Dalla finestra di Mario Grasso

I cento anni dalla nascita di Stefano d’Arrigo, datati 19 ottobre 2019, non hanno lasciato molte tracce quanto a commemorazioni dello scrittore di Alì Marina e delle sue opere. Ed è comprensibile. Sarà sufficiente spiegarlo chiosando una delle molteplici facce del silenzio: a  mezza lingua, a mezza bocca, a bandiera ammainata, a pecoreccio d’annata, a vezzo d’anima siciliana. Un momento che nell’ordinario della vita di relazione combacia con il riconoscere o meno un valore, i valori. L’ordinario come la discrezione, il discreto, la mediocrità senza alternative.

Il binocolo alla rovescia mi riporta alle giornate intere trascorse con l’Amico scrittore a parlare del suo Horcynus Orca e come in una pellicola scorrente, tutto l’insieme di personaggi e momenti d’altre stagioni: Cesare Zavattini, Cesare Zipelli, Peppino Mazzullo e sua moglie Concetta, l’onnipresente Jutta in tutte le occasioni in cui c’era Stefano.  Adesso l’attesa che l’insieme possa rileggermelo nel libro in preparazione curato dall’amico Salvatore Cangelosi che ha firmato la copertina insieme a me per un ricordo di Stefano D’Arrigo come rimane nella memoria del suo “amico siciliano” dal giorno della pubblicazione dell’Horynus fino al giorno antecedente la improvvisa morte, a Roma, il due maggio 1992. Il romanzo del romanzo, ambivano a che qualcuno scrivesse, e insistevano marito e moglie, su questo loro desiderio. Desiderio che quasi sicuramente si sarebbe realizzato se il caro Stefano avesse potuto attendere solo per qualche altri quattro cinque mesi. Ma non è una cambiale la morte, su cui apporre la data di riscossione.

Mi avevano distratto gli impegni in URSS, dove fin dal principio degli anni ottanta avevo continuato a viaggiare e restare per mesi interi più che in Italia. E proprio fin dai primi mesi del 1992 avevo deciso di rimettere i remi in barca e riprendere quanto avevo trascurato consapevole di essermi “tagliato fuori” da tante solidarietà in patria.

       L’idea di Salvatore Cangelosi mi è giunta come proposta graditissima, inattesa e nello stesso tempo come un segno di compensazione. L’Amico scrittore e libraio palermitano non aveva conosciuto D’Arrigo, ma la sua sensibilità di artista aveva captato abbastanza leggendone le opere con interesse ed amore tali da indurlo a progettare quanto abbiamo realizzato insieme. Cangelosi con domande e da parte mia altrettante risposte per ricostruire alcuni momenti significativi di un percorso che include principalmente approssimativamente l’opera maggiore del narratore. Non è la storia del romanzo né il romanzo del romanzo come lo avrebbero voluto Stefano e Jutta, è solo un ricordo e la codificazione di alcune testimonianze. La intenzione di ridare una dimensione umana alle bizze caratteriali dell’Amico, non sempre e non in tutto compreso da tutti. Il proposito di esternare motivazioni personali sul valore unico e tutto da scoprire del capolavoro darrighiano e del suo vocabolario che attende lo svolgimento di tesi scientifico-accademiche in numero almeno corrispondente ad altrettante pagine per quante sono quelle dell’Horcyinus Orca, le 1237 della prima edizione mondadoriana.

Abbiamo concordato per una scheda introduttiva per il nostro lavoro. Una prefazione di complementarità e in qualche misura completamento da affidare alla memoria di un altro sodale di D’Arrigo, Stefano Lanuzza, il più appartato e schivo tra gli “addetti ai lavori” dei nostri tempi spesso caratterizzati da superficialità, pregiudizio, invidia, vanità e vanitosi.

E così, dalla mia finestra sporgo adesso lo sguardo verso Palermo in attesa che il libro arrivi per una fruizione virtualmente (idealmente) adeguata al desiderio di far ricordare, specialmente in Sicilia, il siciliano di Stefano D’Arrigo nel centenario della sua dipartita. Una occasione per raccontare che “C’era una volta un certo Stefano D’Arrigo di Alì Marina.”

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Vladimir Di Prima, scrittore e regista, ci fa trovare nelle librerie il suo nuovo romanzo per il quale ha adottato la polisemia di un titolo AVARIA insolito anche come voce frequentata dal vocabolario parlato e da quello scritto. Una riconferma della originalità cui ci ha abituato il giovane scrittore etneo fin dal suo esordio. Ce ne occuperemo in questa stessa rubrica nel prossimo numero della prima domenica di Febbraio. Ne segnaliamo intanto l’arrivo in libreria.

Mario Grasso