E Sciascia disse: “Pirandello mio padre”

Ricorrenze quasi simili per due scrittori

Maestro come pochi della prosa colta, nel bel discorso sul cinquantenario della morte di Luigi Pirandello letto a Palermo, Sciascia indica tre punti da cui partire per una più “acuta lettura” dello scrittore e drammaturgo agrigentino. E sono questi i tre punti: la Sicilia, la “religiosità” e il rapporto con Montaigne e con Pascal. Gli stessi di cui possiamo servirci per ricordare Leonardo Sciascia, per tentare a trent’anni dalla scomparsa (20 novembre del 1989) una lettura sintetica della sua opera. Che con il saggio Pirandello e il pirandellismo si può dire inizia e con Pirandello, nel racconto Una storia semplice, finisce.

L’opera di Sciascia è così complessa che avremmo potuto scegliere, approfondendolo, uno dei tanti temi lungo i quali si muove: il tema del diritto e dell’errore giudiziario, o quelli della pena di morte e della tortura, dell’Inquisizione e dell’eresia, della verità e della menzogna. Temi civili. Che ne fanno uno dei più grandi scrittori impegnati. Uno degli scrittori – per dirla con Montalbán – che hanno rubato la politica agli Dei. Per Sciascia, l’impegno in una società come la nostra – e disse questo in un’intervista – si paga a duro prezzo. Si paga con l’isolamento. Un isolamento pari a quello di Bernanos, nel mondo cattolico, dopo aver scritto I grandi cimiteri sotto la luna (libro contro il franchismo) o a quello di Gide, nel mondo comunista, dopo aver scritto quel Ritorno dall’Urss in cui pur anticipava le cose dette da Kruscev. Per Sciascia, questi due scrittori, questi due libri, queste due solitudini sono “i modelli più alti d’impegno”. E anche a lui capitò di rimanere solo o in minoranza, attaccato da più fronti, dopo certe sue prese di posizione, polemiche coraggiose e forti sui professionisti dell’antimafia e, prim’ancora, dopo l’articolo-risposta a Giorgio Amendola che aveva accusato gli intellettuali di scarso impegno contro il terrorismo.

Avremmo dunque, in quest’anniversario, potuto scegliere questi temi, che hanno maggiormente appassionato gli studiosi della sua opera, ma abbiamo preferito occuparci del suo filiale rapporto con lo scrittore grande di Agrigento e del discorso con cui lo commemora, inserito da Adelphi nella ristampa del libro Pirandello e la Sicilia. Anche perché non si può parlare di Sciascia prescindendo dal suo legame con la tradizione letteraria siciliana e con l’autore del Fu Mattia Pascal in particolare. “Tutto quello che ho detto, tutto quello che ho tentato di dire – disse proprio in quel discorso tenuto a Palermo – è stato sempre, per me, anche un discorso su Pirandello”. Tanto da aver intitolato La corda pazza una sua raccolta di saggi. Una, cioè, delle tre corde d’orologio (le altre sono la seria e la civile, secondo il pirandelliano Ciampa della commedia Il berretto a sonagli) che tutti abbiamo in testa e cui ricorriamo nei vari momenti del nostro “vivere in società”.

Era il dicembre del 1986. E tanto si parlava in quei giorni di Pirandello, tanto in quel Cinquantenario se ne celebrava la grandezza, da temerne, da parte di Sciascia, quell’insofferenza e saturazione che spesso seguono le celebrazioni e che “si esprimono nel detto del mettiamoci una pietra sopra”. Per dire, in sostanza, che i grandi scrittori sono, devono essere con noi non solo nei momenti commemorativi. E tanto più se si tratta di Pirandello o di Kafka oppure di Borges. Scrittori che hanno dato nome, il loro nome – dice lo scrittore di Racalmuto all’inizio del suo discorso – alle nostre paure e inquietudini, e ai nostri smarrimenti.

Non vi aspettate dunque da me, continua Leonardo Sciascia, un discorso esegetico su Pirandello (già si fa nelle sedi abilitate): poiché è noto quanto su di lui ho già scritto. Posso dirvi soltanto che sui suoi libri ho passato molte ore della mia vita e molte altre a ripensarli, a riviverli. E che il mio rapporto con la sua opera è diventato a un certo punto pari al rapporto che si ha col padre, con il proprio padre: sentito dapprima come “ingiusta e ossessiva autorità” e poi accettato “più nel riscontro delle somiglianze che in quello, tipicamente adolescenziale, delle diversità”.

Quali sono queste diversità e questo senso di autorità e repressione che Sciascia avverte? L’adesione di Pirandello al fascismo, innanzitutto. Che voleva dire tanto – e tanto da allontanarlo da lui – per un giovane che sotto il fascismo aveva passato i primi vent’anni della vita. E poi il non poter vedere la vita, nell’immediatezza del luogo e del tempo in cui viveva, diversamente da come Pirandello, e cioè il “padre”, la vedeva. Ma, con gli anni e il tempo, meglio vagliandolo e discernendolo questo senso d’autorità paterna, Sciascia l’accetta. Come si accetta la realtà. La realtà della provincia di Girgenti, della sua condizione umana e sociale ancora uguale a quella che Pirandello, nato cinquant’anni prima di lui, descriveva. Altro dunque che autorità e repressione paterna. Grazie a Pirandello, la verità diventa per Sciascia più reale e la realtà più vera.

Dicevamo all’inizio dei tre punti (per gli studiosi soprattutto) da approfondire riguardo all’opera pirandelliana. I tre punti indicati da Sciascia.

Primo. La Sicilia non solo come gran teatro del mondo in cui la vita diventa forma e la forma diventa vita: ma come luogo da cui Pirandello “decolla verso spazi vertiginosi” e verso il mondo – vista l’iniziale affinità – realistico, fiabesco e spiritistico di Luigi Capuana. Della cui credenza negli spiriti Pirandello certamente rimase suggestionato. La sua infanzia, come quella di Sciascia, era stata popolata di racconti sulla presenza di spiriti. A Girgenti e nei paesi vicini. “Anime del purgatorio – scrive Sciascia in Pirandello dall’A alla Z – che chiedevano riscatto di preghiere e opere buone ai familiari; implacati fantasmi di morti ammazzati che chiedevano vendette o si vendicavano”. La Sicilia come sinonimo di zolfo, di zolfara. Senza la zolfara (e le sue tragedie: di morte, dolore e sfruttamento umano) “non ci sarebbe stata – dice Sciascia – l’avventura dello scrivere, del raccontare”: per Pirandello e per altri scrittori siciliani. Compreso lui, che nell’Antimonio ha raccontato la storia di uno zolfataro siciliano che all’orrore della miniera preferisce l’orrore della guerra di Spagna. E vi si arruola come volontario.

Secondo. La “religiosità” intesa come religione dello scrivere, “dello scrivere come vivere, dello scrivere invece di vivere”. E nella pirandelliana scelta di scrivere la vita, Sciascia vede un religioso eroismo. Per lui invece, e più semplicemente, lo scrivere è “controparte di riposo e di gioia” al lavoro in cui per circa vent’anni è stato dentro. Racconta quel che gli disse uno scrittore italiano che, da giovane, aveva chiesto a Pirandello se credesse in Dio. E della risposta che dal maestro ne ebbe: “Sì, perché è nemico dell’uomo”. Per Sciascia, Pirandello era un’anima naturaliter cristiana che si scontrava con un mondo soltanto di nome cristiano. Ma perché parlava di questa inimicizia di Dio per gli uomini? Per la Grazia, forse: giansenisticamente, e dunque come pure Pascal riteneva, elargita a pochi. Sciascia diceva queste cose di Pirandello, ma poteva dirle di sé e della propria atea religiosità, del proprio vivere religiosamente, ma senza mai dire, e probabilmente senza aver mai pensato che Dio esiste. Religiosità da intendersi anche come ricerca della verità: e attraverso la scrittura.

Terzo. Provare a esaminare nell’opera di Pirandello il rapporto con Montaigne, con Pascal e più in generale con la cultura francese. Sarebbe bello, dice Sciascia: sia perché il rapporto con Montaigne è stato poco scrutato; sia (soprattutto) per estrarre dall’opera pirandelliana i “momenti diciamo pascaliani, di sentimento e sgomento cosmico particolarmente”. Di Montaigne, che pur certamente conosceva e amava, nulla si è trovato nella sua biblioteca; e neppure di Pascal, il cognome che Pirandello dà al suo Mattia (in siciliano, Matteo): ma “umoristicamente – secondo Sciascia – come a rovesciarlo, come a dargli immediato riflesso del contrario”. La mattia intesa come follia blanda, innocua (quella del protagonista della novella Quand’ero matto…, o di Mattia Pascal stesso, che si fa credere morto senza esserlo): “momentanea vacanza” dal forte pensiero di Pascal “invincibilmente” richiamato da certi momenti dell’opera pirandelliana, da certe sue “fenditure” da cui è possibile guardare gli “abissi cosmici”. Montaigne – lo documentano i continui riferimenti all’autore degli Essais che incontriamo nei suoi libri – è stato invece molto presente nell’opera di Sciascia. E il suo libretto La sentenza memorabile prende spunto dal capitolo XI del III libro degli Essais. Quanto ai suoi rapporti con la cultura francese, al contrario di Pirandello, erano tali (dagli illuministi a Pascal, tanta la sua adorazione per uno scrittore come Stendhal, e tanta in Francia la conoscenza della sua opera) da non aver Sciascia bisogno, al riguardo, di alcun esame, alcun approfondimento. Ma Gesualdo Bufalino ci fa notare che solo in apparenza Sciascia era apostolo d’un razionalismo alla francese: in realtà agiva in lui la lezione di Pirandello. E “nel senso di una ragione che si fa sofisma perché portata alla sua estrema conseguenza”.

Gaetano Cellura