Le radici del “giallo nordico”: per Wahlöö, Maj Siöwall e “Il Romanzo di un crimine”

Ci onora di collaborazione a Lunarionuovo una nuova importante e da noi ambita Firma, quella di Alessandro Centonze, magistrato, consigliere della Corte di Cassazione, non meno noto come raffinatissimo lettore. E non solo di gialli, come apprenderemo da questo suo esordio in Lunarionuovo, ma di ogni tipo di vera letteratura da scaffale alto, come abbiamo avuto modo di constatare in diverse e importanti eventi letterari. Per correttezza e brevità riportiamo le stesse parole con cui Centonze ha accompagnato l’invio della sua attuale ricerca: “(…) il tema dei “gialli nordici” lo affronto con una certa cognizione di causa, perché da diversi anni me ne occupo da aficionado e, anche in passato, ho avuto modo di esprimere il mio punto di vista letterario in varie occasioni; esperienze, queste, che mi hanno indotto ad aderire alla richiesta di collaborazione a Lunarionuovo, insistentemente rivoltami dall’amico Mario Grasso, con un tema letterario che mi affascina molto, innanzitutto come lettore.

Ed ecco il saggio che ci pregiamo di pubblicare con l’auspicio di proficua e continua collaborazione (L.R.)

 

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  1. E’ noto che, da un ventennio, i “gialli nordici” costituiscono un fenomeno letterario che, oltrepassati i confini della moda passeggera, hanno finito per assumere delle connotazioni autonome, ponendo ai lettori una serie di domande generalmente senza risposte, attesa la scarsa attenzione che i critici letterari – anche quelli più lungimiranti – rivolgono ai grandi successi editoriali.
    L’esplosione editoriale dei “gialli nordici”, probabilmente, deve farsi risalire alla pubblicazione presso la Casa editrice Marsilio di Venezia de “I cani di Riga” di Henning Mankell, che ha dato origine a un fenomeno letterario di proporzioni mondiali inaspettate, testimoniato dai milioni di libri che, sull’onda fortunata della serie narrativa di Mankell, incentrata sulla figura del commissario Kurt Wallander, i romanzi appartenenti a questo filone giallistico hanno venduto in tutto il mondo. Henning Mankell, da poco deceduto, invero, meriterebbe una riflessione critica autonoma, attesa la straordinarietà di questa figura intellettuale, genero di Ingmar Bergman e uomo di teatro tra i più conosciuti del mondo scandinavo, proprio come il suocero, anche per il suo impegno politico terzomondista.
    Di Henning Mankell, però, forse, mi occuperò in un’altra occasione, premendomi adesso soffermarmi sull’importanza di Per Walöö e Maj Siöwall – i precursori di questo fenomeno narrativo – e quale sia il posto che, nel panorama letterario contemporaneo, sia possibile attribuire a queste opere che, diciamolo subito, appartengono al genere giallo-poliziesco. I “gialli nordici”, infatti, si sviluppano attorno a un’indagine su uno o più omicidi e sono ambientati, invariabilmente, in un Paese scandinavo: principalmente la Svezia, ma anche la Danimarca e la Norvegia e, in misura marginale, la Finlandia e l’Islanda.
    La definizione di “gialli nordici”, che è quella che personalmente preferisco, pertanto, coglie i due profili fondamentali di queste opere narrative, rappresentati, in primo luogo, dalla trama noir attraverso la quale si sviluppano questi racconti che dunque presuppongono un omicidio, un assassino e un investigatore che tenta, generalmente con successo, di stringere le maglie della giustizia attorno al colpevole; in secondo luogo, dall’ambientazione geografica, per l’appunto nordica, nella quale le attività investigative di cui abbiamo detto si dipanano. Questo secondo aspetto, raramente centrale nei gialli tradizionali, assume il ruolo di vero e proprio coprotagonista dei nostri romanzi, costituendo lo spunto per riflessioni narrative mai ancorate al solo filo conduttore colpevole-investigatore, connotando di un’atmosfera coessenziale al racconto la struttura narrativa di tali opere.
    Il “giallo nordico”, quindi, si caratterizza per la sua ambientazione geografica scandinava e per la bellezza degli scenari dei suoi racconti, sconosciuti ai lettori italiani e per questo esotici. Basti pensare alla fortunatissima trilogia “Millennium” dello scomparso Stieg Larsson, ambientata a Stoccolma; alla saga del commissario Wallander ideata da Henning Mankell, ambientata a Ystad, nella Scania; alle ambientazioni artiche di incomparabile bellezza dei romanzi di Åsa Larsson.
    La fortuna del “giallo nordico”, dunque, oltre che alla bravura degli Autori che lo rappresentano, discende dal possedere delle peculiarità narrative che lo differenziano dal genere noir di ispirazione tradizionale. Nel nostro Paese, il merito di tale scoperta letteraria è da attribuire alla Casa editrice Marsilio di Venezia che, come si è detto, sulla scia del successo planetario di Henning Mankell, ha consentito ai lettori italiani di scoprire un mondo letterario affascinante, composto da Autori di grande impatto editoriale, come, oltre a quelli già citati, da Arne Dahl, Camilla Läckberg, John Ajvide Lindqvist, Liza Marklund, Leif G.F. Persson.
    Tuttavia, la fortuna editoriale di questi romanzi ha anche rappresentato un limite per queste opere, perché la ricerca spasmodica di nuovi casi letterari ha indotto gli editori più attenti a questo fenomeno – innanzitutto Marsilio ma anche Sellerio, Einaudi e Iperborea – a una sorta di caccia al “giallo nordico”, che ha finito per invadere il mercato e disorientare i lettori, anche quelli più appassionati, che, con il passare degli anni, hanno visto aumentare il numero di opere narrative di questo filone, assistendo, in parallelo, al peggioramento complessivo del livello di tali racconti.
    Il mio intervento, pertanto, vorrebbe rendere merito a un fenomeno letterario che, a prescindere dalla sua fortuna editoriale, possiede caratteristiche originali che lo pongono al di là della letteratura di genere; per fare questo, vorrei andare alle radici del “giallo nordico”, occupandomi di Per Walöö e Maj Siöwall, i primi Autori che, negli anni Sessanta, hanno posto le basi del “giallo nordico”, con il loro ciclo narrativo intitolato “Romanzo di un crimine”.

Swedish crimer writers Maj Sjowall and Per Wahloo. ... Maj Sjowall and Per Wahloo. ... 04-04-2001 ... Stockholm ... Sverige ... Photo credit should read: SCANPIX/Unique Reference No. 6281139 ...

 

 

  1. Per Walöö e Maj Siöwall sono state una delle coppie, nella vita come nella letteratura, più famose della scena artistica svedese degli anni Sessanta e Settanta e a loro si deve, senza alcun dubbio, la nascita del “giallo nordico”; questo fortunatissimo sodalizio aveva inizio nel 1962 con il loro matrimonio e cessava nel 1975 con la morte improvvisa di Per Walöö, che determinava l’inevitabile interruzione del ciclo narrativo intitolato “Romanzo di un crimine”.
    In Svezia la fortuna dei romanzi di Per Wahlöö e Maj Siöwall è stata immediata, tanto è vero che, già dal 1971, è stato istituito il “Martin Beck Award” – dal nome del protagonista del ciclo “Romanzo di un crimine” – che è un premio conferito dall’Accademia svedese degli scrittori di gialli (Svenska Deckarakademin) per i migliori romanzi di questo filone narrativo, a tutt’oggi uno dei riconoscimenti più prestigiosi, che ha visto premiati alcuni tra i giallisti più famosi della scena internazionale, come, solo per citarne alcuni, John Le Carrè, Scott Turow, Frederick Forsyth e Cornell Woolrich.
    Il ciclo narrativo intitolato “romanzo di un crimine” è ambientato a Stoccolma e si incentra sulla figura dell’ispettore capo Martin Beck, sviluppandosi attraverso dieci romanzi, pubblicati in Svezia tra il 1965 e il 1975 e in Italia presso la Casa editrice Sellerio di Palermo, a partire dal 2005. Si tratta dei romanzi intitolati: Roseanna (1965); L’uomo che andò in fumo (1966); L’uomo al balcone (1967); Il poliziotto che ride (1968); L’autopompa fantasma (1970); Omicidio al Savoy (1971); L’uomo sul tetto (1971); La camera chiusa (1972); Un assassino di troppo (1974); Terroristi (1975).
    Alcuni di questi romanzi, invero, non costituiscono una novità assoluta per il panorama letterario italiano, essendo stati pubblicati nel corso degli anni Settanta presso la Casa editrice Garzanti di Milano, ma, al loro apparire, non ebbero il grande successo che, nel nostro Paese, la loro ripubblicazione completa ha comportato per i suoi Autori; quasi che le nuovi edizioni degli stessi romanzi costituissero una scoperta letteraria e non – come invece era – una riscoperta, dovuta ad Andrea Camilleri.
    La Casa editrice Sellerio, dei due Autori svedesi, nel 2012, ha anche pubblicato un libro di racconti, arricchito da note biografiche, intitolato “Il milionario”, che, più che una raccolta di racconti, rappresenta una sorta di omaggio ai coniugi Walöö-Siöwall, proprio per il loro essere gli antesignani del “giallo nordico”; merito, questo, per il quale sono ricordati.
    Il ciclo narrativo “Romanzo di un crimine” merita di essere segnalato anche per un’altra e più significativa ragione letteraria, costituita dal fatto che Per Walöö e Maj Siöwall, per primi, hanno avuto l’idea di utilizzare lo schema del romanzo giallo per raccontare il malessere di una società, quella svedese, che il mondo occidentale prende a modello ineguagliabile di welfare state, ma che presenta al suo interno un elevato grado di insofferenza, individuale ma anche sociale, che i nostri Autori, per primi, nel corso degli anni Sessanta, sono riusciti a cogliere. Si tratta, del resto, di un’operazione meta-letteraria che in pochi sono riusciti a compiere nella letteratura europea del secondo dopoguerra, quantomeno con esiti così felici: dal mio punto di vista, i soli Leonardo Sciascia e Friedrich Dürrenmatt.
    In questa cornice, per gli amanti del mondo scandinavo, è agevole richiamare le insuperate riflessioni cinematografiche di Ingmar Bergman, con cui i romanzi di Walöö e Siöwall, pur nella diversità di approccio artistico, condividono un’idea di fondo, costituita dalla necessità di andare alle radici del malessere che attraversa la società svedese, nella quale l’equilibrio sociale costituisce un’apparenza, non corrispondente allo stato effettivo dei rapporti interpersonali del Paese.
    Questa condizione di malessere, individuale e sociale, viene descritta mirabilmente nel ciclo di romanzi intitolati “Romanzo di un crimine” – incentrati, come si è detto, sulla figura dell’ispettore capo della squadra omicidi di Stoccolma Martin Beck – nel quale il riferimento al “crimine” del titolo del ciclo narrativo, utilizzato dagli stessi Per Walöö e Maj Siöwall, è funzionale a ricostruire le ragioni del diffuso malessere che investe la popolazione svedese e che, caso per caso, spingono l’assassino, al culmine del suo stato di disagio, a commettere il delitto indagato da Beck e dai suoi disincantati collaboratori; su tutti Lennart Köllberg e Gunvald Larsson.

 

  1. La saga dell’ispettore Martin Beck e dei suoi collaboratori della squadra omicidi di Stoccolma si articola nei dieci romanzi che sopra si sono richiamati – che, purtroppo, sono stati editi dalla Casa editrice Sellerio in un ordine che non rispetta la cronologia dell’originaria pubblicazione svedese e che penalizza le scelte dei suoi Autori che hanno fatto sviluppare il ciclo narrativo in parallelo alla crescita umana e professionale dello stesso Beck – e descrive le indagini svolte dal protagonista sull’ambiente criminale nel quale maturano i vari delitti oggetto di ciascun romanzo, in una prospettiva unica nel suo genere, che colloca i racconti di Per Walöö e Maj Siöwall a metà strada tra l’indagine poliziesca e la riflessione meta-letteraria. Tutto questo è riassunto benissimo nelle parole di Per Wahlöö che, a proposito della fortuna inaspettata di questo ciclo di romanzi, in una sua famosa intervista a un quotidiano svedese, pubblicata all’inizio degli anni Settanta, riferiva di avere puntato alla creazione di una sorta di «scalpello per sventrare il sedicente “welfare state” di tipo borghese, ideologico, pauperistico e moralmente discutibile».
    L’intenzione esplicita di Per Walöö e Maj Siöwall, dunque, era quella di dare vita a una sorta di variante sociologica del romanzo giallo, fondato su una critica serrata alle strutture sociali del Paese dove i delitti indagati da Martin Beck si verificavano, rivelando in tal modo, quello che si nascondeva dietro al “modello svedese” degli anni Sessanta e Settanta, allora salutato da tutto il mondo come un’economia di successo che aveva come obiettivo prioritario il benessere dell’individuo il suo sviluppo. In questa prospettiva narrativa, lo strumento utilizzato dai suoi Autori per descrivere questo diffuso malessere è rappresentato dai personaggi dei vari romanzi del ciclo – sia i protagonisti polizieschi che gli antagonisti criminali – che, attraverso le loro esperienze personali, le loro riflessioni esistenziali, le loro frustrazioni, professionali ma anche sociali, diventano il mezzo critico per analizzare la società svedese del benessere e la criminalità in rapporto alle dottrine politiche e alle ideologie vigenti nel mondo svedese.
    Ciascuno di questi protagonisti – e soprattutto Martin Beck e i suoi principali collaboratori Lennart Köllberg e Gunvald Larsson – è portatore della propria origine familiare, della propria educazione e del proprio percorso professionale, facendo confluire tali esperienze in una critica dura, spesso feroce, nei confronti della società neocapitalistica svedese, apparentemente in equilibrio, ma generatrice di un clima di insoddisfazione individuale che culmina nel delitto, come valvola di sfogo di tali contraddittorie esperienze individuali, comuni ma proprio per questo, al contempo, universali.
    D’altra parte, lo stesso Martin Beck, di cui la saga segue lo sviluppo personale e professionale, è un personaggio assolutamente comune.
    Nei primi romanzi Martin Beck è un marito e un padre infelice; con il procedere della saga diventerà un uomo divorziato, più sereno nel rapporto con i suoi familiari e consapevole; in parallelo ottiene diverse promozioni, che accetta con disincanto, fino a diventare kriminalkommissær (ispettore capo), che è la carica massima che si può ottenere nella carriera nella polizia svedese se si è laureati in giurisprudenza.
    Dimenticavo: Martin Beck, non è avvenente; è di bassa statura; è un fumatore; è anche un uomo molto intelligente.
    Questa apparente normalità viene colta perfettamente da Andrea Camilleri – a cui, come detto, va il merito di avere riscoperto i bellissimi libri di Per Walöö e Maj Siöwall dopo la pubblicazione garzantiana degli anni Settanta – che, nella prefazione di uno dei romanzi più belli del ciclo di Martin Beck, intitolato “Omicidio al Savoy”, pubblicato nel 1971 e ripubblicato nel 2008, quando, nel distinguere la figura letteraria di Jules Maigret da quella di Martin Beck, alla quale peraltro i nostri Autori, si sono evidentemente ispirati, osserva: «Nella coppia invece il contesto socio-politico-eonomico della società svedese è l’humus indispensabile allo svolgersi dell’indagine. La critica serrata di Maj e Per alla socialdemocrazia del loro paese mostra il rovescio di una medaglia che ai nostri occhi appariva perfettamente lucida».

 

  1. Consiglio a quanti non lo abbiano ancora fatto di intraprendere la lettura dei bellissimi romanzi di Per Walöö e Maj Siöwall, accostandosi al loro mondo narrativo, che li aiuterà a comprendere le ragioni del successo dei “gialli nordici”, di cui il ciclo narrativo incentrato sull’ispettore Martin Beck costituisce un esempio letterario davvero mirabile.

 

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