La luna nel bicchiere (9)

Sicilia 1958: vite improbabili di una puttana

 

© R. Guttuso, Paesaggio con figura, 1969

 

Aida, era quello il suo nome?
Che importa un nome, perché fissarsi su un nome? pensa l’uomo del dolorino. C’è andato alla fine dal dottore. Cancro! Ecco, quello è un nome. Siamo tutti fissati con i nomi. Cancro però è davvero un nome che ha sostanza. Cancro, ha detto alla fine il dottore, reticente. Qualcun altro avrebbe chiesto di rimando, guarisco, muoio? Lui invece ha sorriso in metà delle labbra, un sollievo, perché ora ha qualcosa di cui parlare al suo bicchiere in osteria. Gli altri clienti lo sanno, ha il cancro, è strano come si sappia tutto, come circolino le notizie. Non avevi una donna, una che veniva da fuori? qualcuno gli domanda per una premura. Però l’aspetto non è quello d’un uomo accudito. L’uomo del dolorino ha camicie puzzolenti. Sì, risponde con un ghigno l’uomo del dolorino, avevo una di quelle che s’attaccano a un uomo perché non hanno di che vivere, né soldi né coraggio, l’ho mandata via. Non dice che è stata lei ad andarsene perché lui è un frutto arrivato al torsolo. Tornata dalle sue parti? chiedono. Non era di qui, non ci hai perso niente. L’uomo solo stringe il bicchiere. Gli altri non hanno più parole, nonostante il vino faccia parlare, gli ubriachi stanno muti ai loro tavoli. Se ci fosse Aida… Ma era quello il nome?
No, chi lo sa il suo vero nome? Così parla qualcuno più vecchio, qualcuno che era sui moli prima di Aida, e conosce l’arte scordata d’intrecciare le trappole per i pesci. Continua a lavorare, seduto fuori, alla porta dell’osteria, la faccia al mare, le ultime dita a intrecciare l’arte per intrappolare pesci nei fondi. Ci sono pozzanghere, c’è stato mare la notte prima, ma lui s’è seduto in un angolo asciutto, accanto alla porta dell’osteria. Vede e ascolta il mare, e ascolta i discorsi denro la bettola, la vecchiaia gli ha lasciato occhi buoni e orecchie.
Come si chiamava, allora? Parlano più forte per farsi sentire dal vecchio fuori la porta aperta.
Non ce n’è bisogno. L’uomo vecchio alza le spalle. Chi è così vecchio può permettersi d’aver dimenticato. Ma le sue dita abili ricordano la loro arte. Venuta da tempi remoti.
Dicci il suo vero nome.
Che importa un nome. L’uomo vecchio sa che non si riconosce qualcuno per il nome. Sa che è difficile riconoscere. E ricordare. A volte dubita che le sue dita riescano ancora ad intrecciare, però eccole lì a intrecciare le nasse. Se ne meraviglia, pensa si muovano da sole perché non hanno bisogno di pensare. Nessun nome.
Giusto, nessun nome, rimugina quello del dolorino.
Chi gliel’ha dato, quel nome? s’intestardiscono dentro la bettola.
Lui solo può saperlo, il più vecchio che intreccia le trappole.
Nome di puttana.
A volte essere belli è disgrazia, mormora il vecchio. A volte dopo la prima volta le altre non contano.
Aida è nome di puttana. La vorremmo tutti la sua disgrazia, la bellezza, invece che il naso storto.
Lei era bella, dice il vecchio. Si vende la bellezza, e si vende un nome.
Aida?
Non risponde il vecchio. Le sue dita abili non hanno requie, staccate da sé.
Aida?
Il vecchio sta muto.
La vecchia serva di Aida arriva battendo gli zoccoli, attraversa i tavoli, cosa sono questi discorsi? C’è stato mare la notte ma adesso spunta il sole sulle nebbie di scirocco, e splende sulle pozze verdi del molo. La vecchia ha voglia di sole. Perciò batte i suoi zoccoli, scarpe non ne porta perché le si ingrossano i piedi, ed esce sull’uscio dell’osteria, rigira una faccia piena di rughe, eccolo il sole. Il suo nome era Aida. Che fai, le nasse per i pesci? Bella da far invidia Aida. Che doveva fare? Però non andava con tutti, solo quelli pettinati con la riga in mezzo e la faccia profumata di lavanda, quelli ben vestiti con un dente d’oro per canino, non ci andava con quelli come voi, puzzo di vino e sardine d’esca, mare che vi rimbambisce le orecchie, non ci andava con quelli spettinati come gatto di strada, pantaloni senza piega e denti spaiati. Avete da fumare, lì dentro?
Tieni, dice il vecchio alla serva. Tra vecchi ci s’intende, e non si vorrebbe. Tra le sue dita che intrecciano appaiono cicche di sigaro.
Così la serva fuma al sole, fa uscire volute dalla bocca senza labbra, dalla bocca di rughe, lentamente, assaporando. Si faceva pagare bene, poteva farlo, la mia padrona. La più bella, e la più abile. Sapeva dov’era la voglia di ognuno, dove si concentra come un palloncino che deve sfiatare per non scoppiare. Lei lo sapeva. E sapeva la sua voglia. Come il risucchio di certe fosse di sabbia in mare.
La più bella, dice il vecchio.
Nessuno dentro l’osteria osa dir nulla. Anzi, qualcuno socchiude le palpebre quasi a poter scorgere quella bellezza. Hai una foto, serva, dubita qualcuno che non l’ha conosciuta.
A che servono le foto? rimprovera la serva. La mia parola!
A che serve un nome? mormora il vecchio sull’uscio.
A che serve? pensa quello del dolorino.
La cenere si polverizza dalla punta accesa del mozzicone di sigaro. Il vino sguazza dentro il bicchiere.
Tu che sei stata la sua serva, lo sai chi l’ha chiamata Aida?
Qualcuno che aveva sentito una musica, forse. Bisognava darle per forza un nome di musiche, fascino di melodramma, note e musica.
Musiche? beffano.
Aida, rimescola nella mente il vecchio pescatore di pesci.
Un nome? pensa quello del dolorino. Il dottore gliel’ha detto un nome, e gli aha detto, deve far questo, quest’altro, quest’analisi, e secondo i risultati, questo, quest’altro, e poi vediamo. Cancro è un nome, pensa.
La mia padrona era Aida, musica di teatro, nome di musiche e arte.
Chi ce l’ha un nome? chiede l’uomo del dolorino al suo bicchiere.
Aida? Nome di puttana, sghignazzano andando via.

Io sogno, sto sognando, pensa sul molo lo scemo, il finto ubriaco, mentre si rigira su un piede al sole del mezzogiorno. Sole che brucia gli occhi, sole che inonda le palpebre, e le brucia. Io sogno, se lo ripeteva anche in cella. Forse non ci riesce bene, a sognare, se deve ripeterselo. La voce d’Aida sì, lo faceva sognare. Come la voce di certi film al cinema, dove si resta a guardare con lo schermo ormai buio, finché non chiudono e buttano fuori tutti, vattene scemo, è finito. La voce di Aida era quella fantastica d’attori, nella sala buia, sotto il filo di luce della proiezione senza più scena, una via lattea nella notte. Non importano le parole, le storie, le visioni, importa il sogno. La voce di Aida parlava come un sogno, ombre cinesi, il film che non deve finire. Io sogno, si ripete lo scemo, come a ripetersi la trama di quel film.
Ad Aida piaceva parlargli, accarezzarlo con le parole. Non era una cattiveria, come diceva qualcuno, ti illude, diceva. La puttana ti imbroglia, illudere un tonto, e ci gode, diceva qualcuno. Nessun film è cattivo, pensa invece il finto ubriaco. Lui le stava per ore accanto alle ginocchia, come alle ginocchia d’una madre, fissandole le labbra come le immagini d’un cinematografo.
D’un tratto alla donna salivano parole che sono quelle delle invenzioni, e dolori che non finiscono mai come nei film. Una volta… una volta… la voce di Aida trema, una bambina è stata presa con la forza. Un uomo l’ha rubata, le ha rubato il tempo che è tutto, legata ad un letto con cinghie le fa male, le porta da mangiare, la bacia, e di nuovo le fa male, la picchia, la lava, l’accudisce, la imbocca, e poi ancora le fa male, ancora la picchia. C’è una finestrella in alto, non serve per gridare fuori. Però serve a scaldarsi se arriva un raggio di sole, a giocare con quel raggio. Serve a sognare. Come fai tu, mormora Aida. L’uomo cattivo del film gira la chiave, apre la porta. L’uscio scricchiola, l’uomo è enorme, il suo grasso puzzolente riempie la stanza, il suo fiato pesante riempie il silenzio, schermo e platea. S’avvicina alla bambina, vuoi mangiare, vuoi bere? Lei dice di no, si pente, ha fame. Vuoi che t’accarezzo? Lei non riesce a parlare. Ecco, così? Ti piace? La bambina non può rispondere. T’ho portato un dolce, è per te, mangia, glielo imbocca, e intanto si sbottona, si stende sopra la bambina. Le fa male, ma una lacrima scende piuttosto dalla faccia enorme, invece che dall’occhio della bambina, scivola tra le guance molli e la barba a chiazze dell’uomo, viene dall’occhio buono, perché l’altro è semichiuso per una cicatrice. Hai freddo? chiede lui. C’è freddo fuori, tanto freddo, ti accendo la stufa. La bambina sente per la prima volta il freddo, esiste il freddo, le entra nella carne, non l’aveva mai sentito così finora. Il sole se n’è andato dalla finestrella, e una ragnatela pende dall’angolo del tetto nella penombra. Vedi com’è facile prendersi una vita? mormora Aida al finto ubriaco. Ha un gusto una vita tolta. Lo scemo ha un tremito, come nelle altre storie di film, come al cinema in prima fila, come finisce? Niente, mormora Aida, un giorno l’uomo si stanca, piange come una femmina, e dà via la bambina. No, non così, pensa lo scemo, non deve finire così. Vuole cambiare la storia, per la prima volta. Non sopporta quella fine. Ma non si cambiano i sogni nel sonno. Come finisce? chiede ancora, e ancora. Lei non risponde, lo scemo le vede un brillio negli occhi. Finisce come finiscono tutte le storie, risponde lei, e alza le spalle. Divaga, ascolta quest’altra storia, macchine di lusso, donne in pelliccia, uomini in abito da sera, un salone, una serata di festa, una piscina, o un lago, prati illuminati a giorno, scende lei e una bianca pelliccia, il servo le apre la portiera, l’autista va a parcheggiare, lei cammina piano sul prato, polpacci in calze di seta, entra nel salone, lampadari, baciamano accennati, lei gira attorno lo sguardo annoiato, un servo le toglie la pellicia, sotto, il vestito è tutto rasi e lustrini. Allora sei venuta? Ero indecisa. Ti presento… Le presentano un giovane. E’ veramente giovane, quasi un ragazzo. Lei gli sorride, attacca la musica, sì, balliamo. E’ solo un ragazzo, la signora sorride e accetta, è annoiata, ballano, forse è la prima volta che il ragazzo balla con una donna, parlano, e d’un tratto parlano delle loro vite quasi siano finite, e debbano cominciare in quel momento. Il prato, il lago, le stelle, le loro labbra si accostano, bacio lieve, negato, poi bacio umido, profondo, sei solo un ragazzo…. Ma Aida s’accorge che lui non è attento. Come finisce? chiede lo scemo. E’ presto, è solo l’inizio. Non questa storia, non m’importa di questa, l’altra, quella di prima. Aida riflette a lungo, finisce che la bambina l’ammazza, l’uomo enorme, una volta, due volte, e lui risuscita sempre, lei lo ammazza e lui risuscita sempre, finisce così. La signora in pelliccia… No, l’altra storia! Le storie devono far sognare, devo raccontartela, mormora Aida. Come finisce? Io lo conosco quell’uomo, pensa il tonto con la testa tra le ginocchia di Aida, grasso, la cicatrice nell’occhio, io lo so chi è, ha un magazzino al porto, ricettatore e usuraio, sta seduto lì tutto il giorno, riesce a stento a muoversi, grosso com’è, io lo conosco. E la bambina? pensa. E’ Aida, e devo salvarla. Perciò s’alza di scatto e corre via. Verso il magazzino nel porto. Un altro finale! Sì, è lui, è seduto, grasso, enorme, una macchia d’ombra sulla proiezione. Non gli è mai successo di trovare il sogno, di cambiare il finale. E’ lui! Aida è lì, in una stanza sotto il deposito, l’ha rubata, e se la tiene tra la sua roba, chiusa a chiave nel sotterraneo. Lo ammazzo, pensa lo scemo, lui muore ed è per sempre.
Io sogno, si ripete lo scemo, il finto tonto. Se lo ripeteva mentre lo tenevano stretto, lo portavano via, in galera, assassino, l’hai ammazzato! Perché l’hai fatto? L’hai ammazzato! Io sogno, dice in cella, cercando tra i muri e il tetto la luce del film.
Il tonto è uscito di carcere spaesato. Quasi non abbia mai conosciuto il mondo fuori di galera. E’ passato il tempo. Se glielo dicono lui risponde con un occhio sorpreso, quale tempo? Il tempo non esiste nei film, dove sei Aida? E la donna con la pelliccia…? Gira su un piede, nel sole, con il sole nelle palpebre chiuse.
Che giudizio di giudici, metter dentro uno scemo, dicono, un vero giudizio di giudici, ridono.
L’occhio del tonto è di nuovo sorpreso, non sono stato in carcere. Ridono, sei tonto, ridono i vecchi del molo, fumando sigarette avvoltolate a mano. Meno male che c’è il tonto a farli ridere, il tempo non passa, ha ragione lui, ha ragione il tonto. Ogni tanto un’onda più prepotente s’arriccia superando uno scoglio di faro, arriva sfiatata sul cemento, si stende con un languore vicino ai piedi. Ogni tanto un gabbiano passa stridendo nel silenzio, va via nel sole. Il sole s’intrama alle reti. Si sono strappate nelle fonde, tra maledetti sassi e pesci maledetti. Hai i piedi in una pozza, ridono rivolti al tonto, se scivoli vai giù e nessuno ti ripesca. Ma quello non sente. Il sole gira tra reti e moli, l’onda torna, e il gabbiano ripassa, il silenzio ha solo il suo tonfo d’ali nell’aria dura.
Qualcuno dice che sei stato in carcere per lei, che l’hai ammazzato per lei, qualcuno dice pure che, quell’uomo, non l’hai ammazzato tu ma lei, che ti sei preso la colpa. Qual’è la verità? chiedono i vecchi per perdere tempo.
Il tonto adesso non fa l’occhio sorpreso, semmai furbo.
Non te ne ricordi?
Non me ne ricordo.
Respirano fumo di sigarette, hanno facce di legno, tagliate di rughe come il legno di barche. Si guardano le unghie rotte, la pelle delle mani macchiata, i polpastrelli gialli e sgonfi. Qualcuno dice che quell’uomo ammazzato aveva fatto un torto ad Aida. Sei stato in carcere per vendicare una donna, una che ti illudeva? Però, considerano, quell’uomo s’è fatto ammazzare da un tonto. Chi è stato più tonto, lui o il tonto?
Non mi ricordo.
Qualcuno dice che l’uomo ammazzato l’aveva presa a forza, Aida, quand’era bambina.
Non lo so.
E tu che c’entravi?
Lo scemo esegue un giro su un piede.
Attento! E’ stata lei a intrigarti, vero? Ma non s’ammazza dopo tanti anni, erano passati tanti anni.
Che anni?
Ridacchiano. Chi ti capisce! Ci fai un’altra volta il giro su un piede?
Che mi date?
Niente!
No. Il tonto non è d’umore giusto, d’un tratto.
Però, l’hai ammazzato a tradimento, non si fa. Una pietra in testa alle spalle, seduto, era così grasso che non poteva neppure muoversi e voltarsi.
Un’ombra enorme sulla sedia, straparla il tonto, non è facile ammazzare un uomo, bisogna battergli in testa, battere, battere, e non muore. Come un’ombra, come un film.
Battergli nella testa… scuotono la testa i vecchi.
La testa non faceva rumore, ma il suo respiro sì. Soffiava come un pallone scoppiato.
E non cadeva dalla sua sedia?
Non cadeva, io battevo, non potete capire com’è difficile far morire un uomo. Non è come nei film. Soffiava, non cadeva. Io battevo… la sua ombra… Ero stanco, stavo per abbandonare, e finalmente lui non soffia più, finalmente cade la sua ombra, allaga per terra, senza rumore, finalmente muore. Soffiavo io allora, piegato in due, stanco, su di lui.
Perché l’hai fatto? Per lei?
Non mi ricordo. Il finto ubriaco si volta verso un forestiero arrivato in quel momento sul molo.
M’hanno detto che tu conosci il posto dove è sotterrata una puttana, una che si chiamava Aida! dice il forestiero al tonto.
Il tonto lo fissa stupito. I vecchi fissano un altro vecchio, il forestiero.
Mi ci accompagni?
Non voglio andare da nessuna parte, risponde il tonto. Lo ripete due, tre volte in sordina.
I vecchi alzano le spalle, diradandosi, un altro vecchio, pensano, e vanno via con un respiro d’insofferenza.
Vieni con me, portami lì, alla sua tomba, dice il forestiero. E’ vecchio quel forestiero, e deve essere vicino a morire. Ha l’occhio annacquato dalle cataratte e la pelle cadente e bianca come il latte o la malattia.
Non voglio venirci, ripete chi fa l’ubriaco sul molo e balla ora su una gamba ora sull’altra, e fa solo quello.
Vieni con me, ci guadagni, ti faccio guadagnare, dice lo sconosciuto. Gli hanno indicato lo scemo, gli hanno detto, lui ti fa compagnia e ti porta dove vuoi, per una moneta. Gliel’hanno indicato un po’ scherzando e un po’ sul serio. Però anche lo sconosciuto fa un po’ sul serio e un po’ per scherzo. Fa tutto così, faceva tutto così, prima d’essere così vecchio e vicino a morire.
Non voglio andarci. Però chi finge d’essere ubriaco è sempre debole, e chiunque lo trascina, e chiunque accompagna. Lo fa per una moneta. Ma lo fa per una debolezza. Come un cane. Però non ha arte e non sa fare compagnia, come un cane.
Vieni, insomma!
Così il finto ubriaco segue lo sconosciuto che non sa stare solo, che vuole compagnia, che vuole una tomba, lo segue per debolezza, non per interesse, anche se ci guadagna, anche se lo sa, che una moneta ce la guadagna alla fine. Arranca dietro l’altro. Lo sconosciuto non è né veloce né lento, è veloce per essere così vecchio, però il finto ubriaco arranca lo stesso dietro di lui perché non è abituato a camminare con ambedue le gambe. E’ abituato allo spettacolo, a stare su una gamba sola. Non voglio venirci.
Perché?
Non voglio vedere tombe.
Se la troviamo, una tomba! Sono curioso, sono diventato curioso con la vecchiaia.
Il cimitero è un mercato di fiori ambulante sulla piazza, colori di tutti i colori come certi quadri francesi d’ottocento. Lo sconosciuto brontola, mi piacerebbe saperlo dipingere, si guarda anche lui le mani molli della vecchiaia. Quel mercato possiede i più alti cancelli del mondo, i più scuri, brulica di vedovi, e orfani, trafficanti di morte, volti duri e pallidi. Le punte dei cancelli s’infiggono direttamente in cielo, ha muri senza fine, ed è un quadro di colori. Dentro, s’alzano alberi secolari, e un trillo fermo d’uccelli. Tutto fermo, definitivo, dunque perfetto, pensa ancora lo sconosciuto. Le stradelle s’incrociano in selve di croci, lapidi, angeli bianchi. C’è da perdersi, pensa lo sconosciuto. Perdersi, riflette e gli viene di sorridere all’idea di perdersi tra morti e già perduti. Perciò ghigna un po’ serio e un po’ no. Vaga un brusio di compressori scassati. Altri trafficanti, manovali e custodi, camicie unte e sbottonate sulle pance. Chissà che m’è preso, venire qui, sorride tra sé il forestiero.
Non voglio venirci, lo scemo si ferma un attimo tra i cancelli. Solo un attimo, poi segue un padrone. Varca i cancelli. Perché sei venuto qui, perché m’hai portato qui?
Sono curioso, l’ho detto. M’hanno parlato di una donna, Aida. Dicono che ballasse come una zingara, e cantasse canzoni mortali d’una terra in riva al mare, né terra né mare, canzoni allegre da scoppiare in gola, canzoni di meticci, imparate da marinai, dicono che amasse come non ama mai una puttana, e ridesse e piangesse senza pudore come non fa mai una donna, ma soltanto una puttana. Dicono che beveva e faceva a pugni meglio d’un uomo, ma era una vera donna. Non mi hanno detto che faccia avesse, non riesco ad immaginare, non so se è esistita veramente. Dicono che è morta. Però dev’esserci una traccia, una pietra con il suo nome, se è morta, e io voglio trovarla.
Che t’importa?
Voglio saperlo, sono abbastanza vecchio per sapere questo e altro. Io viaggio sempre, viaggiavo, voglio sapere.
Una tomba? Quando muoio voglio che mi buttino in mare.
Così faranno, ride lo sconosciuto. Scruta. Ci sarà la sua tomba, se è esistita, ed è morta.
Bisogna aver soldi per le tombe.
Non sei così tonto, lo sconosciuto scruta l’altro come prima scrutava le tombe, scruta la sua compagnia.
Scemo, pazzo e ubriaco! L’uomo gira su un piede.
Che hai detto? Non ho sentito. Guarda anche tu, perché t’ho portato? La troviamo! Chiediamo al custode. Ci sarà un custode!
Che ne sa un custode?
I due girano tra i sentieri sconnessi, il cimitero è una città è senza fine. Troppi morti. Uno sepolto sull’altro, strati di generazioni dimenticate.
Quanti morti! Magari fanno festa insieme, ridacchia lo sconosciuto, vecchi, giovani e bambini. Che fai? Balli di nuovo su un piede? Sulla tomba d’un morto? Non hai rispetto! Lo sconosciuto è curoso, indaga su nomi, foto, su fiori, lampade votive, su vedovi e figli in lutto. Vieni, vieni con me. La troviamo, la sua tomba, se esiste.
Non voglio venirci, piagnucola ancora l’ubriaco.
Conosce la tomba d’una certa persona…? Fa il nome, se è quello, per come lo ripetono e raccontano. La conosce? Chiede ai vecchi e alle vedove. Si volta verso il tonto, questo qui se lo sa non lo dice, per non ammettere che conosce una puttana. Aida, ci sei?
Il finto ubriaco s’è messo a far razzia di fiori, secchi e no, se li appende addosso.
Lascia stare! Non hai rispetto! Chissà dov’è la tua tomba, Aida. C’è la tua tomba tra queste mille?
Sono scemo, pazzo, e ubriaco.
Vieni!
No!
Lascia stare quei fiori!
No!
Bella gita, stamattina, in cimitero! E bella compagnia! Da pagare per giunta. Per fortuna c’è il sole. Il vecchio comincia ad esser stanco, si siede su una lapide. Il sole sfalsa su borchie e dorature, su vetri appannati o lustrati da mani devote, da solite abitudini, su marmi ottusi di polvere, si scompiglia sulle cime d’alberi al vento in quota. Quegli alberi ne han visti di cadaveri e processioni, nel sole o tra il nuvolo, pensa, ma niente li smuove se non il vento in alto. Voi lo sapete di Aida? L’avete vista venire in una cassa grezza, sul furgone del comune. Non c’era nessuno con lei, dicono. Un randagio fiutava lo scarico maleodorante del furgone ammaccato, il puzzo marcio di troppi morti dal portellone arrugginito che non chiude. Vattene, non è carne per te, sghignazza il becchino del comune. Un collega gli fa eco. Sghignazzano tutti e due. Dagli un osso della tua gamba secca, al cane! E l’altro di rimando, dagli l’affare che non ti serve più! Non c’è nessuno a un funerale senza soldi. Un cane fiuta, testa bassa, orecchie basse e smozzicate, coda bassa e smozzicata come tutti i randagi. Qui, padroni, non ne trovi! Lancia una pietra al cane il becchino, e l’altro lo aiuta. Il cane s’allontana guaendo. E’ l’unico lamento al funerale di Aida. Dicono però che il vento si mise a urlare tra i cipressi come un piroscafo carico suona nella pancia zeppa e sommersa. Chi vuole una bara di legnaccio senza nome, e un funerale senza gente? Solleva! Attento! Dei due impiegati del comune, uno zoppica sotto il maledetto peso della morta. Era grassa, un barile! Forse non è lei, forse è un barile dell’osteria, quello lì dentro. Magari! Non ne fa di questi errori muso di porco! Non fa scherzi, lui, quello, il muso di porco, non ride mai.
Tu non sei di qui, sei forestiero, si lamenta lo scemo.
E’ vero.
Tu non l’hai conosciuta.
L’altro non risponde. Vorrei essere tonto come te, pensa. Ho sentito parlare di lei, dice.
Vieni da lontano?
Sì, da lontano. Molto lontano.
Chi t’ha parlato di Aida? Io ho ballato su un piede tutto il giorno il giorno che è morta.
E’ così? mormora distratto il forestiero. E’ davvero stanco, e non sa più che fa lì, in un cimitero. E’ l’unico posto dove non dovrebbe mai andare un vecchio vicino a morire.
Non troverai la sua tomba.
Il forestiero ha un gesto affranto d’assenso e sorride. Hai ragione, non sei tonto.
Non la troverai.
Mi hanno raccontato che era infelice come un passero in gabbia, litigiosa come un passero, inquieta come un passero impaurito, e in amore trillava come un passero nel nido. Tu che ne sai?
Non la troverai mai.
Sono lì i due tra lo squallore di tombe, marmo ingiallito, foto annerite, fiori seccati, vialotti ingobbiti dalle radici, casermoni di morti, erbaccia, vedovi e trafficanti, colori di quadro. Lo scemo fa l’ultima piroetta, una volta o l’altra un giro mal fatto lo farà cadere nell’acqua al molo, nel fondo limaccioso dei cassoni, e forse lì la troverà, Aida, nell’ultimo sogno. Che faccio? ridacchia tra sé il vecchio. Se fosse più giovane potrebbe provare anche lui su un piede, per scherzo o no, fare una piroetta tra le braccia di angeli e croci. Vieni, tonto, vieni a bere con me, ti pago da bere. Parlami di lei, fammi compagnia. Ma lo scemo se n’è andato, tra la selva di croci, non ha neppure aspettato la sua moneta. Fammi compagnia, tonto, finché muoio.

Mara vorrebbe sapere se Aida ha sgravato una figlia per amore, anche lei vorrebbe saperlo come gli altri, oppure se è figlia d’un errore, d’uno scherzo, come li fa sempre la vita a una puttana. A volte le sembra importante, mentre scivola le dita sui suoi capelli. E’ tornato il suo uomo, dorme, s’è buttato sul letto appena tornato, e dorme. Dorme come non ci sia altro che dormire. Io vorrei dormire, pensa Mara. Guarda quell’uomo dormire, e si tocca i capelli, è una meraviglia tra le dita la morbidezza. Vorrebbe sapere di Aida. E di sé. Davanti alla faccia del suo uomo che dorme. Per Mara però è mortale. Come il mare oltre la finestra. E’ così strano il mare, le onde s’alzano, s’appiattiscono, così repentino d’umore, così incomprensibile. Rimescolano, risucchiano. Lasciano. E un’altra volta s’innalzano dal risucchio, sbattono, prendono. Niente è così forte, e mortale, così strano, così vivo. Se Mara sapesse. Eppure ha cercato, sul volto di Aida, come sulla faccia del suo uomo che dorme, sul suo corpo, sulla sua bellezza, come sulla faccia strafottente che dorme davanti a lei, dev’esserci una risposta, una verità che spunta dal fondo del mare.
Mai nulla.
Il mare copre se stesso, cieco e potente. E’ lì, calmo come olio, innocente come un neonato, feroce in tempesta. Occhi chiusi nel sonno. Mara vorrebbe diventare piccola, entrarci dentro quelle palpebre, e rubarci i segreti. Dov’è il segreto, se non arriva mai sugli occhi di nessuno?
Mara chiude la sua finestra sul mare. Cammina in punta di piedi, non vuole svegliare il suo uomo, s’avvicina al letto. E’ così innocente la sua faccia sul cuscino. Come non ci sia altro che l’innocenza al mondo, o il sonno. E’ vivo, respira. Come è formidabile e strano vivere. Come il mare, come Aida. Ha gli occhi chiusi, non si può vederci dentro. Non ci si potrebbe neppure se li aprisse per un momento, li spalancasse su di lei. Io rubo con il coltello, ricorda d’un tratto Mara. Lo prende in mano da una tasca, il suo coltello a serramanico, lo apre, luccica. Se lo passa sulla mano, s’è graffiata, no, non fa male. Accarezza con la lama il collo del suo uomo. Lui non si sveglia, ha il sonno pesante dell’innocenza. Eppure c’è altro. Che cosa? Segreti, parole mai dette. Sangue che non si vede. Mara guarda il sangue che scola dal graffio della sua mano. Sangue! Prova un’altra volta la lama sul collo del suo uomo. Dorme. Dormirà! Passa ancora la lama su di lui. Poi d’un tratto un taglio netto. Neppure un grido, una voce, ancora nessuna parola.

Print Friendly, PDF & Email