Gli Archi della Marina

Di giorno e di notte, d’estate e d’inverno, dalla mia ombra, quando vedo passare i fari o assorto i rombi ora mi cullano ora mi assaltano, penso a quando mio nonno mi raccontava di quando a sfilare erano i carretti.

Catania è sempre stata un fermento, come il catanese, e dove c’è mare c’è marea.

La marea non solleva sempre i pesci, a volte solleva la polvere, e con la polvere l’economia, la bellezza, la conoscenza… l’immondizia.

Mio nonno mi raccontava che, prima di tutto, prima di Garibaldi, oltre ai carretti trainati dai cavalli, passava la gente senza fretta, per stare in compagnia, farsi illuminare dal sole o guardare il mare. Arrivava fino alla piazza grande, passando da sotto le Mura di quel tizio di Spagna, e poi tornava e la Passeggiata era grande come il lungomare di Napoli. Io non ci sono mai stato a Napoli però ho sempre avuto l’impressione che mio nonno fosse un tipo istrionico… ma apprezzavo il patriottismo.

Mi diceva che ci avevano messo quasi dieci anni per mettere su il viadotto e che era grazie alle Ciminiere, che portavano soldi, anche se ingrigivano il cielo. Diceva che eravamo un “centro”, un centro di tutto, tra cielo e terra, tra mare e montagna, e per questo la nostra città l’hanno costruita con pietra lavica e calcarea, perché siamo fuoco e acqua. Il fuoco non si spegne e l’acqua non brucia, siamo siciliani. Chi partiva portava il messaggio e chi arrivava lo afferrava subito, e poi anche le rotaie ci hanno cavalcato sopra, da Catania fino a porta Uzeda, passando per chi ha viaggiato anche per mare arrivando morto a terra, in pentola o in padella. Forse a non cambiare in questi anni è stato proprio l’odore del pesce, anche se di questi tempi il pungente del sale si sfuma in un pungente diverso, che non saprei dire.

Mio nonno mi raccontava anche che avvistavano le navi, c’erano le postazioni vedette per spostare un po’ l’orizzonte, anche se non ho mai capito come si possa spostare mai l’orizzonte. So però che il mare passava da qua, posso immaginarlo anche se forse era più chiaro di questo fiume che a volte cade dal cielo e si unisce alle strade, posso immaginarlo anche se forse era più freddo e non trascinava roba.

Non so cosa sia poi accaduto, questo lo sa forse mio padre, che c’è passato, ma lui è tipo laconico e non ama la conversazione. Però l’acqua parla, è longeva e anche quando torna, ciclo dopo ciclo, non cancella i suoi ricordi. Quella parte della storia l’ho saputa da lei, dei signori che partivano la mattina con le barche e tornavano la sera che erano cariche di pesce, passavano da qui e poi sparivano. Poi c’erano quelli che partivano di notte e tornavano alle prime luci dell’alba, allora si sentiva un chiasso misto a sale e sangue. È una storia che si ripete questa, ma i pescatori non passano più da qui perché il mare finisce prima e a passare è solo quello dolce che cade dall’alto d’inverno, che corre col vento e ha un carattere lunatico, a volte è di fretta, altre rallenta e ti parla meglio. È imprevedibile come il mare salato, che si mangia le navi, solo che si mangia le macchine. Però ti aggancia con le sue storie, hanno del viscido, ma ti agganciano. A volte parlano lingue strane, non ci capisco niente all’inizio, ma imparo presto.

Una cosa che invece mio padre mi ha raccontato è di quando sono nato io, ma già allora il mare non c’era più perché l’avevano spostato, anche se non ho mai capito come si possa spostare mai il mare. Né perché. So però che nel frattempo i carretti sono spariti e la gente la vedevi chiusa nelle macchine, a volte verso qualcosa a volte verso niente. Qualcuno ha cominciato ad avvolgersi in una coperta sotto i gas del traffico, sotto gli schiaffi del vento e le nuvole del fiato. Ogni tanto mangiava qualcosa rimediato da qualche parte o ricevuto da una mano estranea. Ogni tanto moriva.

Sarà per questo che dicono “m’arriducii sutta l’acchi d’â Marina”, solo che poi non muoiono e allora penso che saranno o ipocondriaci o scaramantici.

Ma a me non importa di loro, m’importa più di quelli che si preoccupano la notte, di essere seguiti, di essere fermati, di morire per le botte più che di fame, mentre io non posso fare niente.

Ora gira voce che ci vogliono pure fare sloggiare, ma non ho ancora capito che significa. Io ho vissuto qui tutta la vita e prima di me mio padre e mio nonno e conosco bene questa gente: sarà forse come quando dicono di spostare il mare o come quando l’orizzonte? Che ne so, in fondo… sono solo un blocco di basalto.

Giulia Letizia Sottile