I cugini Pini

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I cugini Pini, figli di due fratelli, avevano in comune non solo il cognome ma anche il nome. Entrambi Piero. Inoltre, erano perfettamente coetanei, essendo nati, per una curiosa coincidenza, lo stesso anno, lo stesso mese e lo stesso giorno alla medesima ora. Perciò, per non confondere l’uno con l’altro, non potendo riferirci nemmeno alla loro differenza di età, d’ora in poi li chiameremo Piero 1 e Piero 2, senza attribuire alcun significato di superiorità ai numeri distintivi.
Piero 1 e Piero 2 erano titolari, ciascuno al cinquanta per cento, della “Gioielleria Pini & Pini”, ereditata, quand’erano ancora giovani, dai genitori scomparsi prematuramente. Il negozio, sfarzoso e sfavillante, dotato di ben tre “luci”, si trovava in pieno centro, nella via più elegante e più frequentata della città, dove le vetrine più ricercate ed esclusive si susseguivano senza interruzione.
La “Gioielleria Pini & Pini” era rinomata in città e in provincia, e i due proprietari, grazie all’oculata amministrazione e alla perfetta concordia, facevano affari d’oro. I clienti che in genere mettevano piede nel loro negozio, erano molto facoltosi e, al momento degli acquisti, sborsavano senza batter ciglio anche somme di notevole consistenza. Gli ottimi guadagni assicuravano ai due cugini un elevato tenore di vita, e loro passavano gli anni fra casa e negozio soddisfatti e tranquilli, senza particolari preoccupazioni se si escludono i piccoli fastidi quotidiani.
Questo modo di vita durò quanto l’intero arco della loro giovinezza e maturità, finché qualcosa venne a turbare l’armonia che fino a quel momento aveva regnato fra i due.
Un giorno, mentre Piero 2 era intento a ordinare dei documenti nell’office ricavato al piano superiore del negozio, dov’era pure un raffinato privé destinato alle trattative più riservate, Piero 1, attorniato dalle bacheche d’esposizione, se ne stava ritto e immobile dietro il lungo tavolo di cristallo a prova d’effrazione, sotto la lastra del quale, sistemati con cura in teche di ebano laccato e su cuscini di velluto nero, facevano bella mostra di sé ori e diamanti, diademi e collane, anelli e orecchini, bracciali e braccialetti, orologi d’oro e d’argento da polso e da taschino, e quant’altro di luminoso e suadente era in grado di attirare i potenziali acquirenti come gazze alla vista di oggetti luccicanti.
Ma in quel momento il negozio era vuoto. Nessun cliente era ancora entrato. Piero 1, posando casualmente lo sguardo sulla vetrina infrangibile del negozio, dapprima osservò con un certo orgoglio, come fosse la prima volta, la perfetta composizione dei caratteri, nitidi e lineari, che recitavano “Gioielleria Pini & Pini”; poi, però, il suo pensiero si soffermò, con una certa perplessità, su quella scritta, e in particolare sulla posizione dei due cognomi, e fu attraversato da un dubbio che al momento gli parve ridicolo, ma in prosieguo di tempo non cessò di tormentarlo: chi dei due Pini occupava il primo posto della titolarità e chi il secondo? Lui o il cugino? Si disse che la cosa non aveva importanza, dato che la ragione sociale del negozio non stabiliva, in pratica, alcuna primazia, e gli stessi passanti, leggendo l’insegna, non si ponevano certo quel problema. Un Pini valeva l’altro. D’altronde, ciascun titolare poteva benissimo pensare di essere lui il primo del binomio.
Scorrevano, intanto, i giorni, ma il tarlo del dubbio e della gelosia, non disgiunto dal desiderio di un certo protagonismo scambiato per senso di equità, cominciò inesorabilmente a immalinconire Piero 1. Il quale, finalmente, si decise a rivelare il suo rovello a Piero 2.
«Secondo te, nell’insegna della gioielleria, il primo “Pini” è il tuo o il mio?»
«Non c’è un cognome più importante dell’altro. Sono eguali.»
«Sì, ma uno è scritto prima e l’altro dopo.»
«E che importa?»
«Detto fra noi, chi dei due occupa il primo e chi il secondo posto?»
«Vuoi dire che bisogna attribuire un’identità a ciascuno dei due Pini?»
«Proprio così, visto che non possiamo differenziarci né per nome né per età.»
Piero 2 guardò perplesso Piero 1 e rifletté a lungo. Poi, per non contrariare il cugino, domandò:
«E quindi che cosa proponi?»
«Potremmo far fare due targhe d’ottone da collocare all’ingresso del negozio su uno degli stipiti. In una, il primo Pini saresti tu ed io il secondo; nell’altra, il primo sarei io e tu il secondo. Con le due targhe potremmo fare a turno» disse Piero 1.
«A turno, come?»
«Per non togliere niente a nessuno, potremmo alternarci. Al principio di ogni mese una targa sostituirebbe l’altra. Che ne dici? I mesi in un anno sono dodici, nessuno di noi verrebbe sacrificato.»
«E che cosa cambierebbe? Le targhe sarebbero eguali.»
«Nessuno di noi due si sentirebbe inferiore all’altro.»
Piero 2 restò alquanto pensieroso.
«La tua mi sembra un’ottima proposta» disse poi. «Però, se sei d’accordo, potremmo perfezionarla.»
«Di’ pure» disse Piero 1.
«In ciascuna targa i cognomi potrebbero essere scritti con lo stesso tipo dei caratteri incisi nell’insegna della vetrina, ma con colori differenti. Per esempio, il primo Pini rosso e il secondo nero, e viceversa. L’importante è che i colori siano ben visibili e i cognomi ben leggibili.»
«L’idea mi piace, ma nasce un altro problema.»
«Ti ascolto» disse Piero 2.
«La scelta del colore.»
«In che senso?»
«Come far capire ai passanti che il colore nero, per esempio, corrisponde al mio cognome e il rosso al tuo, o viceversa?»
«Sì, hai ragione. È un grosso problema. Dobbiamo riparlarne» disse Piero 2.
«Dobbiamo riparlarne» convenne Piero 1.

Dopo quel giorno, l’argomento non fu più ripreso. Ma il velo di malinconia che non si era dissolto dagli occhi e dal volto di Piero 1, pian piano contagiò anche il volto e gli occhi di Piero 2. Qualcosa si era infranto fra i due. Continuarono a lavorare insieme ancora per qualche anno; poi, nonostante le buone intenzioni, la reciproca freddezza, mista a una lenta ma progressiva diffidenza, compromise i loro affari e finì col portarli alla chiusura della “Gioielleria Pini & Pini”.

 

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