Dalla finestra di Mario Grasso

Intervista all’ingegnere elettronico Maurizio Cairone, autore del romanzo Santi, Potenti e Briganti in corso di stampa presso Prova d’Autore

È in corso di stampa presso Prova d’Autore il romanzo di Maurizio Cairone intitolato Santi, Potenti e Briganti, sarà nelle librerie entro il 20 febbraio c. La chiacchierata con l’Autore è scaturita dalla nostra curiosità di conoscere meglio questo scrittore che esordisce con maturità di tecnica narrativa e con tutto un vocabolario di italiano regionale di Sicilia che si distingue per la sua novità di codice linguistico caro al parlato di un territorio, quello di Maletto in provincia di Catania. Un codice etneo che per la sua vetustà (ci si ammetta l’aggettivo) e origini sicule rigorosamente genuine, rimaste indenni rispetto agli influssi del gallo italico che ha influenzato l’aria confinante tra Bronte, Maniace e Randazzo, rappresenta un bene culturale linguistico a sé stante. Eppure come nella locuzione sbrigativa dei latini del De minimis non curat pretor della consuetudine pretorile degli antichi romani, qui evocata come metafora adatta al caso del codice linguistico di Maletto, non risultano esaustivi studi scientifici dedicati a quanto l’amore di Maurizio Cairone per i propri luoghi suggerisce all’attenzione dei lettori di un romanzo tra storico e fantastico, ricorrendo alla lingua delle nonne e dei nonni (e dei protonannavi) con grazia e modulazione appropriata agli eventi storici riesumati dalla loro realtà secolare archiviata. L’ingegnere, specializzato in elettronica, che si impone con appassionata competenza e amore il compito e del filologo e dello storico intramando sull’ordito di fatti avvenuti spunti vivacizzanti di moderata fantasia da romanziere e dando all’insieme un codice personale di recupero della parlata locale.

 Abbiamo propiziato questa intervista per auspicare, intanto, una particolare attenzione nei lettori di Lunarionuovo. Il resto sarà affidato a quell’altro detto latino: Habent sua fata libelli, ma un affidamento ottimistico a priori per Santi, Potenti e Briganti dell’ingegnere elettronico Maurizio Cairone di Maletto.

 

Domanda 1. Dopo la lettura del suo romanzo sorge la curiosità di saperne di più sull’Autore i suoi studi e i suoi interessi. E comincio con il chiederle della sua adolescenza dei suoi anni di spensieratezza e dei primi approcci con la società, parenti, amici, insegnanti…

Sono ultimo figlio (in dialetto cacaniru, cacanido) di genitori a loro volta ultimi figli. I miei nonni, piccolissimi proprietari terrieri (massari), erano tutti dell’Ottocento; per di più tutti di Maletto, remota provincia della provincia, un foruncolo di mondo, ancor più isolata nel mondo contadino di quanto lo fosse la città, ancor di più in un’epoca senza televisione. Quando mio nonno tornava dalla piazza del paese e diceva a mia nonna che aveva sentito la radio (la “Rais” la chiamava) mia nonna gli chiedeva: “E che dissero?” “Boh! E chi li capisce!” E’ questo ponte familiare verso il passato remoto, che mi ha esposto inconsapevolmente all’influenza di un mondo arcaico, alla sua lingua, alla sua mitologia, prima che si perdesse nel dimenticatoio; e il sentimento di perdita in sé è già una spinta a scrivere.

Il mondo della letteratura, della scienza, della storia, per me, fu una scoperta fatta a scuola. E in questo una responsabilità va attribuita al mio maestro di scuola elementare, Giuseppe Bonina, fonte di stimoli straordinari e variegati. Dalla botte di Attilio Regolo a come ballare la mazurca, dal galleggiamento di Archimede nudo alle camme dell’albero motore della sua Cinquecento. Ancora oggi i miei figli mi prendono in giro perché dico in continuazione: “Sai chi mi ha insegnato questo?” – “Il maestro Bonina”. Anch’egli doveva divertirsi se scrisse sulla mia scheda di giudizio della quarta elementare che quel bambino “sotto l’influsso della sua fantasia qualche volta sfiora il mito”. Mi sono sentito obbligato da quel auspicio.

 

Domanda 2.  Ci parli adesso dei momenti delle sue scelte in materia di studi tra Medie, Superiori e preferenza per quelli universitari a seguire.

Considerazioni di concretezza lavorativa mi portarono verso studi tecnici: un geometra in un paese qualcosa può fare sempre! La letteratura, nella mitologia di quel mondo arcaico, era passatempo per perditempo. Anche gli studi universitari presero la strada della tecnica: Ingegneria Elettronica era allora la punta più innovativa. Riguardo alle considerazioni di concretezza lavorativa, il fatto di essere selezionato, appena laureato, per lavorare in una multinazionale che ha una sede a Catania, dimostrò la correttezza dell’assunto, anche se mi allontanò alquanto da altri e più artistici interessi.

Nonostante questo, riuscii a ritagliarmi il tempo (a proposito di perditempo) durante l’università per fondare, insieme agli amici, una associazione culturale, Prometeo Maletto, e guidare la redazione di un (a)periodico locale Logos Maletto, su cui, cominciai a tenere una rubrica sul dialetto locale e a pubblicare i primi racconti. Improvvisammo persino una casa editrice che pubblicò una collana di scritti di storia locale(due!). Nel frattempo curai la regia delle locale compagnia teatrale La Ribalta, partecipando alla creazione e messa in scena di commedie basate sulla cultura e il dialetto locale.

 

Domanda 3. La professione e le sue risposte alle aspettative. C’è stato un pareggio tra i due momenti?

Lavorare in una multinazionale permette di avere una contatto con il mondo, che difficilmente si potrebbe avere altrimenti. Mi ha permesso di viaggiare, incontrare altre culture, vedere la trasformazione della Cina da vicino, discutere con colleghi di Singapore della lentezza decisionale dell’Europa confrontata alla rapidità americana e cinese, appassionarmi di scrittura cinese e al taoismo. Trovo la scrittura cinese magnifica per la poesia, piena di suggestioni, legate all’incastro degli ideogrammi nei caratteri complessi, anche nei limiti della possibilità di penetrarla fino in fondo da parte di un occidentale. Inoltre il lavoro che mi è capitato di svolgere in azienda mi ha portato ad occuparmi di aspetti che non avevo neanche contemplato, come l’economia, il management, le mitologie organizzative. Su questi aspetti ho avuto modo anche di confrontarmi con ambienti accademici, che ho trovato molto stimolanti.

 

Domanda 4. Adesso parliamo dei “Santi, Potenti e Briganti” del suo romanzo. Da quali stimoli è sorta l’opera di questo suo interessante esordio?

C’entra il senso della perdita, della nostalgia di tornare a un loco natio insignificante e purtuttavia casa. Ho cominciato la scrittura del racconto, pubblicandolo a puntate sul periodico Logos Maletto, mentre ero a in Francia, a Grenoble, per il progetto Erasmus. La splendida opportunità di studio all’estero mi faceva sentire, per contrasto, più forte il senso di perdita del mondo arcaico di casa, oramai inutile nell’ottica delle mie esperienze, ma troppo viscerale da dimenticare. Leggevo in quel periodo la letteratura francese, per imparare più velocemente, visto che ero partito senza conoscerne la lingua: Dumas, Balzac, Hugo. Perciò quella prima versione del racconto, fu scritta come l’avrebbe scritta un oscuro ammiratore ottocentesco dei romanzieri francesi dell’Ottocento. Successivamente lessi Proust, e quella mia scrittura mi apparve insoddisfacente. D’altronde le pubblicazioni del periodico erano finite e il racconto, in quella versione, rimase incompleto. Ripresi il racconto vent’anni dopo, in occasione di un’altra perdita, quella di mio padre, strano tipo di contadino divoratore di libri, e lo riscrissi d’impeto in una lingua indefinibile ma che sentivo per altro necessaria, e che trovava faticosamente un equilibrio mano a mano che scrivevo, con risultati che mi appaiono ancora dubbi, e che consegno al giudizio del lettore.

 

Domanda 5.  C’è una interessante modulazione linguistica nel suo romanzo. Una modulazione sui generis che non ripete moduli letterari di cui sono stati modelli Gadda e D’Arrigo. Anche su questa scelta espressiva le chiedo di parlarci.

Devo dire che ho letto Gadda e D’Arrigo – e poi anche Malaparte e Céline – solo dopo aver scritto il mio racconto, su invito dei primi lettori del testo che vi intravvedevano una qualche similitudine. E sicuramente quelle letture mi confortarono, pur nella diversità delle intenzioni e dei risultati, nel fatto che una lingua può legittimamente prestarsi al gioco, anche giocando coi dialetti, senza perdere dignità di lingua e forza letteraria, anzi. Se devo indicare una influenza, per il modulo linguistico, e senza fare paragoni, posso citare il Vincenzo Consolo del Sorriso dell’ignoto marinaio, Retablo e Lunaria. Mentre per il meccanismo narrativo corale, oltre evidentemente a Verga, devo pensare a Camillo Josè Cela di La Colmena. Anche se, come chiunque provi a scrivere sa, il testo prende la strada che vuole, e anche quando si voglia seguire un modello, il risultato approda (mannaggia e per fortuna) a mondi sempre diversi e largamente imprevisti.

 

Domanda 6.  Ci parli dell’ambientazione storica, quanto c’è di storico e quanto di fantasia?

Come prevede il romanzo storico, i personaggi importanti sono storicamente attestati, anche se il loro comportamento è al più una scommessa, mentre i piccoli sono totalmente d’invenzione; l’atmosfera dell’epoca invece dovrebbe essere ricostruita con attenzione ed efficacia, per quanto sia possibile capire con la cultura di un’epoca quella di un’altra. Non so se ci sono riuscito nel mio caso, anche perché qui la struttura di romanzo storico è solo un pretesto per mettere insieme le tradizioni molto più recenti, partendo dalla quella, fondante per Maletto, dall’arrivo del culto di Sant’Antonio da Padova dicono a seguito di un furto al vicino paese di Bronte, e poi la storiella del Principe brigante che non torna e della sua principessa Marietta o Maretta o Maletta che si butta dalla rocca del castello per la disperazione, e ancora altre piccole tradizioni di fatti e personaggi, comprese quelle mie familiari (lessico familiare). Queste tradizioni sono ricamate su un ordito storico che parte dall’eruzione catastrofica del 1651-54 che distrusse in parte l’abitato di Bronte e completamente un Eremo di San’Antonino il Vecchio, aggiungendo poi le vicissitudini dinastiche degli Spatafora, Principi di Maletto, e riverberi di eventi lontani ma caratterizzanti quell’epoca, come la rivolta di Giuseppe Alesi a Palermo del 1647, o addirittura il rogo di Giordano Bruno. Per di più, le lettere riportate nel testo sono dei veri e propri falsi storici, perché sono ricalcate su documenti storici dell’archivio comunale o parrocchiale di Maletto, di epoca ottocentesca ma spacciate per lettere del Seicento. L’artificio dell’uso della ortografia traballante seicentesca è solo l’ultimo strato di falsificazione, ma mi piaceva giocare alla donna Ferdinanda, dei Viceré di De Roberto.

 

Domanda 7. Ci sono molti riferimenti al teatro, e più in generale al racconto nelle sue varie forme, e poi a sogni premonitori, ce ne parla?

In un periodo in cui la vita era soprattutto fatica e fame, lo spettacolo aveva pochissimo spazio nella vita delle persone, eppure, mi sembra ci siano segni inequivocabili che questo spazio, lo spettacolo, se lo prendeva di forza. Nei vari imprevedibili modi: nei cunti delle mamme per far dormire i bambini, nelle mormorazioni dei paesani sui paesani, nel tribolo che piangevano durante i funerali… E poi c’erano comunque forme di spettacolo più canoniche come l’opera dei pupi (mi hanno raccontato di un teatro dei pupi allestito stabilmente a Maletto prima della Seconda guerra mondiale) e poi i cantastorie, che raccontavano in giro per i paesi i fatti di cronaca, in un periodo in cui non c’era la televisione e meno che meno la Rete. E poi c’erano le serenate, e anche il loro opposto: le canzoni dello sdegno. Ma spettacolo erano (e ancora sono) le feste padronali, e le novene, e i rosari. E, senza voler scomodare la psicanalisi, non possiamo considerare i sogni, premonitori e no, come ‘racconti a se stessi’? Per non parlare del racconto dei sogni e della loro interpretazione, spettacolo antico che può anche prescindere da Freud (mia madre, per esempio, è spettacolare in questo, e non ha studiato psicologia).

Tutto ciò fa pensare che il racconto (spettacolo, teatro, speech) è attività quanto mai necessaria alla vita, perché dà senso, un qualche senso, a quello che ci accade incomprensibilmente e senza ragione evidente. E poi raccoglie, accomuna, crea il contesto culturale. Mi piaceva giocare con questa struttura a scatole cinesi di raccontatori che raccontano altri racconti, di cui, a ben vedere, anche questa intervista diventa inevitabilmente parte, ivi compresi i suoi eventuali lettori.

Catania, 31 gennaio 2020

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AVARIA, nuovo romanzo di Vladimir Di Prima, pagg. 112 – Ed Bonanno, 2019

          La secca definitorietà del titolo del nuovo romanzo di Vladimir Di Prima, non lascia vie per sinonimi concilianti rispetto a quelli di ordinaria frequentazione linguistica che sono, in crescendo: deterioramento, alterazione, guasto, rottura, danno. Una pietanza che stimola l’appetito di chi si chiederà come andrà a finire. Ma la trama di un romanzo, specialmente quando è di opera gradevole e coinvolgente per qualsiasi lettore/lettrice non deve occupare spazio per il recensore, al quale è affidato il compito di consigliare o sconsigliare o maledire. Noi siamo “antichi lettori” delle scritture creative di Vladimir Di Prima, fin dal suo esordio con La donna fumante in versi e Gli ansiatici  in prosa da romanzo, e da allora non abbiamo dismesso cariche di entusiasmo al momento di chiudere un suo libro a lettura avvenuta, e con l’avida curiosità di chi avendo costruito un proprio concetto circa le geniali doti del narratore che attinge dal poeta idee, che diventano orditi e trame e aggiungono di volta in volta tasselli di originalità e divertimento in proprio (dell’Autore che scrive) e dei lettori destinatari.

Divertimento in proprio perché non v’ha dubbio sulla partecipazione dell’Autore che attinge a genuinità per offrire altrettanto. Vladimir non ha deviato dalla linea impegnata di presentare in filigrana caricature e medaglioni della realtà civile, sociale, politica della contemporaneità in cui viviamo. E poiché ha continuato a offrirlo in chiave metaforica lievitante ma nello stesso tempo agile e paludata di aure gradevoli e avvincenti, non lascia che gli spigoli taglienti feriscano o graffino alcuno. Anzi, in certi momenti del suo narrare si potrebbe, erroneamente, ritenere qualche aura di sottile moralismo. Che invece altro non è che satira della migliore qualità. E raggiunge i sui bersagli con metodo che rifugge dal chiassoso, preferendo la costante energia (chiamiamola proprio energia) di un vocabolario che non si combina a somiglianza di codici del di già visto. Ed ecco un privilegio che il recensore ha il dovere di segnalare: la codificazione che ricorre all’asciuttezza per creare uno stile da riconoscere e da non potere attribuire a un epigone ma a una fonte singolare dotata da una sua genialità propensa alla disposizione dell’apparato linguistico (ci si consenta la locuzione) nelle pagine delle sue scritture narrative. Siamo in territorio strettamente di competenza letteraria. E poiché letteratura non significa contenuti ma scrittura in cui viene dato un nome alle cose specialmente quando tali “cose” appartengono più agi umani sommovimenti interiori, al gesto, alla reticenza o al pudore come all’ira, alla disapprovazione o allo sdegno, siamo in piena navigazione, scrivendo come scrive Vladimir Di Prima sulla nave esclusiva della letteratura che non è cronaca e non è sempre giallo più o meno poliziesco.

E poi l’attualità feroce nemica di ogni letteratura, quando nella grazia della consuetudine del Di Prima romanziere diviene momento di riverbero universale di una abitudine propria dell’uomo di tutti i tempi. Come ha annullato le misure dei tempi la locuzione “veni-vidi-vici” o la ciceroniana “Usque tandem Catilinae…”. Insomma la letteratura come diagramma della vita e del ripetersi dei vizi e delle virtù dell’uomo. Concludo questo sguardo dalla mia ariosa finestra a merito di Vladimir Di Prima e del suo nuovo romanzo AVARIA, citandone un brano, ricavato dalla pagina 35:

È un portento, impressionante davvero! Ma le conosce tutte a memoria?” Disse l’altra vicina di posto.

“…Da quando io e suo padre ci siamo separati non fa altro che chiedere di guardare i concerti di Freddy sercury su You Tube.  A Natale gli abbiamo anche regalato la batteria… vedeste che orecchio!”

“E all’asilo ci va?”

“Per forza, col mio lavoro non saprei a chi lasciarlo. Dovere pensare che quando le maestre gli chiedono come si chiama lui risponde Roger Taylor”

“Troppo forte! Un predestinato”.

“Ah sì, per questo ha già le idee molto chiare: ogni mattina, appena svegliato, mi dice che lui da grande vuole fare il cantante dei Qeen! Quando gli ho spiegato che Freddy Mercury sta ormai in cielo sa cosa mi ha risposto? <Mamma qualche sabato andiamo in cielo a trovare Freddy?>- Il più tardi possibile figlio mio, gli ho detto…”

“Ahahaha tenero!”

“Per non parlare di quella volta in cui pensai che avesse bisogno di un esorcista (…).

Ci fermiamo per lasciare ai lettori il privilegio di gustare e intendere come, nella descrizione della madre di un bambino di tre anni ci sia già uno miniuniverso di contemporaneità. E non importa a qual punto giunge la satira dello scrittore o la perplessità, dal momento che c’è una danza di attualità in un quarto di pagina tra avaria di matrimoni e piccola mappa, tra il plagio cui si è sottoposti attraverso in grazia dei mass-media, le mostruose normalità che, ossimoro della nuova civiltà, non sono poi altro che il giro di carte di una realtà avariata. Il resto sarà il divertimento dei lettori ad assaporarlo, senza tema di subirne avarie ma col vantaggio di riconoscerne l’onnipresenza nella attualità filtrata dalla sensibilità di un artista.

Mario Grasso