Il potere politico della parola “poesia”, Avalovara

È necessario più che mai in questo momento storico riprendere a parlare della funzione dell’intellettuale “specifico”, se il regime di verità e quello della sua economia politica sono affidati soprattutto alla consulenza degli expertises (i competenti e soli legittimati a prendere decisioni tecno-scientifiche di interesse collettivo). Una necessità non più procrastinabile, se le loro competenze per di più sono diventate supporto essenziale alla squadra governativa che deve deliberare il destino di vita di un territorio e della sua popolazione (nel caso, consapevoli di sacrificare tante altre utili tracce, ci limitiamo ai confini generali della geopolitica italiana).

E seppure brevemente, prima di tentare l’avvio di un discorso che ha a che fare con l’intellettuale specifico della poesia (il poeta) – e nell’area occupata dalle quaranta figure “schizzate” dal libro Col dire poesia… – Con omaggio a Dante nella ricorrenza dei 700 anni dalla morte” (a cura di Nicolò Mineo, Prova d’Autore, Catania, maggio 2020, pp. 195, € 18,00) – focalizzando l’attenzione sulla funzione dell’intellettuale odierno, qui preme abbozzare una certa differenza tra la figura dell’intellettuale ‘expertise’ e quella dell’intellettuale ‘specifico’.

Una differenza di non poco conto, se l’esperto mira a un pharmakon informativo e comunicativo atomizzato – separato dal contesto semiotico generale di difesa della salute pubblica di una comunità –, lì dove l’intellettuale specifico (con chiaro intento di riferimento a una semantica foucaultiana) invece non scinde il suo campo di ricerca e soluzione dal simbolico generale di un ambiente e dal contesto con il suo divenire culturale e storico. Tra formazioni e trasformazioni, continuità e discontinuità, relazioni e correlazioni, rotture e differenze, in gioco sono gli effetti di verità degli enunciati discorsivi in situazione. Sono le conseguenze che – come ricaduta differenziata del potere del sapere e delle conoscenze sul destino di vita delle comunità – sono filtrate dalla lingua e dalla sua articolazione nei linguaggi settorializzati e temporalizzati (il codice della razionalità assoluta e degli universali è ormai paradigma d’altra storia!). Sono ancora gli effetti cioè che, nel rapporto di forze che dialettizzano le relazioni individuali e sociali, percorrono le vie dalla plasticità di una lingua o quelle della sua riduzione a codice univoco e omogeneizzante, sì che gli assetti percettivi, le traduzioni linguistico-semiotiche e le pratiche ne risultano fortemente dipendenti e funzionali ad un obiettivo piuttosto che a un altro. Riguardano le azioni e il loro intrecciarsi in ordine ai cambiamenti attesi dei comportamenti individuali e collettivi e alle condizioni predisposte. Un reticolo che tesse un certo ordine, delle deviazioni, delle distorsioni, delle somiglianze e delle differenze, delle analogie e delle successioni seriali per quadrettare un terreno tra dentro e fuori. Il dentro e il fuori quale campo delle forze della vita, del lavoro e del linguaggio dei soggetti socializzati, prefigurandone il corso logico e cronologico (fase 1, 2, 3…) nel mentre l’evoluzione aleatoria del tempo rompe gli argini di un sistema che crede di essere coerente e compatta struttura discorsiva e pratica.

È come dire del potere politico del logos ridotto all’uso algoritmico-monocratico dell’identità destoricizzata – formalizzata e astratta – del sapere “expertise” (orizzonte semantico uniforme, rigido-globalizzato, principio unico e causalità-lineare) o, diversamente, del sapere-potere dell’intellettuale “specifico” che non esce dalla “plasticità” della parola del logos plurale (dinamico, polimorfico e polisemantico). Il logos che, nelle flessioni e nell’articolazioni pronominali (io, tu, egli, noi, voi, loro), sa delle identità dell’altro (il suo sé non è alieno agli scarti, alle impurità, all’imperfetto e all’impensato); che è aperto cioè agli orizzonti di senso impermanenti e alle operazioni delle verità combinate secondo regole; e ciò pur non rinunciando alle forme e alle condizioni delle possibili mutazioni e trasformazioni in campo (i nessi sapere-potere/potere-sapere tramite cui i soggetti della conoscenza innescano produzioni di verità, ideologie e pratiche  come rete teorica ed empirica; il complesso problematico che, alienando, coinvolge il modello di vita degli stessi soggetti nella concretezza temporale dei rapporti individuali e sociali).

Se verità e potere così non si escludono ma si supportano a vicenda (perché non c’è verità che non sia di questo mondo mutante, e dentro la rete linguistico-semiotica delle relazioni e correlazioni di vario tipo che la differenziano dalle falsità), allora è anche vero che l’intellettuale della parola poetica – l’intellettuale ‘specifico’ – non può non potere prendere posizioni quando certi discorsi lo coinvolgono sia come singolo che alterità collettiva culturale e sociale. Se ogni società ha un suo regime di verità, è anche vero infatti (allora) che non è possibile non occuparsi dello statuto previsionale di coloro che decidono cosa deve funzionare come verità, e come farla girare quale informazione e comunicazione vera (obbligata uniformità o libero confronto e incontro di posizioni; normalità e anormalità, analogie e anomalie…). Le deliberazioni non possono essere affidate solo alla parola politico-amministrativa del sapere-potere delle verità impacchettata (ma in continua ridefinizione) dell’expertise, se il linguaggio dell’intellettuale ‘specifico’ (nel caso i discorsi della parola poetica) ha facoltà e diritto di parola politica alternativa, e fuori i soliti giri dei teatri seduttivi o estetizzanti dei mercati della comunicazione pubblicitaria. Nello specifico, la parola politica della poesia non è emarginabile come il folle d’epoca, perché “lingua minore” o linguaggio secondario che si sottrae alla società del controllo e alle apposite “app” personalizzate della telepresenza senza storia (vietato è il passato del futuro e il futuro del passato!).

Il ruolo dell’intellettuale specifico – scrive Michel Foucault – è di rilievo, perché «in proporzione alle respon­sabilità politiche che, volente o nolente, […] in quanto scienziato atomico, genetista, specialista del­l’informazione, farmacologo, ecc.»[1], ha l’obbligo etico-politico di pren­dere posizione. Egli deve comprendere per prendere posizione. Non può (e non deve) solo comprendere, così come non può trattare il linguaggio solo come fine a se stesso. Il linguaggio non perde mai la sua funzione mediatrice tra l’essere e, via via, le forme emergenti; e ciò insieme con le verità incorporate (il corpo: il campo, oggi, di scontro e guerra per adattarlo e dominarlo!).

Così, sarebbe fuorviante e pericoloso considerare per esempio la specificità dell’intellettuale poeta (quale soggetto che ha cura della plasticità della lingua e delle sue valenze) come fine a se stesso, o questione di non interesse delle masse; e ciò specie nell’attuale panorama del capitalismo globalizzato e di Stato che (tutto preso dall’ideologia tecno-scientista dello sfruttamento dei corpi e dell’immateriale) punta all’uniformità e all’omogeneità dei comportamenti individuali e collettivi per produrre le sue verità e riprodursi senza troppe critiche e opposizioni.

Non così, ci piace dire (e a questo punto), è la parola del libro “Col dire poesia…”. Qui la proposta politica è la posizione delle voci che articola il sapere-potere della poesia dentro il proprio della lingua, la ‘plasticità’ e il suo riflettersi nella molteplicità delle forme di posizione circa la verità di cui dicono in nome o pro-nomi. Senza entrare nel dettaglio della “presa di posizione” di ciascuno autore circa il focus centrale del proprio far poesia – impegno, magia, simpatia, sogno, trascendenza, estraneazione, allusione, emozione, intuizione, linguaggio non convenzionale, mondo sospeso… –, qui è un ventaglio di pieghe e mutazioni semantiche di innegabile vitalità del dire della poesia. Anzi, potremmo dirci, che il suo dire è tale “specifico” quale taglio di una lingua “minore” (minore non perché – direbbe Gilles Deleuze – minore rispetto a una lingua maggiore), ma in quanto è sottrazione di potere a quella totalizzante e maggioritaria della maggioranza di potere dominante, una moltiplicazione temporalizzata di sensi imprevisti in divenire e soste temporalizzate.

II problema di uno scrittore – scrive Gilles Deleuze – non è infatti quello di deterritorializzarsi e poi riterritorializzarsi su un ger­go o un dialetto. Il suo compito è quello di mettere in variazione la lingua maggiore; di interrompere, attraverso lo stile, il gioco delle significazioni dominanti e stan­dardizzate. Incuneare qualche parola d’ordi­ne, come l’essere bilingui e multilingui nella propria lingua, o tracciarvi lin­gue minori ancora sconosciute. Ser­virsi della lingua minore per farsi straniero nella propria lingua.

E di queste indicazioni, ci sembra, il nostro libro, “Col dire poesia…”, non difetta. Qui la verità politica del potere della parola poetica, riciclando alcuni schemi foucaultiani, non è infatti né quella  centrata sulla forma del discorso tecnico-scientista e sulle istituzioni finanziate che lo producono chiedendo fiducia ai dipendenti; né sottomessa ad una costante sollecitazione orientata per la produzione econo­mica o per la riproduzione del potere politico (dedito alla costanza di certi rapporti di produzione lavorativa subordinati allo sfruttamento, oggi identificato col tempo di vita di ciascuno); né l’oggetto, sotto forme diverse, di consumi immensi (e circolanti mediante investimenti diretti e privatizzati negli apparati dell’educazione e dell’in­formazione per formare e trasformare il corpo sociale ad hoc, nonostante alcune strette limitazioni); né prodotta e trasmessa sotto il solo controllo di pochi grandi apparati politici o econo­mici (università, esercito, stampa, mass media); né è la posta in gioco di un dibattito politico e uno scontro sociale su verità universali e di scientistica trascendenza.

In “Col dire poesia…” è invece la presa di posizione delle singolarità autoriali come salute pubblica della comunicazione e delle informazioni della vita collettiva o dei gruppi fuori la logica della lingua settorializzata quanto mummificata sull’ordine del discorso normato e targato “ab” quarantena pandemia “Covid-19” “et” ideologia expertise.  Perché il problema politico degli intellettuali-poeti di “Col dire poesia …”, leggendo fra le righe scritte, è quello di pensare non nei termini della «scienza/ideologia» del codice della governance ma in quelli della «verità/potere» della parola poetica esploratrice. La parola cioè che si flette e riflette su altre condizioni di legittimazione informativa e comunicativa; quelle che si impegnano sul versante della ricchezza semantica e sul suo valore conflittuale dell’imperfezione piuttosto che della perfezione, se è vero che il pensiero cresce lì dove le sollecitazioni non trovano soste definitive e l’intellettuale non si ferma a denunciare solo l’ideologia corrente. Il problema politico essenziale per l’intellettuale – scriveva Michel Foucault – è sapere se è pos­sibile costituire una nuova politica della verità dal basso e come farla circolare e, via via, inventando nuove regole organizzative, verificarne gli effetti di cambiamento complessivo. Non basta criticare i contenuti ideologici legati alla scienza o puntare sulla coscienza degli individui (la soggettività) o su un’ideologia giusta. Il problema è la produzione della verità e delle condizioni in cui si esercita il suo sistema di potere. Non si tratta di affrancare la verità da ogni sistema di potere, se la verità è essa stessa potere. Si tratta «di staccare il potere della verità dalle forme di egemonia (sociali, economiche, culturali) all’interno delle quali per il momento funziona»[2].

E in questa direzione, ci sembra, non manchi di consapevolezza la voce e la parola dei quaranta poeti di “Col dire poesia…”. Ogni soggetto coinvolto, qui, ha lasciato per scritto il proprio enunciato quale condizione possibile di riferimento del far poesia.

E se in tempi di quarantena Covid-19, la parola del potere-sapere dei governi, degli esperti/competenti (e delle case farmaceutiche) è quella della verità che cerca un vaccino propizio per bloccare la diffusione del contagio biologico e salvaguardare dal male il tessuto produttivo, la casa editrice Prova d’Autore (CT) – in ciò si affianca quanto già detto a proposito dal pittore Giacomo Cuttone (http://mazaracult.blogspot.com/2020/05/antonino-contiliano-tra-gli-autori-di.html; https://itacanotizie.it/2020/05/28/la-poesia-e-la-sua-funzione-sociale-40-autori-a-confronto-in-unopera-curata-da-nicolo-mineo/) – rilancia il potere di un vecchio “vaccino”, la parola “anomala” di “quaranta” poeti su quel che s’intende “Col dire poesia…”. Il vaccino che difende la vita intellettuale e sociale dal malessere dell’uniformità, salvaguardando l’imperfezione, propria a ciascun punto di vista, come la condizione possibile e, tra fratture e continuità, funzionale a un’evoluzione perfettibile.  Se c’è un potere-sapere, come esercizio diffuso di azioni su azioni e rapporto di forze, più che come proprietà di qualcuno (direbbe Michel Foucault), da questo ordine del discorso non può essere escluso il potere politico della parola della poesia e dell’uso specifico del suo stesso linguaggio, di cui ognuno, fra i quaranta autori, tra analogie e differenze di posizioni, si è fatto carico di dirsi e lasciarsi quale opzione operativa in itinere.

Il sapere della poesia non esclude infatti il prendere posizione, e pluralizzata, se il contesto dominante, per riprodursi, da canto suo predilige far circolare comunicazioni informative univoche e omogeneizzanti. Il che, in sintesi, porta a dire che lo scontro fra il potere-sapere del sistema-mondo farma-capitalistico e quello della potere-sapere della poesia si gioca sul piano dei linguaggi e del controllo della formazione dei messaggi messi in circolo dalle produzioni e rispettive regole organizzative.

È cosa fuori dubbio ormai, a partire dall’età moderna, che i discorsi di verità sono produzione storico-materiale e trasformazione continua secondo il regime dei rapporti di forza tra i soggetti in assetto di lotte frontali, laterali, trasversali; che il loro fare è preceduto e seguito dal dire e dalle logiche (di vario tipo) che regolano la distribuzione circolare dei significati e delle attese previste; quelle finalizzate a disciplinare e a controllare le condotte individuali e sociali. Così è del tutto scontato (ma non privo di importanza, ricadute ed effetti), avendo presente il modo difforme di confezionare i significati, l’area del senso e degli orizzonti di senso tra la squadra della governance farmo-capitalistica e le singolarità poietiche (raccolte nel volume in questione), dire che il potere dei due linguaggi non suonano la stessa musica, o l’armonia dei contrari.

La parola del potere-sapere della politica farmo-capitalistica, avendo a cuore la cura di interessi e valori tutt’altro che caritatevoli e complessi, mira infatti a disossare la “plasticità” dei linguaggi per veicolare significati chiari e distinti (si evitano così equivocità e polisemie … cose che frastornerebbero le coscienze e le condotte delle masse individualizzate), lì dove invece la parola della poesia e della sua organizzazione fa della plasticità della lingua una fonte aperta ed esposta alla contingenza delle cose e dei suoi stati, ovvero un’occasione di vita e di esistenza non mutilata (anche dalla stessa verità degli errori). Un antidoto multiforme contro il vaccino monolinguistico e monocratico del potere costituito (e dominante); un’occasione che riporta di nuovo a galla, secondo noi, il problema sempre vivo del ruolo dell’intellettuale negli attuali assetti di potere (fra vecchi e nuovi soggetti). Un ruolo, certamente, non più nei termini del sacerdote delle verità universali, specie se le verità sono sempre verità della storia materiale e temporalizzata, di procedure e linguaggi che nel ruolo e nella funzione, come è quello dei soggetti del linguaggio specifico di “Col dire poesia…”), supporta la plasticità vs l’uniformità. Un supporto che, nel caso dell’album  delle identità di “Col dire poesia…”, è fortemente sottolineato anche dal ricorso alla figura metaforico/allegorica del volatile “Avalovara” (la favolosa aquila ibrida, in quanto, come descrive il suo scopritore, lo scrittore brasiliano Osmas da Costa Lins, organismo composto da un insieme di tanti piccoli alati, come un altro ornitorinco, il corpo che ibrida mammifero e oviparo).

Metafora o allegoria, l’Avalovara, è, secondo chi scrive, il modo più classico e al tempo stesso più concreto e pratico, per rendere visibile e tattile con le loro unità logico-discorsive le forme plurivoche che le diverse identità dei poeti hanno voluto dare al corpo della poesia.

Non un solo vaccino, quello della parola del potere-sapere del sistema amministrativo del neocapitalismo contemporaneo, ma, è possibile dire, tanti vaccini, già salutari, vitali e variegati (una funzione non certamente allineata alle individualizzazioni assoggettanti, servili e proprie alla mosca cieca della nuova governance italiana).

La chimica politica della parola di questo singolare libro – “Col dire poesia…” – è così, si può dire, un antidoto di più efficace veduta microfisica per la salute pubblica singolare e sociale; efficace perché confliggente e contro i costi antidemocratici della sorveglianza e del controllo accecato dall’immediatezza dei provvedimenti censori. Quelli che, in atto, sono scatenati a pieno regime sotto il paravento della difesa e dell’arresto del contagio pandemico “covid-19”, lì dove il sottofondo dice altro: dice la verità del potere della chimica expertise piegata ai poteri della lingua maggiore.

I nomi degli antidoti contro: Sebastiano Aglieco, Marcella Argento, Franco Arminio, Salvatore Bommarito, Maria Bucolo, Maurizio Cairone, Giuseppe Conte, Antonino Contiliano, Silvia Costanzi, Ombretta Di Bella,  Grazia Dormiente, Alessandra Ferrara, Emanuele Fiore, Francesco Foti, Aldo Gerbino, Giovanni Giuga, Renata Governali, Mario Grasso, Stefano Gresta, Marina Guerrisi, Gilberto Isella, Stefano Lanuzza, Anna La Rosa,  Antonio Leotta, Marisa Liseo, Aurora Lombardo, Massimiliano Magnano, Valerio Magrelli, Rosa Maiolo, Fabiola Marsana, Angelo Maugeri, Nicolò Mineo, Lorenzo Morandotti, Francesco Nicolosi Fazio, Domenico Pisana, Silvio Ramat, Giuseppe Raniolo, Laura Rizzo, Mario Rondi, Giulia Sottile.

Antonino Contiliano

Marsala, 12 giugno 2020

[1] Intervista a Michel Foucault (di A. Fontana e P. Pasquino), in Foucault: il potere e la parola (a cura di Paolo Veronesi), Zanichelli, Bologna, 1976, p. 148.

[2] Intervista a Michel Foucault (di A. Fontana e P. Pasquino), in Foucault: il potere e la parola (a cura di Paolo Veronesi), cit., p. 151.