A-TU-PER-TU – La concentrazione in epoca digitale

Gent.le dott.ssa Sottile, mi chiamo Marisa e ho un figlio di 15 anni che da circa un anno non riesce a studiare. Il problema si è affievolito durante la pausa estiva dalla scuola ma adesso è puntualmente tornato. Riesce a fare tante cose: gioca a calcio, dipinge, è bravissimo in inglese, ha tanti amici. Ma, appena si siede davanti a un libro o a un tablet, la testa comincia a vagare ed è capace di stare ore senza concludere niente, prendendo in mano lo smartphone ogni 15 minuti. Alla lunga, è frustrante per lui e preoccupa me. Cosa gli succede e cosa si può fare?

Gentile Marisa, la ringrazio per aver scritto alla Redazione. Lei mi fornisce alcuni indizi che hanno già suscitato in me una riflessione che forse potrebbe esserle utile, ma ci tengo innanzitutto a fare una premessa.

La mancanza di studio si traduce verosimilmente con un calo nel rendimento scolastico, il quale è sintomo un po’ di tutto. Nella nosografia dell’età evolutiva rientra nella costellazione di condizioni molto diverse tra loro, che possono essere escluse e/o distinte solo attraverso un’indagine approfondita. Lei mi porge elementi di protezione che mi dispongono positivamente rispetto a certe aree: suo figlio coltiva i propri interessi e dunque c’è una spinta vitale accesa (sempre che tutte le cose a cui si dedica provengano da una motivazione interna).

Tenga conto che proveniamo tutti da un’esperienza di quarantena, che gli adolescenti hanno forse affrontato meglio degli adulti grazie alla loro capacità di interconnettersi (con le dovute distinzioni legate a disparità oggettive e soggettive). Come ha trascorso questo periodo suo figlio? Ma lei dice “circa un anno”, quindi dovremmo fare un passo ancora indietro e far mente locale su eventuali cambiamenti sopraggiunti: innanzitutto, data l’età, l’ingresso nelle scuole superiore, il nuovo corpo docenti, nuove materie, nuove richieste dall’esterno (e dall’interno), nuovi compagni di classe, nuovi amici, nuovi margini di autonomia. Come dorme? Direi quindi in primis di ascoltare molto questo ragazzo.

C’è poi una riflessione da fare circa l’uso dei dispositivi elettronici per ragioni di studio, come il tablet, ma anche lo stesso smartphone, che a volte prendiamo per cercare un’informazione su Wikipedia o altri siti utili. Non demonizziamoli come fonte di ogni male, dal momento che rappresentano davvero una risorsa aggiuntiva (specialmente se pensiamo – ormai lo sappiamo – che diversi stili di apprendimento richiedono diversi stili di insegnamento), ma nascondono anche insidie. Le notifiche sono un richiamo che sposta la nostra attenzione, anche quando riusciamo a resistere alla tentazione di controllarle (il che accade raramente!). Forse si potrebbe pensare di silenziare alcune App (come quelle dei social network) durante le sessioni di studio (e riattivarle durante i break-merenda), (non tema, i ragazzi sanno come si fa!).

Ma per comprendere meglio il rapporto di suo figlio con quel ricorso al telefono ogni 15 minuti, gli si potrebbe chiedere: ma lo prendi per aprire Facebook/Instagram/Whatsapp (e dunque sono loro a chiamarti), oppure non riuscendo a studiare la testa ti va altrove e pensi “intanto do una controllatina” (e quindi a chiamarli sei tu)?

A prescindere dalla risposta, arriviamo qui alla nostra riflessione, che le servo in punta di piedi dal momento che non ho ancora avuto modo di confrontarla con i pareri di colleghi. Si tratta di una ipotesi del tutto personale. Nella tradizione dello yoga si attua una distinzione tra distrazione e dispersione. La prima si ha quando un oggetto della nostra attenzione ci fa venire in mente qualcos’altro per associazione, ma, a meno che non si tratti di qualcosa di importante e urgente a cui dobbiamo provvedere nell’immediato, in genere abbandoniamo presto l’associazione per tornare al nostro oggetto. La dispersione, invece, si ha quando, dalla prima associazione, se ne dipartono altre, formando catene e ramificazioni che ci allontanano sempre più dal nostro oggetto. Ci perdiamo. Accade a volte quando chiacchieriamo con un amico e ci accorgiamo di essere giunti a parlare di un argomento partendo da qualcosa di completamente diverso. Vi si ride sopra e via. Con i pensieri è più complicato, perché possono avvilupparci in trappole e impedirci di portare a termine i nostri compiti.

Ora, la difficoltà di concentrazione non è solo di suo figlio, ma è in crescita in tutte le età. La nostra mente è sempre più abituata a funzionare in modo dispersivo perché si allena continuamente sui social network. Se la nostra mente è tendenzialmente attiva e consapevole quando facciamo una ricerca su internet, diviene spesso passiva quando, pur entrando per una ragione su un social, veniamo subito catturati da stimoli a catena che non cercavamo ma che ci trascinano tra i flutti e restiamo lì, a scrollare i post della bacheca, senza un fine, potenzialmente all’infinito, facendoci passare davanti pettegolezzi, articoli di giornale, video amatoriali, meme e dichiarazioni lapidarie. Il tutto naturalmente senza un filtro tematico, dal momento che i logaritmi dei social sono basati sugli stessi criteri della pubblicità online. Ci interessano le novità sul calcio, ma non in quel momento. La nostra vigilanza si addormenta, da cosa nasce cosa, si passa rapidamente da un argomento all’altro, non si sosta per più di qualche secondo sullo stesso oggetto. La nostra mente è allenata a funzionare così. Quando usciamo dalle nostre bacheche, non le si può semplicemente dire: adesso cambia funzionamento!

È necessaria un’operazione di consapevolezza durante la navigazione, divenendo soggetti attivi al momento di auto-osservarsi e riconoscere la dispersione quando sopraggiunge, tornare sui propri passi per essere di nuovo noi i piloti della navigazione. Questo accorgimento porterà a molti benefici: tra questi, decondizionarci rispetto al vagare anarchico dei pensieri, che è naturale e universale ma oggi è spesso esasperato e monopolizzante. Diamo alla nostra mente meccanismi alternativi, a cui ricorrere attivamente al bisogno.

Questo è il primo consiglio che do a suo figlio, ma posso suggerire anche qualche piccolo accorgimento che mira ad aggiungere pratiche, piuttosto che a toglierne:

  • Evita di avere a immediata disposizione stimoli su cui ripiegare per fuggire dal compito, cerca di limitare al minimo gli stimoli sensoriali distraenti: se non puoi fare a meno dello smartphone, che andrebbe tenuto distante, silenzia o blocca temporaneamente alcune App e siti non pertinenti al compito; ci sono poi molte App che servono a programmare blocchi e filtri;
  • Scegli un luogo dove puoi stare solo;
  • Evita di ricorrere al cellulare nei momenti di relax, perché non è vero che fa rilassare, prendilo solo se devi fare davvero qualcosa;
  • Tieni la scrivania sempre pulita e ordinata affinché quell’ordine possa riflettersi sullo spazio mentale;
  • Rinforzo positivo: poniti traguardi impostando sessioni di studio circoscritte (per esempio 30 minuti) al termine delle quali concederti un premio prima di ricominciare (qualcosa da mangiare, una brevissima telefonata, qualche esercizio a corpo libero per sgranchirti, la “controllatina” su Whatsapp…) – non prima! –;
  • Ricaccia indietro i pensieri intrusivi ogni volta che vogliono infiltrarsi, come quando clicchiamo sulla X delle finestre di Internet o le riduciamo a icona perché stiamo facendo altro;
  • Non procrastinare, non c’è il dopo: pianificando le prossime 4-5 ore con cose da fare in orari ben precisi, la tua mente sa che quelle pagine deve leggerle in quel momento e solo in quel momento, perché poi ci sarà altro, ed è più motivata ad affrettarsi; puoi usare uno di quei planner che trovi nelle mercerie oppure anche un semplice foglio di carta.

Per concludere, non conoscendo suo figlio, quanto finora detto può lasciare il tempo che trova, per cui le consiglio innanzitutto di ascoltarlo e riflettere insieme su questi temi. Non gli sequestri nulla, lo tratti da grande, lasci a lui la responsabilità delle proprie pratiche di studio, ma può fargli leggere questo articolo.

Dopo di che, se la difficoltà persiste, valutate (sempre insieme) la possibilità di rivolgersi a uno psicologo, anche solo per una chiacchierata. Cerchi di fare in modo che sia lui, con i propri tempi, a scegliere di andarci, affinché non senta su di sé l’etichetta della “sconfitta” per un qualcosa che probabilmente in questa fase sta cercando di risolvere da solo e che, da quello che lei mi dice, è già motivo di sfiducia.

Dott.ssa Giulia Sottile, psicologa

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