Dalla finestra di Mario Grasso

CRONACA DI UNA BEFFA ALL’INSEGNA DEL CORONAVIRUS E PRESENTAZIONE DELLA IMPORTANTE NOVITÀ EDITORIALE DI CUI SI DA RAGGUAGLIO

“Questa Direzione si pregia di invitare la S.V. a segnare in agenda l’appuntamento del giorno 21 marzo prossimo, alle ore 18 per presenziare all’evento culturale nel corso del quale sarà presentato il romanzo opera prima di Silvia Costanzi Boursier L’IO CHE NONC’ È (edizioni Prova d’Autore). L’evento avrà luogo presso la Sede centrale dell’UPTER in Roma (Via Quattro Novembre n. 157 c/o la Sala della Presidenza). Interverranno: Prof. Arduino Maiuri, dottore di Ricerca in Filologia greca e romana, in Storia religiosa e in Storia, Antropologia, Religioni; Dr. Alessandro Centonze, Magistrato, consigliere della Prima sezione penale della Corte di Cassazione; Dr. Mauro de Bonis, redattore capo della Rivista geopolitica “Limes”. Brevi brani del romanzo saranno letti da Nives Levan, titolare della Casa editrice del libro.”

Se questo invito avesse recato la data del primo aprile si sarebbe potuto definire un pesce d’aprile da friggere in una padella del cattivo gusto. Ma l’appuntamento era per il 21 marzo, un sabato, e proprio il primo giorno di primavera. Inoltre tra la precisazione della sede dove era stato fissato l’incontro e quella delle personalità che sarebbero intervenute, di cui venivano indicati i rispettivi titoli, si intuisce che mai e poi mai gli nominati si sarebbero prestati a uno scherzo di pesce d’aprile. Dunque niente scherzo ma una corsa a riscrivere e rispedire la motivazione del rinvio sine die. Il che ha avuto il significato che il destino della presentazione ad amici, conoscenti e al pubblico dell’opera di esordio della prof. romana Silvia Costanzi sarebbe stata legata alle vicende relativi ai pericoli di contagio del coronavirus e ai decreti cautelativi emanati dal governo, ritenuti adatti a fronteggiare la pandemia frattanto galoppante. Insomma un libro col romanzo opera prima di una scrittrice esordiente, che ha già una sua storia prima ancora di essere diffuso e letto.

Si riscriveranno gli inviti? sarà fissata nuovamente una data e scelta ancora una volta una prestigiosa sede per presentare L’io che non c’è di Silvia Costanzi? E in quale fase rispetto all’attuale segnata come numero due? Forse è meglio non azzardare pronostici e, intanto, poiché il libro adesso c’è ed ha anche una sua eleganza particolare tra semplicità di grafica in copertina, cartocino speciale bianco “millerighi”, e la particolarità di edizione in sole 150 copie numerate e autografate dall’autrice, sarà opportuno riferire almeno una sinossi del suo originalissimo contenuto. Il che consentirà ai lettori di Lunarionuovo di poterne prenotare l’acquisto, finché ce ne saranno copie, ordinandone l’invio senza aggravio di spese postali all’indirizzo di posta elettronica della Casa editrice: [email protected] . (L’io che non c’è – in collezione Sale d’attesa – edizione in copie numerate a mano e con firma autografa dell’Autrice).

La scrittrice Silvia Costanzi

E adesso uno stralcio della prefazione, al romanzo: (…) Tra la fine del secolo scorso e il principio del Duemila si poteva trovare nelle librerie, edito da Mondadori, un importante saggio sul valore terapeutica delle scritture letterarie. L’autrice, Donatella Bisutti, nota poetessa milanese, aveva intitolato significativamente e provocatoriamente il suo lavoro “La poesia salva la vita”. E i contenuti della puntuale ricerca della Bisutti confortano la tesi annunciata dal titolo. La poesia per dire il momento della scrittura creativa nella quale è il “poieo” del verbo greco classico che trova applicazione con riferimento a quanto dimostrano i capolavori del romanzo moderno tra Svevo, Joice e Proust. Orbene non occorre informazione didascalica per aggiungere al significato che ordinariamente viene attribuito alla voce Poesia, significato altrettanto ordinariamente inteso come scrittura creativa (il poieo greco citato prima) organizzata e presentata ora come romanzo, ora come teatro. Ed ecco la opportunità per risalire al significato che il romanzo d’esordio di Silvia Costanzi esige di opera letteraria creativa, nella quale il rapporto della scrittrice con il modulo descrittivo è di riferire colorando, raccontare filtrando tra memoria e pregresse vicissitudini di una interiorità rivisitata nei suoi aspetti e effetti pregressi, che adesso è il filtro della memoria a ricreare. Non è una cronaca ma il filtrato letterario di un dolorosa esperienza attraverso cui vengono rivisitati e interpretati fasi e occasioni del passato. A partire dalla infanzia. Sia chiaro infatti l’avviso per il lettore invitato a ripercorrere momenti e reazioni segrete dell’io che non c’era rispetto a quelli normali della sua presenza piena. Una presenza che adesso la letteratura consente alla scrittrice il privilegio di riordinare, di esporre, per un confronto con sé stessa, prima ancora di affidare agli strumenti editoriali di proporne la lezioni di vita come opera letteraria.

I rapporti con la madre, col padre, con il mondo dell’infanzia e dell’adolescenza sono ne’ L’io che non c’è descritti con la partecipazione emotiva che ogni ricordo comporta al momento di evocare fiori e rovi, panorami e personaggi che probabilmente hanno segnato gli anni del tenero piombo di una sensibilità eccellente e qualche volta disattesa da quelle stesse persone care, pronte a elargire premure persino affettivamente smisurate, quanto inadatte. Di tale mondo la scrittrice ricorda sorprese e stupori, con significati che hanno lasciato segni indelebili. Come può averli lasciati nella Costanzi la istitutrice tedesca con le sue bizzarrie e tutt’altro che normali comportamenti e pretese. Ed è la vita, anche se in aspetti non proprio canonici per l’assistenza a una preadolescente versata a costruire un proprio universo di serenità e ottimismo come gioia di vivere.

  1. Penso, scrive Costanzi come ognuno dovrebbe dire con semplicità a se stesso: “Nulla ci deve spaventare, perché noi siamo molto più forti di tutto quanto prova a stroncarci, di tutto quanto ci può capitare, di ogni dolore, di ogni abbandono, anche il più atroce, di ogni avversità anche quelle apparentemente insuperabili”.

La parte del racconto che spiega – ammesso la scrittrice voglia spiegare fuorché a se stessa – il doppio valore della fede, che per la Costanzi è quella dell’infanzia, dell’adolescenza e di sempre quella cristiana, conferma il nostro dire laico: “La fiducia in sé stessi e il primo segreto dei successi” cui fa da completamento l’imperativo. “Noi siamo quello che vogliamo”. Questa parte del romanzo lungi dal rappresentare un aspetto didascalico o parenetico, è il momento in cui ricava la parte netta del conto in attivo. Silvia Costanzi si volge al percorso superato con la serenità propria di chi ha continuato a esercitare l’umiltà e la fede. E sopraggiunge un momento di pausa per riconoscere come non sia da celebrare vittorie ma di elogiare la forza che ha consentito il superamento di tutte difficili prove affrontate alla fede nel Dio manzoniano “che atterra e suscita / che affanna e che consola” . Una coloritura di pensiero cristiano che ancora una volta indica nel potere della laica fiducia in sé stessi l’aiuto verso il superamento di una fase critica, che non può certo avere contro una congiura divina. Mai. Ma viene data come collaudo per le forze interiori che altrove ci è stato insegnato di quali poteri dispongono: “Abbiate fede e sposterete le montagne”. A questo punto la nostra spiegazione si colorirebbe di presunzione se pretendessimo di riferire oltre interpretando, chiosando quanto sarà pertinenza dei lettori. E non solamente questo: toglieremo valore letterario alle citazioni che Silvia Costanzi propone a sé stessa come momenti di un monologare con locuzioni dei classici italiani: “Mio Dio, il colloquio con te non si è mai spezzato. Tu mia luce anche nel mio buio, so che ci sei. La fede questo dono fragile e granitico è la mia forza e la mia speranza per il futuro.”

        Vorremmo saper dire quali significati ulteriori, rispetto a quelli più evidenti che balzano dalla proposta ossimora rispetto a chi ha raccontato da osservatore (e abbiamo pensato a Mario Tobino) rispetto a chi come nel suo diario in pubblico de L’io che non c’è evoca e descrive della propria esperienza, ogni tassello. Quali valori morali assume l’esempio di chi narra i giorni delle proprie sofferenze e del buio senza aver mai trascurato lo sforzo pur disperato di intercettare un punto remotissimo di luce verso cui non ha smesso di protendersi. Forse il valore aggiunto all’opera letteraria di Silvia Costanzi e alla sua originalità e disinibizione nel far diario in pubblico di momenti in cui “L’IO non c’era” potrebbe essere tra le scansioni del romanzo che dimostrano i poteri della Fede e / o della laica fiducia in sé stessi. (mg)

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L’AVALOVARA DELLA POESIA

Vogliamo mantenere prudenza ma non pare sia disponibile una proposta a più voci di letterati addetti e cultori di poesia che si approssimino contemporaneamente e nello stesso unico volume, con efficacia e chiarezza a spiegare ciascuno a proprio modo l’inspiegabile di Col dire Poesia, e rivolgere un omaggio a Dante di cui ricorrono nel veniente 2021 i settecento anni dalla morte  (lo fa Contiliano, aggiungendo al conributo sul tema della poesia un importante saggio sulla Divina commedia).

Sorprendente l’esito al momento di comparare i quaranta interventi di scoprire come se ogni Autore abbia concordato con tutti gli altri l’orientare il proprio contributo su linee diversa.

Ed ecco l’Avalovara il fabuloso alato composto da armonico insieme di alati, una sbalordente aquila virtuale il cui grande corpo è esito di tante piccolissime aquile. Ne ha scoperto il segreto poetico lo scrittore brasiliano Osman da Costa Lins (Vitoria de Santo Antão – 1924 – San Paolo 1978), che ha intitolato Avalovara una sua silloge di racconti, edita nel 1973, pretesto per una definizione figurale di questo libro che abbiamo intitolato Col dire Poesia.

           L’idea per la realizzazione di una proposta editoriale ce la ha dunque propiziata l’inizio già in atto delle suddette celebrazioni in omaggio al sommo Poeta. Siamo quindi partiti per unirci alle celebrazioni, già iniziate con un anno d’anticipo e, come nella grandiosa metafora delle giumente lasciate dal padre al figlio Saul, ci siamo trovati a raccogliere la ricchezza di un “capitale culturale” nella sorprendente coesione di pareri di cui non avevamo saputo immaginare il valore d’insieme, che intanto definiamo anche didattico. Magico effetto dell’assemblaggio di 40 contributi diversi l’uno dall’altro, eppure tutti armonicamente pertinenti sul denominatore comune del titolo e affabilmente arricchiti dagli omaggi esclusivi a Dante di Giuseppe Conte e Antonino Contiliano. Ed ecco L’Avalovara della Poesia.

Le collaborazioni, quelle di Autori di chiara fama, e quelle di esordienti o meno noti, sono quaranta, includendo il nome del curatore, il dantista prof. Nicolò Mineo che ha scritto il magistrale saggio introduttivo; un convegno virtuale di poeti, intellettuali, cultori di poesia e critici-analisti, residenti in varie regioni: S. Aglieco, M.  Argento, F. Arminio, S. Bommarito, M. Bucolo, M. Cairone, G. Conte, A. Contiliano, S. Costanzi, O. Di Bella, G. Dormiente, A. Ferrara, E. Fiore, F. Foti, A. Gerbino, G. Giuga, R. Governali, M. Grasso, S. Gresta, M. Guerrisi, G. Isella, S. Lanuzza, A. La Rosa, A. Leotta, M. Liseo, A. Lombardo, M. Magnano, V. Magrelli, R. Maiolo, F. Marsana, A. MaugerI, N. Mineo, L. Morandotti, F. Nicolosi Fazio, D. Pisana, S. Ramat, G. Raniolo, L. Rizzo, M. Rondi, G. Sottile.

Pagg. 200 – euro 18,00. Il libro può essere richiesto a [email protected] per riceverlo senza alcun aggravio di spese postali.

Mario Grasso