Fé (Pianté) ’n cine [Fare un film = Fare pasticci, confusione; Fare una scenata a qualcuno]

 

Un giovanotto magro e pallido si avvicina a quello che allora si chiamava metteur en scène (ora regista) per dagli una serie di consigli, ricevendone non proprio un rifiuto ma un gesto quantomeno di seccata sufficienza.
È mattina presto sulle rive del Po e il Valentino è avvolto da quella umidità che non è propriamente nebbia, ma che le si avvicina molto: avvolge gli sguardi, ovatta le parole, attenua i pensieri, facendo vivere in un’atmosfera di gradevole limbo (notare l’ossimoro, prego…).
Quella che, tra qualche anno, chiameremo pomposamente “industria cinematografica” sta muovendo i suoi primi passi all’ombra della Mole (e non ha ancora incontrato un Mario Soldati che la racconti vivendola dal suo interno), passi che tra breve diventeranno giganteschi, tali da coprire con un sol balzo la distanza che separa Torino da Roma, senza neppure pensare ad un possibile ritorno alle origini.
Il giovanotto incassa sorridendo la stizza del metteur en scène e intanto pensa al “suo” soggetto, quello a cui sta lavorando, quello su San Francesco, che, se le cose si metteranno bene, potrebbe diventare il capolavoro della quasi neonata cinematografia italiana. E intanto gli operatori si affannano, gli attori si agitano, il metteur en scène grida dando ordini a destra e a sinistra: la confusione è indescrivibile e il disordine regna sovrano, provocando il riso divertito di quei pochi cittadini (allora il lavoro era ancora una religione: altro che perdere il proprio tempo a guardare gli altri “lavorare”…) che assistono tra il divertito e lo sconcertato a tutto quel ciadel (confusione)…
«Anche oggi questi qui stanno piantando il loro cine…»
«Già, e soprattutto quello che sembra il capo guarda che cine gli sta facendo a tutti gli altri… poveretti; e soprattutto a col fieul (quel giovanotto) con l’aria triste e le orecchie un po’ grandi…»

Anche per oggi il lavoro è finito: è sera e, un po’ tristemente, la carovana del cinematografo (il cinéma, con l’accento sulla penultima, come si diceva allora) abbandona i prati del Valentino, gli imbarcaderi sul fiume, i palazzi dell’Esposizione, il castello finto medievale con cui D’Andrade ha sperato di rifare il medioevo (come Giacosa ha fatto pochi anni addietro con le sue “partite a scacchi” ed i suoi “paggi Fernandi”), il castello vero secentista con cui i Duchi volevano rivaleggiare con Parigi; ci si saluta (cerea monsù, cerea madamin, arvëdse doman matin, tòta…) e:
«Buona sera, signor metteur en scène, e speriamo che domani vada tutto meglio. Anche oggi, siamo riusciti a piantare il nostro bravo cine. Lei, poi, a me, ne ha piantato uno di quelli…»
«Non se la prenda: mi piace fare un po’ di cine; e buona sera a lei, avvocato Gustavo»
«Buona sera, ma preferirei che mi chiamasse Guido…»

 

Guido Gozzano

Guido Gozzano