Amos Oz, nel kibbutz tra amici

Nel kibbutz Yekhat la vita passa senza poter pensare a cose semplici come la solitudine, la nostalgia, il desiderio e la morte. E le cose semplici sono le più grandi: questo pensava Yoav durante il suo giro notturno.

Yoav amava il silenzio di quelle ore. Spezzato dalle rane, dal lamento degli sciacalli, da un cane che abbia in lontananza. Era ateo: eppure non l’abbandonava mai la sensazione che qualcuno l’aspettava in quel silenzio, l’avrebbe aspettato per sempre nel freddo e nel nitore della notte.

Non solo alle cose semplici il guardiano notturno pensava, ma anche agli affetti. Pensava alla moglie Dana, a cui non piaceva la vita comunitaria nel kibbutz e ne voleva una diversa. A quell’ora s’era già addormentata lasciando la radio accesa, come ogni sera. Dana “non di rado lo pregava di andare altrove”.

Ma Yoav aveva dei principi, era “sempre in trincea per rimediare e rendere migliore la vita nel kibbutz” di cui era il segretario. E non voleva sentirne di andar via, pur riconoscendo che il kibbutz obbligava le donne senza eccezione a lavori di lavanderia, cucina, di pulizia, cucito e di cura dei bambini. Non proprio una bella vita.

Il kibbutz, fondato agli inizi del Novecento (il primo fu Degania a sud del lago di Tiberiade), è un’associazione volontaria di lavoratori dello stato di Israele. Si basa su regole egualitarie e sul concetto di proprietà comune. Ogni suo membro ha l’obbligo di lavorare per gli altri e di non ricevere denaro come compenso, ma solo il frutto del lavoro comune. Si evitava così alla collettività di scivolare nel consumismo di stampo occidentale. Ogni decisione viene presa dalle assemblee comunitarie a maggioranza. Wikipedia ci informa che nel 2010 in Israele c’erano 270 kibbutz cui si deve il nove per cento del prodotto industriale e il quaranta di quello agricolo.

Amos Oz, scrittore israeliano e autore del racconto Tra amici di cui parliamo, ha vissuto più di trent’anni in un kibbutz. E ne parla come dell’unico (forse) esperimento di vita sociale che non ha comportato spargimenti di sangue. Vi entrò che aveva quindici anni, dopo il suicidio della madre e dopo aver aderito al partito laburista israeliano. Adottato dalla famiglia Huldai, nel kibbutz cambia il proprio cognome per contrasti con il padre che ha idee di destra. Non si chiamerà più Amos Klausner ma Amos Oz. Cognome che in ebraico significa “forza”. Nel romanzo Una storia d’amore e di tenebra racconterà la storia della sua famiglia. Legandola a quella  dello stato d’Israele dalla fine del protettorato britannico e alla vita nel kibbutz considerata come la più radicale. Era così pacifica che non esistevano stazioni di polizia.

Un altro che, come Dana, la moglie del guardiano, non se la passava bene era il giovane Yotam. Che voleva andarsene dal kibbutz, dove si sentiva “estraneo a se stesso”, e raggiungere lo zio Arthur in Italia. Andarsene “verso un’altra vita, una vita senza comitati e assemblee plenarie, senza opinione della maggioranza né destino degli ebrei”. Vuole andarsene, ma non se la sente di trasgredire le regole della comunità come aveva fatto suo zio. E tra queste regole una delle più importanti per un giovane era quella di lavorare tre anni nel kibbutz dopo il servizio militare e prima di proseguire gli studi universitari.

Il membro più influente del kibbutz Yekhat è il maestro David Degan. Un uomo che ha molte amanti. Una delle cose che insegnava ai suoi studenti era questa (nella sostanza): “Ogni ebreo della generazione in cui è avvenuta la Shoah e negli anni successivi alla fondazione dello stato d’Israele, ognuno di noi deve considerarsi come mobilitato”. Li riteneva gli anni più critici per il popolo ebraico.

Come in ogni comunità, anche nel kibbutz la vita ha i suoi problemi: la nostalgia per i vecchi tempi, che si fa patologica in chi li ha vissuti e li trova migliori dei nuovi; ma soprattutto i matrimoni, che ora vanno a scatafascio. E c’è poi il problema della convivenza in quel microcosmo in cui tutti sono compagni ma ben pochi sono amici veri. Dell’amicizia come la intendeva Osnat per Martin Wandberg.

Mentre Wandberg mangiava, lei, Osnat, con un matrimonio fallito alle spalle, gli suonava col flauto Sulle rive di Tiberiade c’è un palazzo sontuoso. Ed è, a noi sembra, una delle immagini più belle di questo romanzo di Oz. In cui la storia personale di ogni membro del kibbutz è come un capitolo. Lo leggi, leggi Tra amici, e senti tra le sue pagine qualcosa che manca. Perché non sai ancora che il personaggio che vuoi incontrare, con la sua storia, Oz l’ha messo alla fine, nel racconto intitolato Esperanto. La storia di Martin Wandberg, il calzolaio intellettuale del kibbutz, che sognava un mondo senza confini. Di questo mondo l’esperanto, la lingua sviluppata dall’oftalmologo polacco Ludwik Lejzer Zamenhof di cui il calzolaio teneva in casa il ritratto, doveva essere la sola lingua. Nel kibbutz aveva creato una scuola per insegnarlo. Ma vi si iscrissero soltanto tre allievi.

Martin Wandberg aveva la stima incondizionata di tutti i compagni della comunità. Le nefandezze della Shoah vissute in Olanda avevano rafforzato la sua convinzione che l’uomo è degenerato dall’ambiente. E quando Osnat gli chiedeva: “Ma cos’è l’ambiente? In fondo sono altre persone”, lui rispondeva: “Durante la guerra mi sono nascosto dai nazisti, ma ogni tanto mi veniva voglia di vederli da vicino. Erano ragazzi normali, mica dei mostri… Però gli avevano fatto il lavaggio del cervello… Erano le idee nefaste a guastarli”.

Martin aveva una malattia ai polmoni e camminava con la bombola dell’ossigeno nella cassetta. Osnat lo aiutava e gli dava tutta l’assistenza necessaria. Si capisce che provava per lui qualcosa di più dell’amicizia. Quando gli dicevano: “Non fumare, Martin. Ti è proibito”, quest’uomo anarchico che sognava un mondo senza confini e con una sola lingua, l’esperanto, replicava: “Ci è proibito dire al prossimo cosa gli è permesso e cosa gli è proibito”. Eccolo finalmente il personaggio cercato nel libro di Amos Oz.

Tra amici, come la maggior parte delle sue opere, è pubblicato in Italia da Feltrinelli. Per il suo paese Oz ha fatto tanto. Ha combattuto nel Sinai e sulle alture del Golan. È stato favorevole agli Accordi di Oslo, alla trattativa con l’OLP e alla soluzione dei due stati per il conflitto arabo-israeliano, compromesso doloroso ma necessario. È stato tra i fondatori del movimento Pace Adesso (Peace Now). Per lui la narrativa deve dare speranza. Sulla scrivania teneva due penne. Si serviva della prima, la penna “arrabbiata”, quando scriveva di politica. Usava la seconda, quella del narratore, quando cercava di trovare soluzioni ai problemi “confluendo più voci nella stessa trama”.

Nella lectio magistralis tenuta al festival letterario di Taormina, Oz ha parlato dell’impossibilità di raddrizzare il legno storto dell’umanità. E di non provarci neppure, perché è peggio. “Da un legno così storto come quello di cui è fatto l’uomo, non si può costruire nulla di perfettamente diritto” diceva Kant. Tante religioni, tante rivoluzioni, i totalitarismi del XX secolo sono sfociate nel sangue proprio perché volevano cambiare insieme alla società la natura umana. Certe che per migliorare il sistema si dovevano cambiare le persone. “La psiche umana è troppo vasta; – dice Ivan Karamazov con un sorriso – come vorrei restringerla”. Restringerla un poco. È un’illusione dannosa, che Oz non consiglia a nessuno. In certi momenti della storia può essere utile, qualche volta necessario imbracciare le armi e fare la rivoluzione. Cambierà il sistema, ma non migliorerà l’uomo.

Gaetano Cellura