Il mandala

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Il concetto di visione interiore, come immagine che appare nella mente come substrato della coscienza, abbraccia rami di studio variegati. Lo stimolo essenziale di ricerca è la riproduzione creativa in forme che ne contengano le spirali, le strutture intrecciate che danno storia al pensiero, al suo volteggiare nell’interiorità.

Il mandala, sulla trasmissione originaria proveniente dal Buddha e dalle sue stanze interiori raffigurate, comprende una schiera di devoti che seguono un principio di perlustrazione che si addentra, si illumina e si espande. Questo ci potrebbe anche fare pensare che il contatto visivo percettivo tramutato in simbolo appartenga solo all’Oriente, in cui il mandala del Buddha è un’opera così complicata e vasta che richiede l’operato dei monaci per ricostruirlo secondo i dettami tramandati. In realtà in Occidente molti altri maestri si chiesero i motivi di tali apparizioni, raffigurandoli in disegni che ne raccogliessero l’essenza complessiva. Jung, nel libro rosso, parla di questo approccio più intimo con le continue figure che gli apparivano, portandogli messaggi che richiamavano l’ancestrale e il primordiale; lui stesso era spinto a raffigurarle in modo da lasciarne memoria, come d’altronde fanno anche gli artisti nel confronto e nell’approccio con la tela e la grafite. Il percorso di Jung, lasciato per iscritto, presenta le figure di Elia, Salomè e il serpente come fonti di confronto, per capire dove era rimasto indietro nella sua conoscenza della psiche. Lui dichiara apertamente di sentirsi ignorante e di essersi perso, in quanto la spiritualità ha bisogno di esperienza e non di distacco. Nel suo mondo lavorativo si sente un’ipocrita in quanto recita una parte che gli è stata affidata, di fronte a quelle figure si sente invece più reale e in contatto con il suo vero sé. Lo stesso profeta Elia dice a Jung: “La tua ignoranza ha la colpa della tua cattiva coscienza. Il non sapere è una colpa, ma tu supponi che il tuo impulso a conoscere cose proibite sia la causa del tuo senso di colpa.” Jung sa perfettamente che il confronto con i pensieri è impresa ardua per ogni uomo, con il rischio di scambiarsi per essi e dimenticando la propria origine. L’identificazione proveniente dall’esterno porta alla deviazione dell’intra-sé e al nulla che si addentra, non distinguendo più la sorgente dall’acqua stagnante. Jung nelle sue riflessioni con Elia arriva a sondare questi dubbi esistenziali dichiarando al profeta: “Sono entrato nella tua casa, padre mio, con il timore di uno scolaretto, ma tu mi hai impartito insegnamenti di salutare saggezza.”

La strada per l’illuminazione giunge al cospetto di un essere che si è purificato dalle contaminazioni e infonde verità al circostante e al sensibile. Il mandala si fonda anche su questa trasmissione, infondendo un desiderio che va ben oltre la semplice apparenza, si muove nei canali psichici con il moto di un sentire che brama la materia. Jung, nel libro rosso, affronta anche questo dilemma, che entra nella schiera dei sogni e delle azioni di fine reale, senza farsi smorzare dagli ostacoli e dalle presenze forvianti: “Non è poco confessare a se stessi il proprio vivo desiderio. Molti hanno bisogno di un particolare sforzo d’onestà. Troppi non vogliono sapere a che cosa anelano, perché ciò pare loro impossibile o troppo doloroso. Il desiderio è però la via della vita.”  Gli esseri dormienti e inconsapevoli sono frutto anche della società moderna che tende al potere spasmodico, alla ferocia, e al proprio interesse vacuo, portando all’annullamento di reazione e di rivoluzione. Il nichilismo prevale sugli spiriti con la conseguenza di temere continuamente il futuro e pensando alla tristezza sociale e non al dislivello di classe.

Il dialogo con sé stessi presuppone chimere difficili da sconfiggere ma non impossibile da ascoltare, quella voce dai bassifondi che entra delicata e tonante, che avvolge e rompe gli argini per l’ecatombe.
Fulcro deve essere la trasformazione della percezione, che ricerca e scopre universi nucleari dai pigmenti energetici, un terzo elemento che restituisce vitalità e combatte la terrena morte teologica.
Proprio su questo Jung fa riferimento al simbolo che ognuno deve possedere, in modo da essere coscienti sulla direzione da intraprendere: “Il simbolo diventa mio signore e sovrano infallibile. Rafforzerà il suo regno e si tramuterà in un’immagine rigida ed enigmatica, il cui significato è interamente rivolto all’interno e il cui piacere si irradia all’esterno come un fuoco fiammeggiante, come un Buddha circondato dalle fiamme.”
Pensare che il caos non esista è come pretendere che una cascata non possieda suono,  dunque l’accanimento dei pensieri rivolti all’ordine e all’equo effetto delle cause porta a non osservare con occhio vigile e ad allontanarsi dall’essenza divinatoria.

Jung si pone interrogativi su questo tema, dato che la sua mente schematica ha sempre anelato alla perfezione e all’esattezza scientifica, arrivando alla conclusione che tutto è relativo, che bisogna avere dei punti focali senza confondersi con il mezzo, non rimanendo in sé ma facendosi sé: “Quando però mi resi conto della libertà che godeva il mondo dei miei pensieri, Salomè mi abbracciò e io divenni profeta, perché avevo trovato il piacere delle esperienze primordiali, della foresta e delle bestie selvatiche. Riacquistai potere dal profondo ed esso si incamminò davanti a me come un leone.”
La volontà di liberare il leone genera una forza esplosiva che si scatena e affonda gli artigli sulla conoscenza dalle molteplici radici contro un sistema-creatore corrotto e millantatore.

 

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