946. Definito Pastiche dalla grande critica, viene convenzionalmente continuato a essere citato con tale significante. Una infinità di ristampe continua a testimoniare il valore storico dell’opera capofila della scelta letteraria che in Italia ha avuto tra gli altri seguaci gli scrittori citati in questi appunti per Giuseppe Pelleriti.

(***) Cfr. qui nello stralcio dell’articolo di Vitaliano Brancati.