“E vui Durmiti Ancora”. La metafora cui non pensava Giovanni Formisano

 
dormiente

 

Non si può escludere qualche risentimento dello spirito di Giovanni Formisano nel prendere atto della protervia con cui viene profanato il testo della sua serenata, “ E vui durmiti ancora” a suo tempo, dal poeta, dedicata alla donna del cuore. E non si può escludere che, lo stesso Spirito, ne abbia fatto argomento di doglianza presso altre care grandi ombre di suoi colleghi e maestri catanesi. O non solo catanesi. Chissà: Martoglio, Villaroel, Vitaliano Brancati, forse, addirittura anche Verga, Manzoni, addirittura. Il tarlo della impossibilità assoluta a agire, protestare, contestare per il suo piccolo capolavoro svilito, degradato con la conseguenza di scolorarne i bagliori residui dell’autenticità d’ispirazione originaria, vibrante di romantiche pulsioni d’amore.

La metafora: Ma cosa è mai la metafora? – chiede e si chiede Giovanni Formisano – se non una moda maligna adatta a falsare le intenzioni di chi ha scritto sotto ispirazione?

Se tali fossero i risentimenti mugugnati, o gridati, da Formisano nell’oltretomba, non si potrebbe che accettarli come sacrosanti. E per lenire il duolo dell’antico poeta dialettale catanese non si potrebbe che dargli immediatamente ragione. Quindi cercare di consolarlo, spiegandogli qualche vantaggio che ricaverebbe la sua serenata se, ferma restando la destinazione originaria, insita nell’impeto creativo del poeta e della sua ispirazione, le si affiancasse altra interpretazione, come di un riverbero, una rilettura di chi approfitta della disponibilità pubblica dei versi per dedicarli alla propria amata, di cui auspica risvegli igienici, in armonia con tutti gli elementi complementari dell’ordine naturale del creato, dal ritorno del sole, al canto istintivo dei volatili, dallo sbocciare delle gemme a tutto il resto del risveglio gioioso a un nuovo giorno di vita. Il sonno, quando si protrae oltre la misura del riposo suggerito dallo stesso alternarsi della luce naturale, provoca torpori che invocano perentoriamente altro sonno. Lo ha pensato il poeta, nella stessa tardo-romantica visione della sua serenata, lo ha immaginato, Giovanni Formisano, un popolo intero, una città, una intera regione, una nazione di belle addormentate? Lo ha immaginato il poeta una intera Sicilia di belle donne, che non aprono gli occhi sulla realtà che il poeta invoca? Il risveglio con le accorate parole e le note musicali di una serenata? E se la serenata fosse dedicata a un simbolo che condensa e rappresenta una intera isola, quella, tanto per dirla con Luigi Capuana, “del sole e delle arance”?

E quale amarezza, quale delusione a fronte di un concerto spontaneo della natura che invoca il risveglio di chi la deve onorare e alimentare a coccole e galanterie! Quale tristezza di fronte a un balcone chiuso dietro cui si continua a dormire ignorando quanto fuori accade. Tutto squilla e risplende in questa terra di bellezze e armonie ma: vui durmiti ancora! Che se poi Formisano ci fa la grazia di immaginare, appunto, per un momento, che l’amata dei suoi versi sia la Sicilia in quanto tale, nella sua totale realtà politica, sociale, civile, la Sicilia nel suo insieme di Istituzioni pubbliche e private e delle responsabilità di cui sono investite le persone che la amministrano, (Rosario Crocetta e suoi fantasmatici governi ludicamente poco più che semestrali) ecco allora che la metafora illumina altri nobili aspetti della sua Serenata. Non durmiti cchiù!

Detto questo, qualcosa resta da aggiungere e sulla serenata e le sue parole, e sulla musica di chi ha vestito di adatte melodie le parole di Giovanni Formisano. Diremmo anche, col ricordarlo a noi stessi, come tutte le volte in cui si cerca di imbellettare l’evidenza per renderla più evidente si rischi di togliere credibilità al vero. Lo premettiamo con riferimento al dato per accaduto del soldato in trincea (guerra del 15/18) che intona nel silenzio notturno e tragico del luogo, e del momento, la serenata di Formisano, raccogliendo significativi applausi dalla trincea opposta, che era l’austriaca del “nemico”. Il sapore di leggenda metropolitana di questa improbabile circostanza si coglie a lume di naso valutando, imprescindibilmente, che se applausi ci furono al canto, questi furono indirizzati alla melodia e non sicuramente alle parole in dialetto siciliano della magica strofe di “E vui durmiti ancora”. Parole che fuori da ogni sospetto di leggenda metropolitana erano (e sono) di chi è afflitto da una lunga attesa, per un risveglio che invita a prendere atto di una realtà storica talmente autentica che induce il cantore della serenata a ripetere il censimento delle ricchezze e bellezze abbandonate a se stesse da chi dovrebbe accudire e le ignora stregato dal sonno dell’indolenza. Il sonno che ha avuto come conseguenza una Sicilia di frane che chiudono strade e autostrade, di governi a treorovincetreoroperde, di governatori finiti in carcere all’indomani del fine mandato, di altri che lo hanno rasentato… E vui durmiti ancora!

In questo numero di Lunarionuovo alcuni contributi intelligenti e cauti, di Giulia Sottile, Ilary Tiralongo, Carmelo Nicosia, C. Ernesto Quadri, Anna Maria Squadrito,  aggiungono a questa nostra povera digressione su “E vui durmiti ancora” stimoli e conferme. Di particolare efficacia il centrato disegno della citata Annamaria Squadrito, eccellente artista del neofigurativo (un postmoderno di singolare impatto), una puntuale evocazione figurativa che illustra i versi di Formisano.

Il tutto, anche per questa volta, come serenata romantica all’amata e come un tentativo di far coro. Tentativo fuori luogo: in Sicilia i cori spontanei non sono mai esistiti.

 

 

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