Dalla finestra di Mario Grasso – L’esordio in dialetto di Giuseppe Cinà / La poesia di Maria Elena Centonze / In memoria di Salvatore Agati

UN POEMA CHE SALVA UN INTERO MONDO DI “COSE” E PAROLE SICILIANE PERDUTE

L’ESORDIO IN DIALETTO ISOLANO DI GIUSEPPE CINÀ

Il parere per le occasioni in cui viene offerta la lettura di poesie in dialetto siciliano ammicca alla responsabilità di chi si incarica di esprimerlo. Con la lingua priva di koiné della nostra Isola si è oramai a rasentare un impegno uguale a quanto ci continueranno a dare le lingue classiche della nostra formazione umanistica, tra greco e latino. E se con il greco dorico o attico ci si intrattiene a cogliere sfumature e con il latino di Cicerone e di Tacito non ci peritiamo di far notare che esso è altro rispetto al tardo latino e medievale, con il siciliano non possiamo tacere circa la sua omologazione con la caratteristica di una duplice realtà nell’Isola: quella del continuo variare del panorama, dal calcare compatto degli Iblei di Pantalica, alle lave brune del territorio etneo, al tufo e al sabbioso e fino ai pantani, alle macchie lacustri di cui si vantano gli ennesi, alla piana argillosa di Catania lungo il Simeto e così per una variegata armonia-disarmonia che ripete una sentenza della paremiologia isolana: in Sicilia ogni testa è un tribunale.

Uno studio per molti suoi aspetti scientifico sui singolari aspetti del vocabolario isolano lo ha proposto, anni or sono, Carmelo Caracè con il suo libro Parlarsiciliano (1979), nel quale gli esempi sulla “non koiné” sono chiari e ricavati da fonti precise e precisate. Vi si legge quanta diversità di vocabolario si può trovare in un breve territorio solcato da un torrente. O che diecine di metri tra una sponda e l’altra di un corso stagionale di acqua bastano a differenziare altrettante parlate. Ma non sono questi “accidenti del territorio” a minacciare la conservazione della purezza del dialetto quanto lo è, costantemente il vezzo di sicilianizzare voci della lingua della comunicazione nazionale. Un esempio ricorrente è quello del significante alba che troviamo con insistente frequenza bestemmiato in siciliano, persino nel titolo di una nota rivista (anche gloriosa per suoi meriti all’estero e dall’estero) che si stampa in America e viene diffusa specialmente in Sicilia e nella Penisola. È uno dei segni di cui si è trascurata la natura fondamentale della nostra lingua regionale, quella del suo imprescindibile rivolgersi alla concretezza e alla figuralità. Il siciliano puro non “sicilianizza” la voce alba, perché adopererà il veritiero “spunta di suli”. E così per il fenomeno del tramonto, che non sarà mai tramontu o tramuntu, ma codd’ê suli.

2.Esempi banalissimi che sono impolpati da una messe di scritture proprie di grandi poeti già classici come il Meli,  le cui poesie grondano di italiano tradotto in siciliano, come viceversa  ne sono immuni quelle del poco noto  Paolo Maura di “A pigghiata”. Ma a questo punto onestà vuole che si abbia il dovere di precisare un elemento fondamentale: la libertà del poeta, di ogni vero poeta, che proprio in quanto tale non potrà fare a meno di presentarsi con un proprio linguaggio. Ed ecco a far nostro il diritto a elogiare senza alcuna riserva il lessico delle poesie e della Poesia di Giuseppe Cinà. Un discorso che transita attraverso ragioni di pura letteratura, che attingono alla storia della letteratura in dialetto. O meglio (per esemplificare)  all’uso che ne abbiamo apprezzato nei romanzi di esordio di Pasqualino Fortunato (Cfr. Mio padre Adamo) e del Vincenzo Consolo di La ferita dell’aprile, dove è  l’italiano a essere arricchito da significanti e intere locuzioni in siciliano, che generano automaticamente un potere detonante nel codice della lingua di comunicazione nazionale. Direi che è l‘altrettanto felice esito che, in chiave inversa insinua al momento giusto Giuseppe Cinà quando, a sorpresa, contamina al puro dialetto della sua impeccabile codificazione dialettale una parola del vocabolario italiano, come in questo felicissimo esempio che citiamo. “Primavera schinfignusa ri mènnuli liati tardivamenti, cu pruna e pèrsichi mali aggigghiati, e tardìa a bianca zàgara nne jardina scurusi.“. Un tardivamente che poteva essere il siciliano “ccu attrassu” o altro lemma,  ma che non avrebbe prodotto l’effetto dell’ avverbio meglio adatto a spiegare e a sonorizzare  d’imprevisto la frase densa di un susseguirsi di lemmi-immagini  propri del puro dialetto.

Forse non possono essere attribuite colpe al poeta che finge di ignorare la identità grammaticale e significante del “cu” che in questa occasione avrebbe dovuto essere presentato con le due c di ccu. Ma non sono disponibili nei modelli della poesia degli autori classici altrettanti suggerimenti in materia di rendere meglio la differenza tra preposizioni articolate e pronomi. Peccati di carta dunque nel momento di trascurare (e ricordare a noi stessi) che la grammatica e la sintassi dell’italiano è la stessa che vale per il dialetto siciliano.

  1. D’altra parte è la solita preoccupazione di chi mira a trovare, a qualsiasi costo, nella Poesia il valore dei contenuti, trascurando che di essi si dovrà cogliere la portata dopo aver apprezzato quanto di supporto sia il linguaggio. La poesia, quanto a contenuti , si esalta per alcune caratteristiche fondamentali,  tra la reticenza  che la fa distinguere dalla cronaca e il dare un nome a momenti propri dell’animo umano, cioè a descrivere l’indescrivibile  ed esprimere l’inesprimibile dei sentimenti più profondi e veri. Andare dritto ai contenuti, inoltre, in argomento di Poesia non porta da alcuna parte se prima non si approfondisca quanto di tensione, empatia e originalità di vocabolario semanticamente appropriato urge a legare i contenuti con il codice espressivo. Ed è questo un filo di ragionamento che fa parte della storia stessa dei linguaggi, come delle singole parole. Una storia che la filologia fornisce, o non fornisce come è per il monumentale vocabolario del siciliano denominato alla memoria del dialettologo e accademico Piccitto. Opera di grande respiro  per la quale la Regione siciliana, a suo tempo, ha elargito barche di quattrini in lunghi interminabili anni della gestione dell’opera. Opera purtroppo esitata zoppicante per la mancanza dell’indispensabile corredo esegetico delle ricerche esitate. Funestata irreparabilmente dalla mancanza del sostegno della etimologia dei significanti. Una occasione mancata la cui responsabilità ricade nella realtà culturale quando manca di autorità con cui ci si deve confrontare. Si direbbe che quella del Vocabolario dedicato al Piccitto sia stata una dimostrazione di superficialità e forse di arroganza.
  2. Giuseppe Cinà dunque recupera e salva una messe di parole che adesso la realtà civile, politica e tecnologica ha destinato alla tomba della storia del vocabolario della lingua siciliana. Ed è, il suo, un recuperare con metodo che è sostenuto da ispirazioni, unita a impeccabile conoscenza dei codici dialettali dell’Isola. Una ragione che rende doppiamente preziosa la plaquette della Macchia e del Giardino, che aggiunge alla ricchezza di un vocabolario di chicche linguistiche, i contenuti che a loro volta in gara con significanti, offrono alla memoria un vero e proprio mondo di altri tempi, con grazia che solo la Poesia sa e può dare. C’è un po’ di “tutto-Sicilia” in questa silloge. Tutto perché come nel latino dello storico che apre un capitolo della vita di Agricola con un “Nunc demum redit animus”, (Tacito), mentre il giurista spinge la sua studiata retorica per ottenere dai giudici la condanna dell’imputato con un “Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?, (Cicerone),  i codici senza codice della nonkoiné del siciliano, vengono dalla padronanza e ricchezza di vocabolario e dalla dote magistrale del poeta che ne organizza l’uso, a determinare la dignità di poesia da scaffale alto per questa opera di esordio di un docente universitario di materie legate sì alla comunicazione, ma forse timbrate dal necessario di altra padronanza, quella settoriale e tecnica. Un elogio dunque al Poeta  Giuseppe Cinà e al suo editore che delle voci  e delle occasioni culturali del Meridione d’Italia continua a farsi coerente e prestigioso portavoce.
  3. Infine una divagazione che vuole nei suoi significati ulteriori sigillare gli elogi rivolti a Giuseppe Cinà e all’editrice Manni, che (quest’ultima), in tempi di privazione e pandemia non intromette indugi alla missione di far conoscere autori e opere di importante incidenza. I dialetti infatti hanno esaurito la loro funzione; verso di essi c’è una chiusura epocale per molte ragioni “naturale”. Partendo oggi da un aeroporto siciliano dopo un paio d’ore di volo si sbarca a Berlino a Parigi o a Londra. Non si pretenderà di esservi giunti per parlare e farsi intendere in dialetto siciliano, se già si avvia sul sentiero di un  dialetto europeo la stessa lingua di comunicazione nazionale. Siamo già su altro versante e le nuove generazioni dei siciliani masticano, storpiano l’italiano acquisito sulla traccia dei mass-media e masticano orgogliosi e frettolosi l’inglese di un loro segreto futuro immaginario. Di siciliano manco a legnate.

Ma è la fatalità delle evoluzioni civili, se mettiamo nel conto il latino quando  si addomesticava ad annacquarsi in “medievale” o “tardo”;  in realtà si stava evolvendo in quel volgare che Pietro Bembo avrebbe erroneamente definito trappola mortale per quanti lo praticavano o lo avrebbero  praticato, eleggendo il latino erroneamente a lingua del futuro. Ma sarebbe arrivato, dopo qualche secolo il maccheronico di Teofilo Folengo  di tutta una scuola a sbaragliare ridicolizzandolo  il nobile latino che era stato di Virgilio. Erano maturati i tempi per  il trionfo definitivo dei codici nuovi di chi,  ancora in temperie espressive tra latino tardo e volgare aveva, dichiarandosi discepolo del “gran lombardo” (ante litteram) mantovano, fornito l’occorrente per il dizionario che a tutt’oggi è la lingua di Dante e quella della comunicazione nazionale.

  1. Tra i nomi dei Poeti “notai” che hanno mostrato, e si spera continueranno ad annotare nei loro registri densi di creatività vivificante, quindi con professionalità, grazia e passione personale, il mondo del“ come eravamo”  per  futura memoria,con voce di Poesia da scaffale alto, si dovrà adesso aggiungere  questa eccellente, preziosa silloge come poemetto di esordio di Giuseppe Cinà: A macchia  e ’u Jardinu.(Manni editore, 2020).

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UN “CASO LETTERARIO”: LA POESIA DELLA DICIASSETTENNE LICEALE MARIA ELENA CENTONZE

Maria Elena Centonze è nata il 10 settembre 2003 a Catania, dove vive. È studentessa del quarto anno del Liceo Classico “Mario Cutelli” della città etnea. Non a caso questa puntualizzazione come primo avviso per i Lettori di Lunarionuovo. Questa pubblicazione mensile infatti è la rivista filiazione della Casa editrice il cui nome “Prova d’Autore” palesa la linea delle proprie scelte. Il caso letterario della diciassettenne Maria Elena Centonze, che proponiamo in questo numero ricorda e dimostra la continuità e la coerenza del proposito risalente all’anno della fondazione,1979. Ci si consentirà di ripetere i momenti di orgoglio per tutte le occasioni che lungo gli anni e l’esperienza ci hanno consentito di presentare l’esordio di nuove voci che si destinavano a scavalcare la frequente esibizione di un loro pur lodevole hobby domenicale per fare spiccare chiare aure di empatia con quanto è la parte più impegnativa e “nobile” della Letteratura: la Poesia. Sappiamo tutti che proprio la Poesia ha un suo “profumo inconfondibile” che a volte si manifesta anche da un solo verso di un intero componimento. E da tale interezza viene imprescindibile conferma quando il “solo verso” spicca tra una manifestazione di adesione a quei codici non scritti di cui la Poesia si presenta paludata: reticenza, sintesi, rimozione di combinazioni retoriche usurate, diagramma di stati d’animo inesprimibili, cui solo la Poesia restituisce. Noi ci sentiamo orgogliosi per tutte le rare occasioni di proporre un esordio come l’attuale di Maria Elena Centonze, di cui qui pubblichiamo tre liriche, perché vi troviamo evidente un momento che è preludio e premessa.

Non resta che aggiungere un ringraziamento alla giovanissima Poetessa, per averci privilegiato della sua scelta e l’augurio di ulteriori conferme che giungeranno immancabilmente a conferma della nostra facile previsione. (mg)

 TRE LIRICHE

di Maria Elena Centonze

MI PARLI

Mi parli,
In un frangente che limita l’infinito.
Mi perdo,
quel duro sorriso si scompone
nell’amplesso perfetto della tua bocca.

Escono in tante,
a passi lenti, scivolano nella valle dell’inesauribile sapere,
riecheggiando come campanili nel giorno santo.

Mi pervade curiosità, nel conoscere
la foce dell’incessante fiume
che sgorga dalla tua bocca.

Lumeggi la parte più oscura del mio quadro
d’una intensa luce che scosta la nebbia
dal mio cammino.

M’incanti, col tuo sapere
ala di rondine la tua voce.

Lente si esauriscono sulle tue labbra,
frementi di continuare.
Ma l’un sente la mancanza dell’altro e si riuniscono
come nel bacio infuocato tra il sole e il mare in infiniti tramonti.

INCERTEZZA DELLA NOTTE

Cade come una goccia,
il dolce ticchettio dell’acqua si infrange sulla terra umida.
Asciutta o bagnata?  Il buio mi annebbia.

Mi son persa, nell’esattezza della risposta,
il volto torbido dell’incertezza si fa strada
tra le vie della mia mente, come l’uccello nero
offusca il manto celeste.

Blocca tutto,
ma tu arrivi d’un tratto, senza bussare fai breccia
nella mia anima, asciugandola.

Guidami nel buio brancolante
dentro l’oscura notte, nido
di cuori infranti e occhi luccicanti.

Sprigiona luce come la luna,
cosi che chiaro sarà il mio dubbio;
né bagnato né asciutto, solo umido,
come il mio cuore, con residui di malinconia.

PAGINE

Nell’instante che sovrappone le lancette
le pagine sembrano allinearsi come le stelle,
creando costellazioni di parole
e comete-punti  sul ciglio di esplodere.
La rilegatura è il corpo che racchiude l’anima di carta e immaginazione.
A ogni riga, quelle lettere che
mi scuotono il cuore come un lampo a ciel sereno,
aprono tutte le combinazioni del mio cuore,
sono l’usciere del mio paradiso.

NOTA BIOGRAFICA
Maria Elena Centonze è nata il 10 settembre 2003 a Catania, dove vive.
E’ una studentessa del quarto anno del Liceo Classico “Mario Cutelli” di Catania

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Un nodo di pianto
(Alla cara memoria di Salvatore Agati, ucciso dal Covid-19)

Sono giorni di ansia e di incoscienze
questi in Sicilia come sia nel Mondo
ma quale pia stadèra farà sconto
al peso dei ricordi, alla memoria,
Salvatore, tu adesso vivi in gloria
lontano da miserie infami in questo Mondo
ma non era momento ancora il tuo
per l’addio ai ricordi e alle memorie.
O forse in te era ansia del vero
il ritornare a Itaca?
Sincero era il tuo sguardo e adesso preme
in me più d’un rimorso e piango col saluto
ma il pianto non mi sana
e i bei ricordi
hanno adesso sapore amaro
ma non sono caffè quando respiro
con un nodo di pianto in fondo al cuore.

                                                       Mario Grasso