Graffi d’Africa. L’automobile.

PARTE I

Perdo la testa
perdo la testa per un paio di occhiali da sole
uhm… perdo la testa
per gli occhiali da sole
Un’altra lampada al viso
per non accorgersi più dell’inverno
per non sparire nel grigio
alle fermate del tram.

Tenere in mente che al primo straccio di sole
scivoliamo a Riccione
tenere in mente che appena si affaccia il sole
c’è da uscire col cabriolet.

(Luca Carboni – Solarium)

 

L’automobile.
Questo argomento, apparentemente insignificante, è invece una delle chiavi per comprendere meglio il rapporto tra la cooperazione internazionale e paesi in via di sviluppo, quelli emergenti come l’Africa.
L’automobile.
Chiunque si può ricordare in Italia cosa significava acquistare un’automobile.
Tutto.
Nell’automobile tutti noi abbiamo sempre proiettato tutto: quanti soldi abbiamo, quanti soldi vogliamo sbattere in faccia, quanto gli altri ci devono rispettare, quanto siamo vincenti o perdenti, quanto ci piacciamo, quanto vogliamo piacere e quanto gli altri ci devono amare.
Negli anni ’80 abbiamo visto l’apice di tutto questo: la macchina era il marchio indelebile di quanto valeva una persona.
– Che macchina hai? – ci si chiedeva a vicenda per soppesare l’anima.
In Africa è esattamente la stessa cosa.
Tutti sognano l’automobile perchè vogliono spostarsi liberamente, perchè vogliono fare business, perchè vogliono mostrare il proprio successo negli affari o semplicemente mostrare di avere soldi.
Molti però desiderano la macchina per poter sbarcare il lunario perchè chi viaggia nei mezzi pubblici cioè nei taxi privati – che sono dei piccoli pulmini e sono i mezzi più usati per spostarsi in Africa -impiega una mattina per un viaggio di 10-15 km andata e ritorno dato che i taxi privati non partono finchè non si riempiono di 16 persone..
Quindi chi vuole emergere e non ha la macchina è un pò visto come un loser – un perdente.
Perciò in Africa, come da noi qualche decennio fa, la macchina è una sorta di deus ex machina che ti porta fuori dalla povertà e che ti fa diventare un ricco business man.
Ma a differenza dell’Europa, in Africa l’automobile per eccellenza è il Pick-up che è un vero e proprio strumento da lavoro.
Il Pick-up è quell’auto che ha due-tre posti davanti mentre dietro ha un cassone aperto come un camion, per metterci materiali di ogni tipo. È la tipica macchina da frontiera americana per intenderci.
Il Pick-up serve a fare lavoretti, a trasportare attrezzi o animali, a pagamento, a portare persone.
Il Pick-up è la via unica per cominciare a fare business da soli perchè oltre alle vie principali tutto il resto è strada sterrata, tutto il resto è prendere i taxi privati.
Il Pick-up per eccellenza è di marca japponese.
La Toyota, la Isuzu, la Suzuki sono le marche più sognate per un qualsiasi cittadino africano che voglia uscire dalla povertà ed entrare nella schiera della piccola media borghesia.
Il Pick-up è chiamato in genere “bakkie” (storpiatura della parola inglese bike) e il colore per antonomasia è il bianco.
Il bianco è il colore per antonomasia perchè riflette i raggi solari.
Quindi il mito del Pick-up, japponese e bianco, appartiene a tutti i paesi emergenti nelle fasce calde.
Le piccole utilitarie che noi utilizziamo sono “roba da bianco e da femmina”, pressochè inutili perchè non reggono negli sterrati e non possono trasportare nulla.
Il mito del pick-up può essere intaccato soltanto da due tipi di automobile: una Mercedes/Bmw da autorità politica, colore scuro e vetri oscurati o un Pick-Up gigantesco, magari di marca non japponese.
La berlina scura da politico o autorità locale desta sentimenti contrastanti in Africa. Chi la vede cade in una trance silenziosa – conoscendo un minimo gli stati d’animo africani come quelli del sud Italia è facile riconoscere in quel silenzio un mix di rispetto, odio, invidia e timore reverenziale nei confronti del politico. Ovviamente tutti vorrebbero essere dentro l’abitacolo al posto del politico ma chi è fuori o lo rispetta in quanto persona “di successo” o lo guarda pensando al giorno che tutto gli andrà male e cadrà in povertà.
Ma chi intacca veramente il mito del Pick-Up è un altro Pick-up: quelli giganteschi e di marca non japponese appartenenti agli addetti della Cooperazione Internazional, dell’Onu e delle varie Ong.
Perchè chi lavora per loro è il Bene ed è vincente.
Questi Pick-Up sono più grossi della media, hanno doppio cabinotto frontale per sei -sette persone e col cassone dietro chiuso per trasportare altra gente o altri oggetti.
Sono in generale i Pick-up dei bianchi upper class.
La nuova borghesia nera, quando acquista un Pick-up da bianco significa che ha raggiunto il Top.
I Pick-up dei bianchi incutono timore, riverenza, rispetto senza mezzi termini, perchè a differenza dei controversi sentimenti che suscitano i politici locali, i bianchi della cooperazione internazionale sono protetti dallo scudo morale del “vengono qui per aiutarci”, “aiutano la nostra gente”.
Il fatto poi che quelli della cooperazione si spostino con macchine che valgono quanto un progetto di sviluppo rurale che sfamerebbe 3 villaggi non conta. Nessuno pensa che sono stati comprati con i soldi di progetti che dovevano beneficiare le comunità locali.
Per moltissimi africani i bianchi fanno il massimo possibile per loro e chi distorce gli aiuti umanitari sono appunto quei politici e burocrati africani che girano con l’auto scura, l’autista e la guardia del corpo. Del fatto che i 3/4 dei fondi destinati agli aiuti rimangano in occidente non lo sa nessuno.
I Pick-Up da bianco dunque, queste “big cars”, sono un vero e proprio status symbol che incarna il bene e l’opulenza. Non solo per gli africani ma anche per gli stessi cooperanti.
Perchè i progetti “veri e giusti” sono quelli che hanno fondi per avere i Pick-Up.
Perchè i cooperanti che hanno successo, che hanno grossi fondi e li gestiscono viaggiano nei Pick-Up.
C’è una cosa da dire però. Sono poche le persone coinvolte nella Cooperazione Internazionale, ovviamente tra quelli che vanno sul posto, ad avere la disponibilità di mezzi appariscenti.
In generale i cooperanti, a differenza dei loro corrispettivi in patria, si trovano quasi sempre a viaggiare nei taxi da 16 persone o prendono passaggi dai pick-up locali sdraiandosi dietro con altri lavoratori nei cassoni aperti rischiando o di morire in una curva o di essere rispediti a casa dalla loro Ong che vieta di salire sui pick-up dei lavoratori.
Paradossalmente le Ong che hanno grossi mezzi li usano per portare i cooperanti europei quando vanno a fare la loro settimana in Africa per “monitorare” il progetto.

In generale dunque – è qui che volevo arrivare – il cooperante che lavora in loco ha un sincero disinteresse verso tutto ciò che in Africa è considerato “il sogno dell’occidente” come i cellulari e l’automobile. Questo genera un sentimento spiazzante da parte dei locali che si aspettano che gli occidentali abbiano telefoni cellulari visti nei film e che girino in macchine da bianchi.
Ad esempio questo si vede prendendo i taxi con i locali rimanendo stretti tra ceste e galline e aspettando interminabili ore: i ragazzini ci rimangono male perchè per loro il bianco è quello che sta in TV a lavorare in ufficio-è come gli cadesse un mito aspirazionale, mentre per gli adulti è un segno di grande rispetto per loro e la loro vita.
Ma l’automobile è l’automobile.
Nel mio caso gli africani si sconcertavano perchè tenevo la macchina – per quanto fosse piccola e insignificante – sporca di polvere, di fango e non la lavavo mai.
Non se ne capacitavano a tal punto che ogni tanto me la lavavano loro scocciati da questa mia “mancanza”.
Ogni volta mi chiedevano – quasi offesi – del perchè io non la lavassi.
– Mi piace così – gli rispondevo. Di certo non gli potevo spiegare che per me l’obiettivo primario era non attirare l’attenzione per non avere problemi di nessun genere.
Ai loro occhi era invece una specie di oltraggio nei confronti dell’automobile e del valore che aveva l’auto in sè per i loro sogni.
Ecco. Così. L’automobile segna una linea di confine.
Il problema, di cui nessuno parla mai consiste proprio in questo confine: i cooperanti solitamente sono persone che, avendo raggiunto una determinata consapevolezza (che può essere giusta o meno) attraverso percorsi personali, etici e di studio, ricercano uno stile di vita più semplice, collaborativo e sostenibile.
Al contrario in Africa, o nei paesi in via di sviluppo in genere, avviene il processo contrario perchè le elites o le classi emergenti e più dinamiche vanno dalla parte opposta: vogliono la competizione, vogliono emergere, vogliono guadagnare e mettere in vista ciò che hanno.
Vogliono l’automobile per sintetizzare alla vista tutto questo.
Esattamente le stesse cose che abbiamo vissuto noi qualche decennio fa e nessuno finga il contrario.
Perciò il discorso sull’automobile è importante: perchè diventa una sorta di terreno in cui ci si misura e si prendono le distanze.
Perchè si parlano due lingue diverse.
Il sogno del cooperante post-industriale è diverso dal sogno dell’africano dinamico.
Il cooperante medio sogna tutti in bicicletta, sui trasporti pubblici e l’energia solare.
L’africano ambizioso sogna di farsi vedere sul pick up nuovo, vuole andare al distributore e far vedere che ha i soldi per pagare la benzina, far rombare il motore Toyota o Mercedes.
Del tipo di carburante non gliene può fregare di meno.
Ma bisogna fare attenzione, perchè l’uno e l’altro stanno facendo un percorso diverso.
Il problema nasce nel momento in cui il cooperante vuole imporre i suoi sogni all’africano.
E lo fa.
E lo facciamo.
E lo facciamo tutti.

È facile, detto così e da qui, far finta di non giudicare o di essere neutrali, perchè poi però sul campo è un altro discorso.
Perchè mi capitava spesso di portare personaggi di una certa rilevanza, nella mia macchina sporca, che si offendevano se anzichè prendere la macchina per 300 metri, li facevo andare a piedi davanti a tutti.
Per me era insensato accendere la macchina anzichè fare trecento metri a piedi.
Per loro invece, alti gradi della polizia, capi tribali o noti politici, arrivare a piedi come gli altri alla riunione, anzichè arrivare in macchina con un bianco a fargli da autista, era un mancato guadagno di status.
È facile giudicare da qui. Ma è altrettanto facile ricordarsi degli stessi medesimi comportamenti giusto un paio di decenni fa quando da noi si arrivava persino a non avere i soldi per mangiare pur di acquistare una Lancia Prisma.
O di quelli che per andare a lavoro si prendevano l’autobus senza pagare perchè i soldi li avevano già spesi per mettere la benzina per mostrarsi nel weekend.
Tutt’oggi noi italiani, che ci sentiamo così avanzati, possiamo fare concorrenza a qualsiasi umano sulla terra in tema di ostentazione vanitosa.
Italians do it better.
Ecco perchè dicevo che il tema dell’automobile non sarebbe stato così semplice.

Perdo la testa
perdo la testa per un paio di occhiali da sole
uhm… perdo la testa
per gli occhiali da sole
Un’altra lampada al viso
per non accorgersi più dell’inverno
per non sparire nel grigio
alle fermate del tram.

Tenere in mente che al primo straccio di sole
scivoliamo a Riccione
tenere in mente che appena si affaccia il sole
c’è da uscire col cabriolet

(Luca Carboni – Solarium)

casula bakkie2

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