Dove tornare: l’Inconscio, il Dire e la fonte.

Dove tornare? Si torna sempre dove non si è mai stati; questo ci ha insegnato Lacan mostrando come la ripetizione simbolica sia una designazione del manque essenziale su cui si fonda l’essere dell’uomo, la mancanza ad essere de l’Être, la “colpevole” cancellazione dell’origine da parte del linguaggio – ciò in cui si articola l’economia simbolica – che al contempola istituisce. Cosìil soggetto, palesatosi solo grazie ad esso (fissandosi come significante), si ricostruisce sempre a posteriori, attraverso una reminiscenza immaginaria, come preesistente a quel che lo ha invece fatto sorgere: eccolo tornare dove non è mai stato.
Se dunque ciò significa l’assenza di un soggetto anteriore alla nascita del simbolo e di un oggetto ulteriore alla sua sostituzione linguistica, “il simbolico, che determina l’uomo invece di essere determinato da esso o ad esso coestensivo, è precisamente quella forma di ripetizione originaria e fondante in base a cui l’inconscio cessa di essere un mistero; l’inconscio diviene anzi ciò che prima di tutto si presenta, nella parola, con un’evidenza quasi palmare, con una chiarezza che sarebbe vano volere pretendere dal reale e dalla coscienza. Il reale permane infatti in uno statuto di sostanziale irraggiungibilità, l’inafferrabilità gnoseologica del mondo esterno che indusse Platone a ricorrere alla reminiscenza per giustificare in qualche modo, contro la scepsi dei Sofisti, la possibilità di una conoscenza”[1. M. Ferraris, Differenze. La filosofia francese dopo lo Strutturalismo, Multhipla Edizioni, Milano, 1981, pp. 20-21.].  Se la reminiscenza della coscienza, fondandosi ancora e solo su se stessa, non può perciò che frammentarsi nei suoi regressi infiniti, solo il linguaggio, che determina soggetto e oggetto trascendendo entrambi, si offre come l’evidenza estrema, quella “della lettera rubata  [Cfr. Seminario su “La lettera rubata” negli Ecrits ] che è sotto gli occhi di tutti, e che pure tutti in assoluta buona fede fingono di ignorare”[2. Ivi, p. 21.]. È al linguaggio da cui siamo parlati e all’ordine simbolico, anziché a un’immaginaria e illusoria esistenza presimbolica del soggetto, che si deve dunque tornare;  se tale ordine corrisponde alla dimensione della Cultura, al discorso normativo in cui l’economia del linguaggio è, come noto, quella dell’Altro, esiste inoltre un luogo in cui la sua parola – come osservato da Stefano Agosti nei suoi scritti – prende figura, diventa un discorso dentro il discorso, quello dell’“Altro dell’Altro”. Questo linguaggio, che agirebbe come un supplemento di parola dentro quello normativo, è il linguaggio poetico, la parola che parla a se stessa; quanto si evince dalla autoriflessività che sospende il rapporto significato/significante nelle figure retoriche (allitterazione, metonimia, metafora) è d’altra parte anche ciò che brilla – nota ancora Agosti – nella rima e conseguentemente, sciogliendo il nodo della sua funzione semantica-ritmica-metrica, accosta il luogo del verso.
Il suggestivo convegno “Il verso come luogo Es-atto o in-Es-atto / momento Es-presso o in-Es-presso”, organizzato da Mario Grasso ad Acitrezza l’ottobre dello scorso anno, mi ha quindi suggerito, nella cornice di tali premesse e nel segno della domanda iniziale, alcune considerazioni, parerga e disseminazioni ripiegate, oltre che sull’orlo delle tematiche lacaniane, su alcuni motivi heideggeriani e sulla peculiare analisi del pensiero di Paul Valéry condotta da Jacques Derrida in “Qual quelle”.
Anzitutto si tratta di ascoltare e lasciar risuonare quanto contenuto nell’affermazione “il verso come luogo esatto”: non coinvolge essa forse sin da principio l’indicazione di una dimensione che intrattenga una relazione con l’origine? L’indicazione/osservazione dis-chiusa dal concetto heideggeriano di Erörterung chiama infatti in causa un luogo – Ort – che in tedesco significa originariamente la cuspide della lancia, ciò che, come “punto più alto ed estremo”, riunisce attirando verso di sé e custodendo quel che ha tratto alla maniera di una luce rischiaratrice: l’Ort è  il luogo occulto del poema che al pari dell’essere si ri-vela sottraendosi nel non detto.
In relazione all’altro termine della questione “il verso come momento espresso/inespresso”, si può invece significativamente recitare quanto Heidegger stesso afferma circa tale luogo analizzando il linguaggio poetico nell’opera di Georg Trakl; “il poema di un poeta rimane inespresso […] dal luogo del poema scaturisce l’onda che di volta in volta sommuove il dire in quanto dire poetico. Ma tanto poco l’onda abbandona il luogo del poema che il suo erompere fa piuttosto rifluire ogni moto del Dire originario entro l’origine sempre più occulta. Il luogo della poesia cela, in quanto sorgente dell’onda che sommuove, l’occulta essenza di ciò che sulle prime può, al pensiero estetico-metafisico, apparire come ritmo”[3. M. Heidegger, Unterwegs zur Sprache; tr. it. A. Caracciolo e M. C. Perotti, In cammino verso il Linguaggio, Mursia, Milano, 1973, pp.45-46; corsivi miei.].
Se il ritmo chiama in causa il verso e l’esito dell’Erörterung è una domanda che chiede dove si collochi lo spazio in-Es-presso del poema, ecco allora come la domanda sul verso quale luogo germinale sia immediatamente coinvolta in questa es-posizione, nella segnalazione cioè di una direzione, di un verso del verso che è al contempo il ritorno del “Dire” nella sua origine occulta: un’emergenza che similmente alla punta della lancia attira, trapassandolo e permeandolo, il testo poetico.
Così, nella lirica trakliana Canto del dipartito, il verso “O dimorare nell’azzurro vivente della notte”, lasciando riverberare il senso della dipartenza non quale condizione di chi è prematuramente morto, ma come lo “spirito puro” che è lo stesso fiammeggiare dell’azzurro effuso sulla quiete della fanciullezza, mostrerebbe per Heidegger come “la frescura lunare dell’azzurro sacro della notte spirituale penetra del suo suono e della sua luce ogni visione e ogni dire. La parola di questo dire diventa un ridire: diventa poesia. In e per quel che giunge a espressione il poema resta custodito come il per essenza inespresso”[4. Ivi, p. 71; corsivi miei.].
Questo luogo esatto, richiesto, reclamato, desiderato dalla parola, è quindi allo stesso tempo cifrato dalla natura abscondita del Dire originario, dalla sua sottrazione in una in-udibilità sempre altra, inattingibile, in-esatta rispetto alla sonorità che se ne propala. Il rapporto, lo scarto fra la voce interiore come trascrizione di quel Dire e la vox lautente, la voce proferita resta infatti talmente inafferrabile, sia in termini poetici, linguistici che fenomenologici, da supporre – come ricorda Derrida nella conferenza per il centesimo anniversario della nascita di Valéry – quasi un incontro, un punto di tangenza nullo e infinito. E’ questo punto che, fra le considerazioni esposte dal poeta francese nei suoi Cahiers, si nasconderebbe nel punto di fonte “[…] punto ‘io’ senza ‘te’. Ciascuno il suo altro, che è il suo Stesso. Ovvero l’Io è due – per definizione. Se c’è voce c’è orecchio. Interiormente c’è voce, non c’è vista di chi parla. E chi descriverà, definirà la differenza che c’è fra questa frase stessa che si dice e non si pronuncia, e questa stessa frase che suona nell’aria?”[5. P. Valéry, Cahiers, XXII (1939), p. 304; cit. in: J. Derrida, Marges – de la philosophie, Les Éditions de Minuit, Paris, 1972; tr. it. M. Iofrida, Margini della filosofia, Einaudi, Torino, 1997, p. 370.].
È propriamente il Verso, con il suo tratto evenemenziale, la sua scansione temporale a segnalare forse più di altri luoghi, quella differenza sempre esatta/inesatta di cui ancora Valéry afferma “credo che il rapporto di queste possibilità di duplice effetto sia nella potenza della motilità, sulla quale non mediteremo mai abbastanza. In essa riposa il mistero del tempo, cioè l’esistenza di ciò che non è. Potenziale e inattuale”[6. Ibidem, corsivi miei.].
È qui in altri termini in gioco la questione della fonte come metafora prima dell’origine, dell’apertura, della beanza stessa del mondo; come nota Derrida, “designata spesso come fonte, l’origine assoluta ha per Valéry innanzitutto la forma dell’io, dell’‘io più nudo’, dell’ ‘io puro, elemento unico e monotono dell’essere stesso nel mondo, ritrovato, ripreso da se stesso’ e che ‘abita eternamente i nostri sensi’ come ‘la permanenza fondamentale di una coscienza che non è sostenuta da nulla’”[7. J. Derrida, Margini della filosofia, cit., pp. 360-361.]. Tuttavia se Valéry le riconosce un certo essere lo farebbe per rifiutarle ogni presenza al punto che si tratterebbe di ciò che fondando in qualche modo tutte le categorie, “esiste e non esiste”; scrive ancora Derrida, “quest’io non è un individuo, è quasi impersonale, vicinissimo ad essere un non-io. Questa coscienza che non può essa stessa porsi, mettersi di fronte a se stessa, divenire per se stessa una tesi o un tema, non possiamo nemmeno dire che sia presente per-sé. Questa fonte di cui non si può fare un tema non è dunque una coscienza di sé, è a malapena una coscienza. Non è in un certo modo inconscia o […] differente dall’inconscio tanto poco quanto si vorrà? Quasi un inconscio?”[8. Ivi, p. 363.] Proprio il ritmo scandito dal verso – ciò che per Heidegger rimanda alla “sorgente dell’onda che sommuove il Dire” – ci porterebbe dunque dal circuito dell’intenzionalità autoriale alla sottostante comunicazione silenziosa fra il nascente ed il nato, all’enigmaticità della voce interiore, alla fonte da cui, nella sua duplice direzionalità, è versato: l’inconscio.
Il verso come le soudre de la source (“lo sgorgare-e-assordarsi della fonte”) opera innestando nel testo l’interruzione, il differimento, il salto della voce che, simile al murmure nella forra della fonte ascosa, rivela lo scarto, il ritardo dell’origine su se stessa, altrimenti detto la sua provenienza inconscia: così come il sogno non è altro che una ricostruzione a posteriori, una traccia senza presenza originaria, “la fonte non si appare tale che in quel momento, che non è più un momento, in quel secondo dell’i(n)stante emissione in cui l’origine dà a ricevere a se stessa ciò che essa produce”[9. Ivi, p. 370.]. Non è forse dall’ombra di questa stessa fonte (l’heideggeriana “origine occulta”) che stilla, nella grotta dell’anima, “orgueil du labyrinthe”, la lacrima del “pensiero riposto”?

Tu procèdes de l’âme, orgueil du labyrinthe.
Tu me portes du coeur cette goutte contrainte,
Cette distraction de mon suc précieux
Qui vient sacrifier mes ombres sur mes yeux,
Tendre libation de l’arrière-pensée!
D’une grotte de crainte au fond de moi creusée
Le sel mystérieux suinte muette l’eau.
D’où nais-tu? Quel travail toujours triste et nouveau
Te tire avec retard, larme, de l’ombre amère?[10. Dal componimento La Jeune Parque; Cfr. P. Valery, Opere poetiche, tr. it. M. T. Giaveri, Guanda, Parma 1989, p. 115: “Tu procedi dall’anima, gloria del labirinto./ Tu mi porti dal cuore questa goccia costretta,/ Distrazione del mio succo prezioso/ Che viene ad immolare le ombre mie sui miei occhi,/ Tenera libagione del pensiero riposto!/ Da una grotta d’angoscia scavata in fondo a me/ Il sale misterioso trasuda l’acqua muta./ Da dove nasci? Quale lavoro sempre triste e sempre nuovo,/ Lacrima, con ritardo ti trae dall’ombra amara?”]

Il verso diviene il perno su cui il ritmo, il lavoro, il testo stesso si ripiega per affacciarsi sul “bianco mallarmeano”, sull’abîme della spaziatura che ne orla il margine e la piega, così come, per il tramite della pagina bianca, su tutte le implicazioni delle serie polisemiche che esso, a mo’ di fiocina (la lancia dell’Ort), arpiona, sulla superficie del significante/inconscio, nel barthesiano mare ribollente del senso – mare “fluido, percorso dai fremiti d’una leggera ebollizione” –  sparpagliando infine la catena polisemica della lingua (lo scenario inconscio ne sprigiona la disintegrazione, stralciando nella sua guerra l’armoniosa pace tra vocabolo e senso. È allora che il verso dona, offre, nascondendolo nel suo gesto son-oro, l’oro di Mallarmé come un filone nella miniera del significante: “le silence, seul luxe après les rimes, un orchestre ne faisont avec son or, des frȗlements de pensée et de soir, qu’en détailler la signification à l’egard d’une ode tue”[11. Da Mimique (1886) in: S. Malarmé, Divagations, Bibliothèque-Charpentier ; Fasquelle, 1897, pp. 186-187.]). E poiché in fondo lo specchio della fonte è il linguaggio – “cette trembalnte, frêle, et pieuse distance/ Entre moi-même et l’onde, et mon âme, et les dieux!…”[12. Dal componimento Fragments du Narcisse; Cfr. P. Valéry, Opere poetiche, tr. it. M. T. Giaveri, Guanda, Parma 1989, p. 163: “Questa tremante, fragile, e pia distanza fra/ Me e l’onda, e la mia anima, e gli dei!…”] – proprio Narciso, come scrive Maurice Blanchot, “chinato alla fonte, non si riconosce nell’immagine fluida che le acque gli rinviano. Non è quindi se stesso, il proprio ‘io’ forse inesistente, che egli ama e desidera, sia pur ignorandolo”[13. M. Blanchot, L’écriture du désastre, Gallimard, Parigi 1980;  tr. it. F. Sossi, La scrittura del disastro, SE, Milano 1990, p. 145; corsivi miei.].
Lo sgorgare-assordarsi della fonte/verso, del verso della fonte non è altro che il mormorio del linguaggio (un’immagine di linguaggio); trattandosi di Inconscio esso è tuttavia di ben altra natura rispetto al topos freudiano; quello di Valéry non è una coscienza virtuale, non è (no)minato dalla rimozione bensì da un’alterità che marca il limite di una implicazione-complicazione del Medesimo e dell’Altro – definita con il termine Implesso – che non si lascia mai sciogliere, ovvero l’intreccio di un es-presso e di un in-Es-presso (l’Altro lacaniano che parla sotto la maschera del soggetto e delle sue identificazioni immaginarie). Questa embricazione moltiplica o divide all’infinito la semplicità di ogni fonte, di ogni origine e presenza; se rispetto alla voce il verso si presentava come il luogo, l’Ort, in-Es-atto della sua origine (inconscia), rispetto all’Implesso esso rappresenterà propriamente un momento, un complesso del presente (espresso) che racchiude sempre il non-presente (in-espresso) nell’impossibilità, per la presenza di un presente, di offrirsi come semplice, attuale, istantanea: “pungete la punta del Presente – scrive Valéry – sull’istante attuale… Generate il Presente del Presente che esprimete così: Sono nel’atto di.. Generate il Futuro del Presente: sono sul punto di… E così di seguito… Il presente del Presente del Presente, il Presente del Futuro del Passato del Passato… Et caetera… Si potrebbe affinare… Un matematico potrebbe… Voi, già da soli, mettevate l’esponente… Riassumendo, intendo per Implesso ciò in cui noi siamo eventuali…”[14. P. Valéry, Euvres, t. II, pp. 235-236; cit. in: J. Derrida, Margini della filosofia, cit., p. 388.].
Tornando quindi all’Erörterung iniziale, ecco dunque il Verso annodare questo silenzioso in-Es-pressso, una non-coscienza e una non-presenza, nella stessa coscienza presente, parlante, espressa, come “lo stesso di ciò che attualmente essa non è”[15. J. Derrida, Margini della filosofia, cit., ivi. Analogamente il riconoscimento lacaniano di una dimensione costitutiva della soggettività che, pur priva di coscienza, parla e pensa, si compendia nel rovesciamento dell’adagio cartesiano, per cui si dovrà piuttosto affermare: “io penso dove non sono, dunque io sono dove non penso”.]; nello sgorgare-e-assordarsi della fonte rimarrebbe così racchiuso tutto il possibile incastonato in questo ritardo dell’origine su stessa (l’origine inespressa è conseguenza retroattiva di una non-origine). Il verso, come l’acqua che sgorga dalla fonte, lascia scorrere la temporalità e il suo mistero fra le nostre mani; se la fonte è tale solo come effetto – vi risaliamo da ciò che dona – il verso è questo ritorno impossibile dove non si è mai stati e a cui pure, a patto che si ascolti la voce della poesia e il suo ordine simbolico anziché l’illusione del soggetto, siamo chiamati a volgerci. Il verso, questo de-siderio tratto dal cielo quale nostro destino ed evento, è ciò che, come la luce delle stelle proveniente da astri non più esistenti, ci riporta al passato immemoriale da cui quel D(’)Es-io è in fondo sempre Es-audito:
“Il marmo della fonte/ ha il bacio dello zampillo,/ sogno di stelle umili” (G. Lorca).



 

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