Contributo al dibattito sulle trasposizioni

 

Partiamo dal presupposto che non credo nelle prevaricazioni di una forma d’arte su di un’altra quanto piuttosto su una specie di collaborazione, una fraternità artistica dove tutti i suoi componenti lavorano per uno stesso scopo. Arti figurative, poesie, musica, perché no, danza e tutto ciò prodotto dall’umano ingegno formano una comunità di formiche operose che mettono da parte per l’inverno mentale cooperando, ognuna con le sue mansioni, al fine di nutrire l’animo umano assetato e affamato di arte. Art for the art’ssake dicevano i bohémien, l’arte che non aveva bisogno di alcuna giustificazione per esistere poiché si autogiustificava. Da sempre l’uomo ha sentito il bisogno di fare arte, si pensi agli uomini primitivi che pur non avendo niente (o avendo tutto, dipende dai punti di vista) disegnavano all’interno delle loro caverne dei graffiti magnifici che sono arrivati fin ai nostri giorni, quasi intatti. Perché lo facevano? Sicuramente non per una ragione didattica o politica o religiosa ma solo per la VOGLIA di fare arte.

Ringrazio Giulia Sottile per la sua attenta spiegazione sul funzionamento del cervello e degli effetti della poesia, o dell’arte in se, sul nostro corpo. Mi sconvolge e diverte scoprire che qualcuno si è passato il tempo a cronometrare la durata di un’emozione (“un crescendo emotivo sino a culminare nel brivido o nella pelle d’oca – a circa, pare, 4,5 secondi da quando ci emozioniamo” dice Giulia) come se tutto potesse essere cronometrato e catalogato in dati scientifici e statistiche. E se la mia emozione durasse di più in quale gruppo sarei messa? Sarei considerata eccessivamente sensibile o forse pazza perché, si sa, genio e follia e dunque, arte e follia vanno a braccetto come due vecchie comari. Chi è pazzo è più artistico di chi è “normale” perché sente di più, magari le sue emozioni sfiorano la cifra record di 10 secondi! Sento di stare divagando, ritorno sulla terra e su Antonio Leotta e le sue trasposizioni. Non mi piacciono le trasposizioni, non mi piace nemmeno la parola. Trasposizione  ovvero “L’azione e l’operazione di trasporre, il fatto di venire trasposto, come mutamento reciproco di posto tra due o più elementi o parti di un insieme” ci dice la Treccani. Posso accettare questo mutamento di posto in una frase anche se mi infastidisce, per esempio, dire “Il sole è giallo” è più accettabile e accettato di “Il sole giallo è”. Alla fine cambiando l’ordine degli elementi il risultato non cambia. Ma una trasposizione artistica come dovrebbe svolgersi? Antonio Leotta suggerisce che, grazie anche agli strumenti multimediali, sarebbe possibile ascoltare un brano e subito dopo leggere la poesia a questo legata, o viceversa, in modo tale da lasciare il giusto spazio e tempo a entrambi, senza creare sovrapposizioni. Personalmente la trovo una pessima idea, preferisco il connubio di musica e parole alla separazione netta fra queste due forme artistiche. E poi, chi lo dice che  le arti separate funzionino meglio che insieme? Non è sempre vero che l’unione fa la forza? Il genere umano davvero apprezzerebbe di più se vivesse l’arte in tempi e modi differenti e personalizzati? Il suo animo ne resterebbe più commosso e affascinato? O forse alla fine seppur trasposte una forma d’arte avrebbe ugualmente prevaricato sull’altra, seguendo i gusti personali di ognuno di noi? Per meglio spiegare, se una persona ama la musica e apprezza ma non più di tanto la poesia, alla fine i suoi sensi, il suo cervello con tutti gli emisferi ben svegli, non preferirebbero sempre la forma d’arte  preferita?

Parlando di poesia,  io credo che il suo ritorno alla musica sia essenziale alla sua sopravvivenza. È infatti la forma d’arte meno popolare nel senso moderno del termine, la poesia non è pop, l’uomo medio non la capisce e non l’apprezza a dovere e per questo stiamo assistendo all’estinzione dei poeti. Sono i cantanti i poeti moderni? Dove sono gli Ungaretti, i Pascoli, i Carducci e i Leopardi del 2000? Dobbiamo realmente accostarli ai moderni Benji e Fede? Mi sento male solo a scrivere una cosa del genere! Certo, è anche vero che se l’Infinito di Leopardi fosse stato “musicato” forse avrebbe perso un po’ della sua sacralità, sacrificando il silenzio interiore che ognuno di noi (Noi “sensibili”) prova leggendo i suoi versi, disturbati da una melodia d’accompagnamento. Dunque, si noti bene, né la poesia né la musica avrebbero tratto giovamento da un simile accostamento, si parla sempre sul piano delle ipotesi e secondo una interpretazione personale, dunque la prevaricazione in realtà non sarebbe esistita quanto piuttosto una strage di massa.

Mi piacerebbe poi chiedere all’autore di questa interessante e stuzzicante ricerca, quali sono questi testi così ricchi di poesia, offuscati da una melodia inappropriata e ingombrante. Sono testi italiani o stranieri, attuali o passati? Sarebbe veramente utile al fine di comprendere meglio il concetto di prevaricazione esporre il corpo del reato e dimostrare concretamente la penalizzazione del testo/poesia per mano della musica.

Trovo molto interessante l’ultima proposta fatta da Leotta, sulla creazione di un sito web dove creare per trasposizioni, vale a dire, comporre un testo poetico, per esempio, dopo la visione di un disegno. In questo caso la trasposizione non dividerebbe le arti ma, al contrario, le concatenerebbe. L’arte è un’unità, un tutt’uno e dunque ritorno al mio presupposto iniziale: la prevaricazione in arte per me non esiste. Non ci sono forme artistiche e forme meno artistiche o arti più forti e arti più deboli, c’è solo arte.

 

 

 

 

 

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