Altro su Sciascia

Presentazione di Altro su Sciascia, a cura di Mario Grasso, Catania, Prova d’Autore, 2019

(letta alla «Società giarrese di storia patria e cultura», il 17 dicembre 2019)

L’originalità di questo volume di studi dedicato a Sciascia in occasione dei trent’anni della sua scomparsa è la sua alterità, dichiarata sin dal titolo e dal saggio omonimo di Mario Grasso: “altro su Sciascia” perché antiaccademico, per il suo discostarsi dai riti e dalla autoreferenzialità tendenziale degli specialisti; “altro”perché la quasi totalità dei contributi è di intellettuali impegnati nelle professioni più varie (giornalisti, insegnanti, magistrati, medici, psicologi);“altro”perché i testi si caratterizzano per la varietà degli approcci, delle prospettive, anche generazionali:da quelli che di Sciascia erano di qualche lustro più giovani,a coloro che erano ancora studenti quando morì, a chi è anche nato dopo il 1989. Non pochi però, degli autori di questi contributi, sono anche scrittori, poeti, artisti, a partire dal curatore, Mario Grasso. Scrivendo a proposito di Verga e la memoria, era stato lo stesso Sciascia ad autorizzare  la critica degli scrittori su altri scrittori, inconsapevolmente auspicando questo contributo offertoci oggi: «Come sempre, quelli che possiamo chiamare “i gesti critici” di un artista, di un poeta […] sono più indicativi e significanti della critica dei critici». Un giudizio epigrammatico, questo di Sciascia, che, come tanti dei suoi, fa riflettere e discutere. E che sarebbe un errore assumere in modo apodittico. La validità di un giudizio non può essere determinata aprioristicamente dall’appartenenza alla categoria degli scrittori-critici o a quella dei critici-accademici. È inevitabile infatti che ogni scrittore o poeta, quando parla di letteratura, parla quasi sempre, implicitamente e inconsapevolmente, di sé. Ma il pericolo del soggettivismo, dell’autobiografismo, non riguarda affatto solo la critica dei poeti e degli scrittori su altri scrittori. Lo aveva ben avvertito Giacomo Debenedetti «Il critico ha l’obbligo morale di far tacere le insinuazioni perturbatrici della propria autobiografia: dai suoi miti familiari deve escludere, col più accurato zelo, quello di Narciso».

Nella diversità dei contributi e delle motivazioni personali (fascinazione della scrittura, frequentazione diretta, tendenziale “fusione di orizzonti” ) che hanno spinto ciascuno degli autori, in modo diverso, a scrivere di Sciascia, questo libro si presenta come verifica plurivoca della vitalità di uno scrittore. Tutt’altro che stanca ripetizione degli esclusi da altre celebrazioni, è anche molto di più di un semplice contributo da parte dei sodali di Sciascia appartenenti all’area ionico-etnea. È, questo volume, un «buon segno e nuovo», parafrasando il titolo del saggio di Sciascia che fece da prefazione al volume di «Lunarionuovo», novembre 1980, dedicato a Bartolo Cattafi. Ricorda Mario Grasso che Sciascia affermò allora la teoria dei «quindici anni»: di «uno scrittore, di un artista, si tace per i quindici anni successivi alla data della sua morte; e poi, […] se di un vero artista si tratta, l’indice dell’interesse comincia lentamente a muoversi, a salire».Una tesi smentita dallo stesso Sciascia: non c’è stato, dopo la sua scomparsa, vuoto di anni nell’attenzione, sia negli studi accademici, sia sui giornali, in Italia e all’estero. Ma a motivare la scelta di questo “altro su Sciascia”, oltre all’entusiasmo dei giovani e dei meno giovani, è la proiezione sull’oggi (implicita ed esplicita) dell’opera e degli questioni di fondo di Sciascia: «come se lo scrittore fosse presente» e si interrogasse, ancora con noi, «dell’attualità nostra tra contingenze di porti chiusi […] sovranismi, rigurgiti di nazifascismo». Così Mario Grasso. E però, oltre a queste motivazioni intellettuali ed etico civili, ce ne sono anche di testimonianza memoriale e affettiva, che aggiungono “altro su Sciascia”. Testimonianze preziose, perché inedite, e mai esibite, come le dediche sugli esemplari de Gli amici della noce, donate da Sciascia all’amico Mario Grasso e di cui ora apprendiamo. Segni di una lunga consuetudine amichevole tra il curatore e Sciascia, che ci fanno conoscere un “altro” Sciascia meno noto e meno consolidato per l’immaginario collettivo. Consentono, queste testimonianze, a chi, come Mario Grasso, ha «avuto la fortuna di conoscere bene» Sciascia, e il suo «affetto autentico», di offrire un punto di vista inaspettato, presentando Sciascia come «un parente di cui si ricordano affettuosi ammonimenti, carezze e buffetti d’incoraggiamento». E pertanto di provare «quanta umanità si agitava in fondo alla intima indole del maggior moralista del secolo scorso», attestando «la dolcezza dei sentimenti e la generosità che ne caratterizzava l’indole vera». Grasso riporta uno dei passi degli Amici della noce impreziositi dalle dediche personali del Maestro. Accanto al lucidissimo spirito critico, leggiamo così un altro Sciascia, lirico-idillico: «“Ma i momenti più belli sono quelli della sera, aspettati e sospirati per tutta l’arsa giornata: momenti in cui la luce sembra sorgere dalle cose […] e lentamente riassorbita in esse. Allora il paesaggio sembra sospendersi al di fuori del tempo[…] Poi di colpo, come un ventaglio, quella visione si chiude: ed è la notte col suo pergolato di stelle e con la luna così vicina che sembra la si possa colpire e far vibrare come un gong!». E di seguito: «E sentiamo così di essere nel luogo per noi più vicino alla vita; alla idea, alla coscienza, al gusto della vita. Un luogo in cui l’amicizia, gli affetti, la bellezza, la morte (anche la morte) hanno un senso. Un luogo in cui ha senso il cibo (il pane che esce odoroso dal forno, il frutto staccato dall’albero, il vino che sgorga allegro dalla botte), il lavoro, il riposo». Un passo, questo del 1964, che suona toccante, pensando all’epigrafe che Sciascia avrebbe scelto guardando alla fine e che è stata apposta, 30 anni fa, sulla sua tomba: «Ce ne ricorderemo di questo pianeta».

Come parlare dei venti contributi di questo volume, non ripercorrendo il naturale e neutrale ordine alfabetico, l’unico editorialmente possibile per saggi così programmaticamente indipendenti? Indipendentemente dall’intenzione degli autori, nella mia lettura propongo una disposizione secondo cinque nuclei tematici: 1) l’incontro con l’autore; 2) l’incontro con i testi; 3) Sciascia e gli altri; 4) Chissà cosa direbbe oggi!5) Sciascia e la storia.

1)L’incontro con l’autore è introdotto dal bel saggio di apertura del volume di Mario Grasso, di cui ho ampiamente parlato e su cui non ritorno. È il ricordo e il rammarico per un mancato incontro a offrire a Salvatore Cangelosi l’occasione per citare le parole di commiato da Sciascia pronunciate da Alberto Moravia: «Molte cose per i siciliani sono misteriose; per Sciascia lo erano tutte […] procedeva con metodo opposto a quello dei suoi amati illuministi. Questi andavano dal mistero alla verità e alla razionalità; Sciascia andava invece dalla verità e dalla razionalità al mistero».

Il ricordo dell’incontro con l’autore può assumere un tono estremamente piacevole, e non solo nel ricordo: Grazia Dormiente, etno-antropologa, ricorda con emozione di aver conosciuto lo scrittore, nel 1986, in un convegno su Serafino Amabile Guastella, studioso che lo stesso Sciascia aveva riscoperto. E apprendiamo di come Sciascia fosse anche uno straordinario «amante del cioccolato di Modica» e pertanto  assunto quasi come nume tutelare nel museo dedicato al cioccolato ibleo.

Vanni Ronsisvalle ricorda gli incontri con Sciascia, a partire dall’ultimo, dalla visione del corpo dello scrittore senza vita, con le dita intrecciate in un rosario. E, a ritroso, risale alle antiche visite a Sciascia, a Racalmuto o Caltanissetta, prima ancora di Palermo, riferendo non pochi aneddoti. Ricordando ad esempio l’avversione al mare di Sciascia, «così terragno» e una sua previsione, detta con il suo «ghignetto simpatico»: «Quando morrò, sai quanti nipotini …». Come pure la sua adesione immediata al Premio Brancati Zafferana, con la premiazione del Mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante. Un premio, quello Brancati, oggi anch’esso estinto.

 

2) L’incontro con i testi di Sciascia si apre, nella mia lettura, con Sebastiano Aglieco e il suo contributo Sciascia in ritardo. I testi, i grandi testi letterari sono sempre risposte anche al lettore: «leggere è leggersi, trovare nell’altro qualcosa che appartiene a noi stessi». Da una iniziale lontananza, uno scrittore può risultarti amico, illuminante, nel momento di scelte gravose nella tua vita, come quella di partire dalla terra natale. E sono le parole di Sciascia, quelle conclusive de Il giorno della civetta, a fare chiarezza dietro «la storia misteriosa» e casuale degli «accadimenti», a risultare quasi un viatico per i giovani siciliani, che su un treno,  allora per Aglianò, su un aereo oggi, scelgono di andare via dalla Sicilia: «Al diavolo la Sicilia, al diavolo tutto. Ma prima di arrivare a casa, sapeva lucidamente di amare la Sicilia e che ci sarebbe tornato. “Mi ci romperò la testa”, disse a voce alta».

Dario Consoli offre una lettura dell’opera sciasciana che è anche in parte l’autobiografia dello studioso, cittadino, insegnante, Dario Consoli, iscrittosi a Lettere nell’anno stesso in cui Sciascia moriva. E che ci ricorda, con le parole di Sciascia, il dovere etico di chi con le parole lavora, scrivendo o insegnando. In A futura memoria Sciascia scrisse di essere «soltanto uno che lavora con le parole, che crede le parole siano cose […]che crede la parola serva non a nascondere un pensiero ma a rivelarlo anche quando non si vuole». E con sapiente ed efficace uso della parola letteraria,  Consoli interpreta Sciascia e il rapporto con la Sicilia con una definizione epigrammatica: la Sicilia si rivela per Sciascia come il «microcosmo attraverso il quale comprendere tutto il mondo; come una singola figura d’onda interferente che conservi, di un ologramma, l’intero disegno».

Laura Rizzo ricorda come una adolescente, nelle case borghesi in cui circolava l’Espresso «formato lenzuolata», poteva scoprire per caso gli articoli di Sciascia, e ci racconta i il maturare di un interesse per uno scrittore che riusciva a fare riscoprire, con le sue affermazioni e le sue narrazioni, la realtà di cui si faceva parte. Rendendo ad esempio consapevoli del matriarcato siciliano, dell’indole delle donne siciliane a comandare a casa. Una pista, una traccia, una domanda poi sviluppata dalla Rizzo, attingendo a quella miniera, ancora inesausta, di idee e temi che è l’opera di Sciascia.

Stefano Lanuzza, con Una trilogia di Leonardo Sciascia, ci ripropone efficacemente tre raccolte di testi saggistici testimonianza della vastissima cultura ed erudizione di Sciascia: La corda pazza (1970); Nero su nero (1979); Cruciverba (1983). La corda pazza, d’ispirazione pirandelliana nel titolo, mira a sconfessare il giudizio gentiliano di una Sicilia «sequestrata»: la centralità della Sicilia, come oggetto e come materia, per gli scrittori siciliani, ha avuto non la debolezza della parzialità, ma una forza e una «compiutezza che arrivano all’intelligenza e al destino dell’umanità tutta». Nero su nero: «nera scrittura» per porre in nera luce la «nera pagina della realtà»;  una sorta di diario, prossimo al Diario in pubblico di Vittorini, e al Diario romano di Brancati, un discorso vario sui temi più diversi: dalle radici del fascismo, della Spagna ‘sorella’ della Sicilia, alla rivolta parafascista di Reggio, ai cretini («È ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia cretino»). Cruciverba, con il suo monito: «il passato, il suo errore, il suo male, non è mai passato:e dobbiamo continuamente viverlo e giudicarlo nel presente, se vogliamo essere davvero storicisti […] Il passato che non c’è più […] appartiene a uno storicismo di profonda malafede, se non di profonda stupidità. La tortura c’è ancora. E il fascismo c’è sempre».

Renata Governali e Giulia Sottile ricordano le tre opere teatrali scritte da Sciascia tra 1965 e 1970: l’Onorevole, La recitazione della controversia liparitana, e I mafiosi, rifacimento de I mafiosi di la Vicaria, commedia dialettale di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Modica. Governali ripercorre la trama dell’Onorevole, e la sua rappresentazione del degrado di un intellettuale; Giulia Sottile, giovane condirettrice di «Lunarionuovo», ripropone una lettura esaustiva della Recitazione della controversia liparitana, dedicata a Alexander Dubcek.

 

3) Sciascia e gli altri

Salvatore Bommarito, con Sciascia e il pino di Pirandello, trae spunto da una polemica sul pino di Pirandello: era a rischio, ma la «classe dirigente [scrisse Sciascia][…] preferisce fare il pino di plastica piuttosto che salvare quello vero. Ed è così per tante, tante altre cose…». Riprende il tema del contraddittorio legame di Sciascia con la Sicilia, della sua mai definitiva partenza dall’isola, ricordando la risposta data in un’intervista del 1978. A chi gli chiedeva «se avesse mai pensato di lasciare la Sicilia, rispose “Mai. È come quando mi chiedono perché fumo. La governante disse a Gorki: ‘Ma perché fumi?’ E lui rispose pronto: Ma perché vivi?”». E a partire da questo tenace attaccamento, Bommarito ricorda le contraddizioni della Sicilia che si riflettono, specularmente in Sciascia: la grandezza degli scrittori in un’isola in cui gli intellettuali e la cultura hanno avuto così scarso apprezzamento da far pensare a Lawrence che nell’isola non vi fosse persona colta, che altrimenti sarebbe fuggita da tempo; il pessimismo di fondo che si riflette anche nei meccanismi linguistici del dialetto, dove si parla del futuro solo al presente, perché il futuro non esiste; la solitudine, la non socialità dei siciliani, ancora una volta espressa da un giudizio di Lawrence condiviso da Sciascia e così riformulabile: «”presi ad uno ad uno hanno la noncuranza ardita dei greci. È quando stanno insieme che diventano micidiali”».

Gaetano Cellura, E Sciascia disse: Pirandello mio padre. Affronta anche lui il rapporto con Pirandello, utilizzando i tre punti posti in evidenza da Sciascia in occasione della commemorazione di Pirandello nel cinquantenario della morte e leggendo di riflesso l’intera opera sciasciana come un sviluppo di quelle tre questioni: la Sicilia, «gran teatro del mondo in cui la vita diventa forma e la forma diventa vita»; la religiosità, intesa come religione dello scrivere; il rapporto con Pascal e Montaigne. Questa lettura di Sciascia tramite Pirandello sarebbe autorizzata dallo stesso Sciascia, il quale ebbe a confessare che tutto quello che aveva tentato di dire era sempre stato «anche un discorso su Pirandello». Ma se il rapporto tra Pirandello e cultura francese veniva indicato da Sciascia come possibile indagine, per lui, Sciascia, apparrebbe invece piuttosto scontato. Anche se, come avvertì Bufalino, «solo in apparenza Sciascia era apostolo d’un razionalismo alla francese: in realtà agiva in lui la lezione di Pirandello».

Gaetano Cataldo, magistrato, indaga il tema, caro a Sciascia, della scomparsa di Ettore Majorana, con fittissima e rigorosa analisi dei fatti, dei documenti, richiamando un altro suicidio di scienziato, il matematico napoletano Renato Caccioppoli, e reinterpretando il caso con nuove autonome deduzioni, a partire dal netto giudizio di Sciascia sulle carte, lettere e telegrammi che accompagnarono gli ultimi giorni del fisico e della sua scomparsa, vista dallo scrittore «come una minuziosamente calcolata e arrischiata architettura: qualcosa di simile alla beffa architettata da Filippo Brunelleschi a danno del Grasso Legnaiuolo».

 

4) Chissà cosa direbbe oggi!

Antonello Piraneo, direttore de «La Sicilia»: il suo contributo è scandito da un anaforico «chissà». Chissà cosa avrebbe detto Sciascia, «corrosivo», «divisivo», «polemista», «eretico»,  sulla «Repubblica del bungabunga», o sul grillismo passato dal «vaffa» alle trasformistiche alleanze, o sul sovranismo populista, o di fronte «all’apocalisse dei delitti nel Mediterraneo». E se è improbabile che la Sicilia e l’Italia potranno mai avere un altro Sciascia, ancora meno certo è che saprebbero ascoltarlo.

Angelo Maugeri esordisce con una emblematica epigrafe tratta da Il cavaliere e la morte: «La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini». E ripropone la domanda, ricorrente in questo libro, sui giudizi che Sciascia avrebbe espresso di fronte alla realtà d’oggi. Con una citazione emblematica da Nero su nero: «“Un’idea morta produce più fanatismo di un’idea viva; anzi soltanto quella morta ne produce. Poiché gli stupidi, come i corvi, sentono solo le cose morte. E sono tanti, e talmente brulicano sulle cose morte, da dare a volte l’impressione della vita”».

Non sono riferimenti espliciti all’attualità, quelli del lucido, equilibrato, limpido contributo su La giustizia e la ricerca della verità giudiziaria secondo Leonardo Sciascia, di Alessandro Centonze, magistrato, condirettore di «Lunarionuovo». Ma il tema della giustizia e l’interpretazione di Sciascia non possono non parlare anche al nostro oggi. Un tema, quello della giustizia, che attraversa tutta l’opera sciasciana ed è uno dei più dibattuti. Centonze scrive però con la consapevolezza di chi può confrontare i testi sciasciani con il referente esterno, con la realtà dell’amministrazione della giustizia. Una preliminare distinzione: Sciascia affronta la giustizia da un triplice punto di vista: quello dell’editore, quello del saggista-polemista, e quello dello scrittore di finzioni letterarie. Come consulente della Sellerio, ha contribuito a sprovincializzare il dibattito sulla giustizia, guardando, con prospettiva «illuministica ed europeistica», al tema dell’accertamento della verità mediante il processo. Sua la collana la Memoria, in cui fece pubblicare, tra l’altro, Il procuratore della Giudea di Anatole France e la Storia della colonna infame di Manzoni. Con queste scelte mirava a fornire un esempio di letteratura sulla giustizia in cui l’analisi «degli obiettivi giudiziari perseguiti» fosse sempre correlata a finalità etiche. Le opere di France e Manzoni rappresentavano la «concretizzazione delle sue idee di giustizia e di in-giustizia», costituendo per tutti noi quasi un «memento» per evitare il pericolo incombente sul processo, quello dell’errore giudiziario. «L’eticità della decisione, pertanto, diventa l’imperativo categorico dell’idea» di Sciascia sulla giustizia. Ed è conseguenza del fatto che i magistrati esercitano un potere che Montesquieu, caro a Sciascia, definiva “terribile”, perché è un potere degli uomini sugli uomini, ed è «in grado di distruggere la vita delle persone nei confronti delle quali è esercitato». Le idee veicolate come editore sono riaffermate da Sciascia nella sua attività saggistica. Il testo più celebre risulta ancora I professionisti dell’antimafia, articolo sul «Corriere della sera» del gennaio 1987, all’origine anche di un vero e proprio neologismo. In realtà non si trattava, secondo Centonze, di una critica ad «alcuni settori della magistratura nostrana», ma della riflessione sul pericolo che nella lotta alla criminalità organizzata si potessero attenuare«le garanzie individuali». Era già avvenuto in Italia, con l’azione repressiva del prefetto Mori nei primi anni del fascismo. Un tema di immutata attualità, perché pone l’equilibrio tra il contrasto alla criminalità e «i diritti di libertà degli individui»:«una volta compressi, per contingenti ragioni, pur legittime, difficilmente possono essere recuperati nella loro impregiudicabile connotazione». Di questa attività saggistica fa parte L’affaire Moro, pubblicato nello stesso 1978 in cui, tra il 16 marzo e il 9 maggio, si consumò la tragedia dello statista. Nell’Affaire, rileva Centonze, lo stesso Sciascia esamina le lettere di Moro, «con lo scrupolo» a cui sarebbe tenuto colui cui spetta l’accertamento della verità, il giudice. Il tema della giustizia nelle finzioni letterarie trova due esemplari, eppur divergenti rappresentazioni, in Il contesto e Porte aperte. Nel primo l’ispettore Rogas, indagando sugli assassini di magistrati, diviene consapevole di intrecci di potere inaspettati. E scopre nei magistrati degli «uomini di potere», e non «uomini di giustizia»: abdicano alla loro funzione originaria assumendo esclusivamente un ruolo di potere. A questa visione cupa e pessimistica di una magistratura snaturata rispetto alle sue funzioni, si contrappone il giudice di Porte aperte, Vito Di Francesco, che nella Palermo degli anni Trenta si oppone alla condanna a morte di un impiegato appena licenziato, Tommaso Scalia, che nello stesso giorno aveva ucciso ex datore di lavoro, collega e moglie. Il protagonista è un giudice interessato non al ruolo di potere, ma all’oggetto della sua indagine, un essere umano. Più che un libro contro la pena di morte, Porte aperte è allora un libro che delinea la funzione autentica del giudice, che dovrebbe  non solo ricercare la verità, ma anche ripudiare qualsiasi pregiudizio contro un imputato. Il conflitto del magistrato rappresenta i dilemmi dell’essere umano, cari a Dostoevskiy, tra «ciò che è giusto» e «ciò che è opportuno».

5) Sciascia e la storia

Massimiliano Magnano affronta la genesi umana e culturale di idee e dilemmi di Sciascia, riportandola testimonianza del prete spretato Gonzalo Álvarez Garcia, Le zie di Leonardo, pubblicato a Milano dalla casa editrice «All’insegna del pesce d’oro» di Vanni Scheiwiller. Vengono accostate la «Sicilia amata-odiata da Sciascia e la Spagna altrettanto amata e odiata da Álvarez; la religiosità profondamente inquieta e piena di incertezze del prete […] alla religiosità laica ma intimamente condizionata dall’educazione infantile, ricevuta da Sciascia da parte delle zie. Come dire, da una parte Voltaire e dall’altra il catechismo».

Alfio Siracusano (Anche Sciascia ebbe un demone), richiamando l’Apologia di Socrate. Individua il demone di Sciascia nel «disincanto della politica», nel rifiuto quasi pregiudiziale nei confronti della politica organizzata. Cita dall’Apologia di Socrate: «è necessario che chi davvero combatte in difesa del giusto, se voglia campare da morte anche per breve tempo, viva da privato e non eserciti pubblici uffici». Sciascia si collocherebbe su questa lunghezza d’onda. La politica come portatrice di interessi, comunque di parte, sarebbe inaccettabile a chi si vorrebbe porre sopra le parti.

Salvatore Scalia, L’etica sciasciana: una rievocazione del legame storico, generazionale, con colui che per molti rappresentò «il faro della giovinezza». Ma fino a un certo punto. Per Scalia fino al 1979. Sciascia alimentava la passione per il dubbio sistematico, trasmetteva l’amore per Voltaire e Diderot. Ma senza destoricizzare Sciascia, santificandolo quasi, come si tende anche a fare, Scalia ricorda anche il proprio affrancarsi dal mito di Sciascia, a partire dalle sue presa di posizione sull’Affaire Moro. Non risultava condivisibile a molti quella equidistanza tra chi voleva abbattere lo Stato e quello Stato che, seppur corrotto e inefficiente, restava il frutto dell’antifascismo e della Resistenza. Altro motivo di dissenso, quello sui «professionisti dell’antimafia», dopo la nomina di Borsellino a procuratore di Marsala. Un articolo, quello di Sciascia, criticato da Scalia su «La Sicilia» per quell’«eccesso di raziocinio che sfiorava il  cinismo». Ma anche ulteriori motivi di apprezzamento nei confronti dello scrittore, soprattutto per la «chiaroveggenza con cui affrontò la follia persecutoria degli inquisitori  degli inquisitori nel caso Tortora, un innocente vittima di una abnorme macchinazione giudiziaria». L’etica sciasciana ha educato alcune generazioni a «dissentire», anche dallo stesso scrittore, e “a sottoporre al vaglio della ragione ogni cosa, a non dare nulla per scontato, anche a rischio di sbagliare”.

Nicolò Mineo, nel contributo con cui ho voluto intitolare  questo conclusivo nucleo tematico, Sciascia e la storia, ci ricorda appunto la non comprensibilità di Sciascia al di fuori della storia. Oggi riconosciamo la sua «capacità di rivelamento» delle prospettive storiche, la sua «capacità di comprensione della realtà di tale profondità da poterne antivedere gli svolgimenti». Annotava in Cruciverba: «bisogna sempre aspettare, tra realtà e poesia, che l’equazione si compia». Per Sciascia la letteratura ha la capacità di «presentire la realtà». In altri termini, si potrebbe aggiungere, Fortini, nel 1959, aveva d’altra parte problematizzato il «carattere profetico di ogni opera d’arte»: «Quel trasparire dell’essenza attraverso il fenomeno, che Hegel e Lukács hanno detto proprio dell’arte, è anche una meta dell’uomo. Quel costituirsi da un dove che fonda il donde e che si sottrae alla causalità, […] il destino e vive nella libertà, è anche una meta dell’uomo». Nella Corda pazza, ricorda Mineo, Sciascia scrisse: «alla domanda di Pilato — “Che cosa è la verità?” — si sarebbe tentati di rispondere che è la letteratura». Nelle Parrocchie di Regalpetra Sciascia aveva definito la letteratura «un sistema di “oggetti eterni” […] un sistema solare». Un «sapere metastorico», sembrerebbe, e che però, nota Mineo, «vuol servire alla storia». Sciascia si definiva «veggente», ma per correggere subito il termine con quello di «fantasma»: «”Mi dà il senso di aggirarmi nella realtà italiana non come un veggente, ma come un fantasma”. È una confessione di Nero su nero». E questo «fantasma»  allude all’«evanescenza del messaggio dell’intellettuale» nel mondo odierno. La Sicilia diviene per Sciascia modello per la lettura della storia. Nulla di mitico o simbolico.«Lo sguardo sul mondo angolato dalle periferie», chiarisce Mineo, «riesce ad essere il più acuto, perché può riconoscere meglio il tempo e il valore: il futuro a partire da un presente che è insieme passato», la «negatività del positivo». Questa «cultura del confronto» è consentita però «solo in tempi di interrelazione economica». È una «scoperta del negativo della civiltà» che, nella nostra letteratura,  muove da Leopardi. Nella prefazione del 1967 alle Parrocchie di Regalpetra Sciascia parla della «”storia di una continua sconfitta della ragione e di coloro che nella sconfitta ne furono personalmente travolti e annientati”». Ma, scrive Mineo, «il significato essenziale sta nel fatto che  anche nella sconfitta si possono affermare e  stabilire principi e ideali».

Questa «cultura del confronto» insita nella lezione di Sciascia è, ricorda Mineo,  una delle eredità migliori della nostra tradizione. «Quella italiana è una cultura nata nella diversità e insieme unita da matrici e istanze comuni. Quanto di più ricco si possa immaginare». Ma oggi la minacce «a questa unità nella diversità», da parte di  «certi fautori di sovranismo» tendono a liquidare proprio questa peculiarità della identità italiana, in una realtà in cui l’unificazione europea crea forme di competizione non più politico-militari, ma culturali ed economiche.

Ma a conclusione di questa  presentazione di Altro su Sciascia, desidero porre  le parole di chi non era ancora nata quando Sciascia ci lasciò. Giulia Sottile, condirettrice di «Lunarionuovo», chiude così il suo saggio: a Sciascia «è stato intitolato un asteroide (12380 Sciascia), e l’asteroide è un corpo roccioso che, al momento della formazione del Sistema Solare, non si è fuso agli altri pianeti ma è rimasto solo (libero) a vagare nello spazio».

Andrea Manganaro