Dieci domande a Nicolò Mineo

Abbiamo conosciuto il professore Nicolò Mineo nel corso dei nostri studi universitari, per la nostra vicinanza, fin da allora, al gruppo Convergenze Intellettuali e Artistiche Italiane (CIAI).

Abbiamo avuto poi il piacere di incontrarlo per la prima volta “da vicino” nel 2014, in occasione della partecipazione alle due giornate del convegno di studi organizzato dal CIAI in memoria e omaggio al filosofo Pietro Barcellona e a quella parte della sua produzione – quella artistica e letteraria – meno indagata dalla critica. Il professore Mineo aprì allora i lavori, presso la Sala degli Specchi del palazzo comunale della sua Giarre. Da allora, ogni occasione di ritrovarne la presenza ha fornito ulteriori conferme della straordinaria caratura intellettuale, professionale e umana di quello che meritatamente è ritenuto uno dei più luminosi punti di riferimento della cultura italiana e – orgogliosamente – “lo abbiamo a Catania” (per ricalcare le parole di Abdulla Aripov, che leggiamo nel contributo del nostro direttore su alcune distinte attività culturali dell’intellettuale Mineo, contributo pubblicato in questo stesso numero di Lunarionuovo). Lo abbiamo cercato per lectio e confronti sino a ricevere l’onore della sua adesione a intenti e convivialità del gruppo CIAI, sino a eleggerlo all’unanimità, nostro Presidente Onorario.

La intervista che segue prende le mosse da una analoga occasione condotta magistralmente sul quotidiano “La Sicilia” dalla insuperabile Carmelita Celi, la quale ha curato per diversi mesi una singolare, apprezzatissima rubrica culturale intitolata “Catania secondo me”. Una delle puntate della bella inchiesta della prof. Celi (31/01/2016) ha avuto protagonista proprio Nicolò Mineo. Nulla più qui aggiungo, se non un nuovo ringraziamento al presidente e Maestro per la sua cordiale disponibilità al momento di rispondere alle domande che gli abbiamo posto per conto dei lettori di Lunarionuovo. (GS)

24 ottobre 2014. Da sinistra: Giulia Sottile, Nicolò Mineo, Mario Patanè, Mario Grasso.

D1 Cominciamo con un visita al passato tra infanzia e adolescenza, ricordi qualche aneddoto.

R1: Abitavamo in una casa di Corso Italia a Giarre con giardino e pollaio. Avevo tredici anni ed era inevitabile che provassi a fumare le prime sigarette (tabacco naturalmente!). Dato il rigoroso divieto paterno, il primo tentativo fu nel pollaio. Fumo e tosse terrorizzarono galline e gallo e il trambusto fu tale che fui facilmente scoperto. La prima sigaretta, solo appena aspirata, mi costò giorni di silenzio e di sguardi severi e sdegnati di padre e madre. E sino all’Università non ci provai più. Così negli anni Quaranta andava il mondo. Vero è che dissi definitivamente addio al fumo, vedi caso, nel primo anno di matrimonio. Così va il mondo.

 

D2 In quale momento scolastico (medie, ginnasio, liceo) la su scelta della facoltà universitaria?

R2 1947, quarto Ginnasio, tredici anni (un anno avanti dalle Elementari): la lettura dei poeti dello Stilnovo fu il fulmine. Scelsi per sempre la poesia, abbandonando l’idea dell’avvocatura. Idea però di chi mi stava intorno, convinti perché parlavo molto… (quello che doveva saper fare l’avvocato!). Perciò anche da allora imparai a parlare di meno.

 

D3 Da chi o da cosa è scaturito il proposito di eleggere Dante a sodale dei suoi studi, quasi a ombra viva delle sua stessa vita intellettuale di studioso e docente?

R3 In seconda media, in una antica antologia di fine Ottocento, di mio padre, scorrendola per caso, mi si offrirono i primi canti dell’Inferno. Sapevo di cosa si trattasse e chi fosse Dante per trasmissione familiare – padre laureato in Legge ma con maturità classica di primi del Novecento, quando si perdeva l’anno anche per una insufficienza solo nell’orale o solo nello scritto del latino e del greco, sorella laureata in Lettere, madre addottrinata in fanciullezza dal genitore pedagogista e Provveditore agli Studi. Ma la lettura diretta fu la rivelazione di un modo di rappresentare la vita così immediato e palpante che per sempre continuai a cercare quei versi. E certo, secondo i programmi di quel tempo, non mi mancava la lettura, in traduzione (le gloriose imprese di Monti e Pindemonte!), di Omero. Giunto al Liceo, ogni estate rileggevo tutta la Divina Commedia, secondo un personale programma generale di studio, nel campo letterario, equivalente al doppio di quello dell’anno scolastico precedente. Ma andavo anche al mare e al cinema. E si poteva anche sognare di qualche «donna angelo».

 

D4 Gli anni dell’Università a Catania. Come ricorda la città etnea di quegli anni?

R4 Siamo nella prima metà degli anni Cinquanta. I giovani della mia generazione si erano appena liberati della paura di una nuova guerra. Si erano schierati l’uno contro l’altro in Corea gli eserciti di USA e Cina! In patria eravamo governati da una DC, che, come aveva scritto Bufalino, forse aveva vinto troppo nel ‘48. Ai comizi della sinistra ci sembrava di scoprire come si potesse creare un mondo giusto.

Catania, per un giovane abitante a Giarre era soprattutto la città dell’Università. La città non era inclusiva. Niente che potesse attrarre e avvicinare gli studenti. Ma l’Università o, meglio, la Facoltà di Lettere non era Catania o lo era in parte. Da una parte studenti in gran parte pendolari, e quindi senza vero interscambio, e professori pendolari tra Catania e Parigi o Firenze o Roma. Grandi maestri, ma il sistema ci sembrava da aggiornare. C’era un parlamentino universitario, ARU, e vi fui eletto. Ma la possibilità di influire era inesistente, perché dominante era una maggioranza di colleghe governative, che perdevano i sensi solo a un soffio di sinistra. C’era il CUC, Centro Universitario Cinematografico, ma avrebbe avuto vero sviluppo qualche anno più tardi. Perciò mai avrei pensato di abitare a Catania. Però, se fosse capitato di far tardi per un teatro o un film, bisognava dormire a Catania, perché non avevamo auto e dopo mezzanotte non c’erano più treni sino all’alba. Fui ospite una sola notte di una casa dello studente, ma senza poter dormire, perché c’era Pippo Baudo e aveva organizzato un ballo. Del resto, per l’abitante a Giarre, il luogo vero della politica era Giarre. Qui l’aurora della sindacatura Andò e presto la democristianizzazione. La battaglia delle idee però era fertile: Fuci da una parte, Giovanili di sinistra dall’altra. E poi a Giarre si era nel clima dell’aristocrazia intellettuale dei Romeo, Giarrizzo, Soraci, Patanè, Caltabiano, Calì, ecc.  Ci preparavamo ad avere un ruolo.

 

D5 Inizio della carriera universitaria a Pisa, nella prestigiosa Normale. Perché non è rimasto a Pisa?

R5 Preferii tornare a Giarre-Catania, perché pensavo che i miei genitori fossero ormai anziani e perché il mio maestro pisano, Luigi Russo, mi urlò (lui, nel dissenso, non persuadeva, ma quasi bastonava) che ormai i siciliani dovevamo operare in Sicilia, per la Sicilia, perché ormai c’erano le condizioni. Non me ne sono mai pentito, ma è vero che da qui tutto è più difficile.

 

D6 A Catania negli anni in cui c’era Muscetta. Suoi alunni di allora ricordano lei come innovatore: qualche particolare, qualche aneddoto.

R6 Degli anni di Muscetta a Catania, 1963/1975-76, si potrebbe dire molto a lungo e io stesso ho pubblicato nell’anno della morte due ricordi, dopo averne redatto la voce per l’Enciclopedia italiana. Di uno di questi, pubblicato sul «Bollettino di Ateneo», trascrivo un brano:

“La lezione di Muscetta implicava insieme e anche un livello altissimo di magistero metodologico, un magistero fatto di geniale, fervida e multiprospettica elaborazione critica, che immetteva nell’alveo dello storicismo e del marxismo classico, gramsciano per molti riguardi, le suggestioni del marxismo critico, del sociologismo francofortese, della linguistica e dello strutturalismo. Questa sua  lezione si espandeva e riproduceva a macchia d’olio tra collaboratori e allievi, quelli che amo chiamare, evocando un grande modello di scuola, i «ragazzi» di Palazzo Sangiuliano: Gaetano Compagnino, Guido Nicastro, Mario Tropea, Marcella Tedeschi, Rosario Contarino, Rosamaria Monastra, Mimmo Tanteri, Giuseppe Savoca, Sarah Zappulla Muscarà, Rita Verdirame, Gisella Padovani, Grazia Maria Bellia, Antonio Di Grado, Nunzio Zago, Silvano Nigro, Edoardo Melfi, Fernando Gioviale, il linguista Salvatore Sgroi. Una prima e una seconda generazione all’interno di questo gruppo, di cui altri ancora fecero parte, ma per breve tempo. Chi scrive, tra questi, era il «vecchio», con una storia catanese-pisana-sorboniana e di magistero tra Branca, Grabher, Russo, Renucci, Figurelli già tutta alle spalle. E consegnato a Muscetta da Figurelli, come pure Compagnino e Tropea. Le più diverse storie personali quelle degli allievi ricordati. E le più diverse provenienze culturali, e anche geografiche. Vero è però che tutti gli studenti portati alla laurea da lui si sentivano, e si sentono tuttora, appartenenti a un’area individuabile e individuata, quella dei detentori di una formazione culturale fatta di ampia dottrina e insieme, in stretta connessione, di risentita coscienza civile. Le più diverse storie personali quelle degli allievi ricordati. E le più diverse provenienze culturali, e anche geografiche. E i caratteri più diversi. A me, propenso alle mediazioni e attento agli equilibri, una volta, infastidito naturalmente, predisse, o minacciò: «sarai preside!».”

Diversità profonda di carattere, ma sempre collaborazione dialettica tra Muscetta e me, sempre all’insegna dell’ammirazione e dell’apprendimento da parte mia.

Muscetta alla fine di una delle sue ultime lezioni a Catania fu sottoposto a una ignobile aggressione verbale da parte di giovani neofascisti. Era la Catania che aveva appena visto la vittoria alle Comunali del Movimento Sociale. Fui in prima fila accanto a lui e fissai nella memoria certi volti degli aggressori, che poi feci in modo che venissero denunciati.

Muscetta seguiva molto i suoi laureandi, ma anche, per assicurare la continuità, dati i suoi frequenti e lunghi soggiorni a Roma per scrivere e per i rapporti con gli editori, a volte li affidava a qualcuno di noi. Quando toccava a me, anche se si aggiungevano a quelli che avevano già la tesi con me, potevano essere certi della puntuale lettura delle loro pagine e della immancabile presenza in studio nelle ore stabilite. In Facoltà sempre alle 7,15, avevo l’aula strapiena alle 8,15 del mattino.

Ricordando i disagi dei miei tempi da studente, ho cercato di razionalizzare per quanto possibile l’organizzazione della Facoltà in ogni ramo. Questo nei vari ruoli in cui ho operato, dall’assistentato volontario alle ventennali direzione del Dipartimento e presidenza del Corso di laurea in Lettere, alla presidenza della Facoltà nei due mandati consentiti. Da professore emerito, nei termini in cui questo può competere alla posizione, la linea è sempre questa.

Un altro polo del mio lavoro accademico, sul piano delle attività di governo, è stata la piena cooperazione con Giarrizzo nella sua trentennale (possibile coi vecchi ordinamenti) presidenza della Facoltà di Lettere.

I risultati più significativi sono stati il determinante contributo alla creazione dei Dipartimenti umanistici e della scuola siciliana per la formazione dei docenti della Scuola Media, la fondazione della rivista «Le forme e la storia», il consolidamento degli «Annali verghiani» e l’avvio della collana di monografie “Scrittori d’Italia”, l’alto numero di possibilità concorsuali ottenute per la Facoltà e il loro esito sempre positivo.

 

D7 A proposito di innovazioni balza subito il riferimento al Dipartimento di Filologia moderna nell’ambito della Facoltà di Lettere e Filosofia. Siamo già in un momento centrale-apicale della sua presenza nella realtà accademica etnea, unita a riscontri pubblici spontanei riscossi per serietà, credibilità, prestigio personale per lo studioso e per il docente. Vigilia della elezione, per tutte e due i mandati istituzionali, alla presidenza della Facoltà di Lettere e Filosofia. Ma intanto ci parlerà anche delle sue esperienze di direttore del Dipartimento di Filologia moderna.

R7 Per gran parte rimando a D6.

Elezione alla Presidenza? La prima volta, incertezze e dubbi certo, come in tutte le elezioni. Mi presentavo non come uno che proponesse un programma da realizzare, ma come il titolare di realizzazioni alle spalle solo da completare sul piano generale del governo della Facoltà. “La Sicilia” intitolò «plebiscito per Mineo».

Nessun dubbio per l’elezione a Direttore del Dipartimento di Filologia moderna. L’avevo pensato e fatto approvare io ed ero candidato unico. Lo fui per venti anni circa, oltrepassando i termini statutari, perché i colleghi possibili candidati triennio per triennio rinunciavano. Pieno appoggio per la regolarizzazione dei rettori Rodolico e Rizzarelli.

Per la vita del Dipartimento sul piano amministrativo determinante la presenza della segretaria Adele Leanza, competente e dalle decisioni senza appello nei confronti di tutti, Direttore compreso. E perciò bilanci sempre in ordine, e non solo.

Ricordi? Da scrivere un libro! Uno in particolare? Ma un macigno. Avevo elaborato un progetto di collegamento mediterraneo del Dipartimento sul piano dei rapporti culturali e didattici. Non si andò mai, a livello regionale, oltre i complimenti e le assicurazioni. Perché? Con Dante: «Ahi dura terra»!

 

D8 I regolamenti consentono solo due elezioni alla carica di preside di Facoltà. Poniamo per un momento che ci fosse stata una eccezione e che gli fosse stato chiesto di candidarsi per un terzo mandato, avrebbe accettato?

R8 Non più di due mandati consecutivi. Come decano dei presidi in una certa fase, rettore Recca, avevo proposto un ampliamento di mandato a quattro anni. Avrei accettato certamente un terzo mandato. Data la vischiosità dei processi decisionali in Italia e la difficoltà oggettiva di soluzione di alcuni, sei anni non sono sufficienti. Anche perché sono tre più tre. Cioè, non c’è certezza, e non ci può essere, di rielezione. A danno della programmazione o dell’attuazione di questa. In Italia vogliamo tutelarci dal consolidamento delle posizioni di potere spesso con la conseguenza di consegnare il potere a chi non è in grado di gestirlo. Senza i trent’anni di Giarrizzo (che non ebbe mai candidati alternativi), Catania non avrebbe avuto il restauro dei Benedettini. Un grande monumento e una struttura universitaria che i colleghi di tutto il mondo ci invidiano.

 

D9 Dante: una immagine figurativa per un fumetto che dica della sua fedeltà e continuità nella ricerca sul sommo Poeta; la immaginiamo con a fronte uno specchio in cui la sua figura diventa quella dell’Alighieri. Non c’è stato anno infatti in cui lei non abbia esitato acutissime ricerche analitico-critiche sulle opere del Sommo poeta. Il volume del novembre 2018 sui Canti proemiali “Dante, Inferno I-II” ne sono minima testimonianza recente. Ma non solo, quello che è senz’altro una occasione singolare e di forte incisività è la rubrica settimanale del venerdì nel quotidiano La Sicilia. Un omaggio a Dante che raggiunge con regolare cadenza una fascia di lettori vasta e variegata. Ci parli di questa bella e originalissima occasione, di come è sorta.

R9 Una considerazione sul mestiere dello studioso di letteratura. Sempre più mi rendo conto che è un riandare e ripercorrere le antiche fascinazioni, delle letture adolescenziali, un riproporsi del dialogo con quei padri e fratelli – forse proiezioni e duplicazioni di quelli veri o di quelli ideali – che si scelsero, o ci scelsero, come tramiti dei mondi possibili dell’immaginario e del sogno. Padri e fratelli che diventano, nell’avanzare della nostra vita, anche figli. Come lo divengono, nel tempo interiore, quelli veri. Perciò l’individuazione di questi amici non può avere confini né spaziali né temporali. Il nostro lavoro è per gran parte una frequentazione degli assenti e dei morti. E questi, diceva Machiavelli, rispondono. E certo ci dicono cose più vere e importanti di quanto non ci avvenga di dire e ascoltare nel rumore del presente, specie di questo presente, post-utopico e post-religioso. Per una nuova proposta della modernità però, perché mi colloco tra quelli che non credono che il post-moderno apra una nuova epoca, tra quelli che vedono nella modernità il luogo dei valori che vanno riaffermati: le idee e le istanze di progresso, di libertà, di eguaglianza, di giustizia sociale, di emancipazione, di conoscenza, di rispondenza tra diritti e doveri. Con alcuni poi, degli amici di cui dicevo, il dialogo è destinato ad essere quasi segreto, forse con quelli che più profondamente ci hanno plasmato. Di questi non si scrive o molto meno di quanto la frequentazione non possa far presumere. Per pudore, per difendersi dall’autobiografismo intellettuale, sentimentale, esistenziale.

È un brano di Il mio percorso storico-critico, in Il mestiere dello storico: generazioni a confronto, a cura di E. Iachello, Atti del Convegno internazionale (Catania 8-11 gennaio 2002), Palermo, L’Epos, 2002, pp. 187-210.

Pochissimo perciò ho scritto su Leopardi, ora certamente figlio. Moltissimo invece su Dante. Che è stato ed è ancora padre. Vuol dire che sempre mi è apparso come colui che insegna e mostra la via. Non si tratta di vivere secondo i dettami di una fede, si tratta di trarre da una fede l’universale aspirazione all’alto.

Se allo specchio il mio volto assume i tratti, angolosi e severi secondo tradizione, dell’Alighieri? Questo proprio no. Magari succede, in sogno, di disperarsi per il fatto di non capire certi versi. In verità si tratta di versi che non ci sono e che perciò non si possono capire. Insomma invento in sogno versi della Divina Commedia e non li so spiegare. Se non è questo parlare con i morti…

Ma c’è di più. Io ho scritto una lettera a Dante a nome di Francesca da Rimini (pubblicata in una raccolta di immaginarie lettere d’amore curata l’anno scorso da Caliri):

Al poeta-profeta Dante Alighieri (settecentodiciassette anni dopo)

Caro Dante,

mi permetto di darti del tu. Io, come sai, sono per l’eternità condannata a non vedere Dio e a continuare a vivere le passioni nutrite in vita. Passioni travolgenti, irresistibili. Senza mai pace. Tu sei sicuramente tra i beati, felice di contemplare la verità. La vedi nel volto della donna che ti aveva salvato e la vedi guardando direttamente il volto di Dio. Sei in pace, in armonia con l’essere che governa il sole e le stelle. Ma ti posso e voglio dare del tu, perché tu hai capito tutto di me, e di quel povero infelice che mi sta, per sempre, accanto. Senza pace anche lui.

Ricorderai qual era la condizione delle donne nel nostro tempo, delle ragazze specialmente. Queste non potevano avere rapporti col mondo esterno a quello della famiglia. Sempre sotto stretta sorveglianza. Anche perché la parte più privata della casa, anche delle grandi case, le camere da letto cioè, non erano quasi mai singole ed erano anche luogo in cui le donne non sposate vivevano si può dire notte e giorno. Si sapeva poco della vita nel mondo esterno. Era concessa qualche lettura, ma preferibilmente venivano raccontate le antiche vicende della storia di Roma o quelle della città in cui vivevamo.

Qualcosa però nei miei anni stava lentamente cambiando e ci giungevano indirettamente notizie di una moderna letteratura d’amore, specie d’oltralpe. Cominciavamo a sentire di donne amate da bei cavalieri di cui a loro volta si innamoravano, per una naturale legge di ricambio. L’amore come una legge universale, non solo nel campo del sentire religioso.

Figlia del signore di Ravenna, Guido da Polenta, quando avevo tra i sei e i sette anni, venni a sapere di esser stata promessa in sposa a un nobile di Rimini, un Malatesta. Avevo sempre pensato che si trattasse del giovane Paolo, bello e coraggioso (lo conoscesti a Firenze come generoso capitano del comune). Invece lo sposo promesso era il fratello Gianciotto, zoppo e sgraziato. Tu purtroppo, come tanti altri, anche se eri convinto che i Malatesta fossero per natura inclini al tradimento, non hai voluto credere alla verità di questo inganno. Eppure forse ne avevi saputo da Guido, mio padre, podestà di Firenze qualche anno dopo la mia morte! E mi hai giudicato nel modo che tutto il mondo sa.

Il matrimonio avvenne prima che io compissi quindici anni. Vivendo nello stesso palazzo, Paolo, allora sui trent’anni, si innamorò di me e io, convinta dal ricordo del modo con cui l’amore era rappresentato nella letteratura romanzesca, mi convinsi che era naturale e inevitabile ricambiare. Ma riuscimmo a resistere a lungo al desiderio reciproco. Una situazione particolarmente favorevole ci spinse l’una nelle braccia dell’altro. Finché una volta, per un tranello organizzato da Gianciotto, fummo sorpresi e subito uccisi, Paolo e io, dallo stesso Gianciotto (che per questo avrà la dannazione eterna anche lui). E per noi, morti in peccato mortale, si spalancarono le porte di questo luogo di eterna punizione. Avevo meno di venticinque anni.

Tu ci hai visti nella nostra pena nei giorni in cui Dio volle che conoscessi da vivo le realtà d’oltretomba e hai rivelato nel tuo poema questo nostro peccato. Allora hai avuto pietà di noi e ti commovesti sino a svenire. Ma il compito che ti era stato assegnato era dire senza nulla nascondere quel che avevi visto e saputo. Nel caso nostro, dovevi mettere in guardia i vivi, le donne soprattutto, dalle errate teorie sull’amore.

Ma ora non sdegnarti se ti rivolgo con tutto il cuore una preghiera. Ti prego di pregare per noi, perché noi non possiamo pregare direttamente Dio. Pregarlo per il perdono. Tu stesso, per certi incontri durante la tua visita del purgatorio, apprendesti che basta un atto di sincero pentimento nell’ultimo istante di vita per salvarsi. Non vuoi proprio tener conto che a noi fu tolta anche questa possibilità? E, guardando da un altro punto di vista, non potresti anche pensare che proprio nel tempo della scrittura di questa lettera si va deprecando da tante parti nel mondo dei viventi il delitto di femminicidio? Non pensi che avresti il consenso della gran parte dei tuoi lettori di oggi? Non pensi che anche Beatrice ti approverebbe? Non pensi che Maria intercederebbe in nostro favore? Un amore sbagliato non potrebbe divenire il vero amore? Finalmente?

Francesca Malatesta, nata da Polenta.

Ma c’è ancora di più. Viene avvertita in momenti di intensa meditazione da parte di miei amici una sorta di corrispondenza. Sicuro che non sappiamo tutto.

La mia tesi di laurea assegnata da Carlo Grabher fu su Carducci. Lui, grande dantista, quando mi presentai a lui, subito mi avvertì che non pensassi a Dante, perché Dante si comincia a capire a quaranta anni. Chiuso. Il mio libro su Profetismo e Apocalittica fu invece l’esito finale di una Lettura Dantis della Facoltà di Lettere di Catania, affidatami quando avevo venticinque anni (avverto ancora il mormorio di sorpresa del pubblico). In prossimità dei settecento anni dalla morte, settembre 2021, da tempo ero convinto che non bastasse organizzare pubblicazioni e convegni in tutto il mondo, che bisognasse anche rivolgersi al largo pubblico possibile dei licenziati dalle scuole superiori italiane. E mi è sembrato naturale parlarne con i nostri giornalisti. Subito interesse e consenso, poi si è dovuto riflettere e organizzare. E mi sono assunto l’impegno di più di cento presenze, di una scrittura non specialistica, ma neppure impropriamente andante e discorsiva, e soprattutto con me stesso di non ripetere mai quanto ho già scritto. Per l’ennesima volta rileggo tutta la Divina Commedia, con sempre nuove scoperte, mentre, scrivendo, rivedo i volti dei miei studenti liceali (che allora studiavano quindici canti all’anno) e universitari (che allora studiavano cinquanta canti all’anno). Nell’ideale riproposta di una moderna cultura umanistica.

 

D10 Ultima curiosità: alla costante guida di settori accademici delicati e importanti della vita culturale etnea lei ha potuto osservare il progredire/regredire, nel territorio, della realtà politica, civile, sociale. Un suo giudizio sulla Catania tra la seconda metà del secolo scorso e fino a oggi.

R10 È domanda che potrebbe produrre a risposta un intero libro. Cerco di semplificare. Stabiliamo un parametro, una linea d’osservazione, un’isotopia. L’economia? la politica? la società? la cultura? la scuola? Scelgo il punto d’osservazione più oggettivo perché fondato su precisi e semplici dati, quello dello sport, esattamente del calcio, il più rappresentativo. La squadra, il Catania, è stata in serie A e serie B, e ora à in serie C. Con fasi alterne. Negli ultimi anni però il diagramma è stato costantemente in discesa. Ma mai si è registrata l’accettazione della discesa e l’assestamento nella condizione presente e si è sempre tentata la risalita. Come anche ora. Un fatto mi è sempre sembrato simbolico – e per certi aspetti commovente – l’ultima volta in serie A, quando era già matematicamente in B, in una delle ultime partite il Catania batteva la Juventus allora in testa al campionato. Simbolico di cosa? Di una aspirazione a una qualità possibile. Il mondo che si riflette nella squadra non ha una sua qualità determinata e stabile a nessun livello, ma vorrebbe andare in alto.

Non succede lo stesso nel campo politico? Nella scuola e nell’università? Nell’attività teatrale? Nel cinema? Nella produzione artistica e letteraria? Nella vita sociale ed economica? Grandi recuperi a riscatto di grandi discese. Catania non fu chiamata «Milano del Sud»? Una città che ha saputo e potuto guardare e dimensionarsi in rapporto ai vertici europei, ma che troppo presto è poi scesa ai gradini inferiori. Sino, oggi, sul piano amministrativo, al dissesto. Ma il dissesto non rappresenta l’intera città. È questo il punto. Ho sempre sostenuto che non è tutta la città in serie C. C’è la città che vuole e può essere, ed è serie A. Ma non è compattata e non è egemone! Quasi non si riconosce. L’Università è un mondo a sé. Le aggregazioni culturali (come anche la nostra) e le associazioni sono un mondo a sé. Dieci teatri almeno, ma rivolti a un pubblico specifico e limitato. I partiti, nella forma di un tempo, furono mondo a sé. La cultura religiosa è un mondo a sé. Ovunque spiccano eccellenze, ma senza collegamenti. Una città di mondi separati. E massima separazione quella dei ceti, non solo delle «classi subalterne», oggetto della cultura di massa nella sua peggiore semplificazione e tendente a divenire dominante.

E questa purtroppo tende ad essere condizione generale dell’Italia e, ovunque, del nostro tempo. Dopo la crisi e nella cattiva globalizzazione. Non rimane che augurare a chi attraverserà il ventunesimo secolo che si riesca a cacciare i mercanti dal tempio. Per una nuova e moderna (filosofica, letteraria, storica, scientifica) cultura umanistica.