Vuoto di cultura, vuoto di civiltà. Note sul Mezzogiorno di Carlo Levi.


      CULTŪS DĒSERTA

 

 

 


 

© Carlo Levi (1935-36?)

La cultura materiale – e, quindi, il rito – serve al raggiungimento dei valori spirituali di una civiltà, la quale non può, però, risolversi esclusivamente nel rispetto di un costume senza decadere o volgere verso l’inciviltà. Per far sì che ciò non avvenga è necessario che il processo di incivilimento vada oltre se stesso, che superi cioè il livello meramente materiale: già soltanto nello sforzo di oltrepassarlo ci sarebbe un valore di civiltà. E, invece, nel Sud d’Italia c’è un vuoto, il dramma della presenza che si aliena a se stessa: si tratta di una potenzialità negativa, di un senso vacante della cultura del Mezzogiorno (e, dunque, tanto dell’individuo quanto della comunità) di sovente colto da molti di coloro che hanno provato a interpretare i suoi mali[1. Per disporre di un’indicazione di massima riguardo agli scrittori che si sono occupati del Sud e della questione meridionale si veda L. Mancino (a cura di), Scrittori e questione meridionale: scrivere a Sud, scrivere il Sud, Bari, Palomar, 2006. Segnalo, qui, le conclusioni di Guido Piovene sulla struttura economica e sociale del Mezzogiorno e, in particolare, della Calabria che, secondo l’intellettuale vicentino, sarebbe una regione da rifondare. L’individuo, dal canto suo, vivrebbe in uno stato di anemia, svogliatezza, debolezza e indolenza forzata che sarebbe, ormai, assurto a vera e propria filosofia: questa, inoltre, fruirebbe della disposizione a un «individualismo sfrenato» unita a una «socievolezza da formicaio» che tiene avvinti e allo stesso tempo separa irrimediabilmente gli abitanti della Calabria (cfr. G. Piovene, Viaggio in Italia, -1957-, Milano, Mondadori, 1971, pp. 507-535, passim).].
Nella Sicilia degli anni Cinquanta, Carlo Levi cerca l’ubicazione di questo vuoto e finisce per trovarlo «fra il popolo contadino e lo Stato straniero»[2. C. Levi, Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia -1955-, Torino, Einaudi, 1987, p. 111.] , esattamente là dove si nasconde il potere «assoluto e unico»[3. Ivi, p. 112.] della mafia. È una forza fondata «sul prestigio e sulla assenza»[4. Ibidem.] che, proprio grazie a tali caratteristiche, è in grado di risultare ancor più ingombrante, come appare chiaro dalle parole pronunciate dal vice-sindaco di Palermo, che Levi incontra al termine della visita del primo cittadino di New York al suo paese natale: «la mafia non esiste, è una leggenda. La mafia non c’è: se ci fosse sarebbe una bella cosa, sarei mafioso anch’io»[5. Ivi, p. 26.]. A tali espressioni di vacuità, Levi contrappone il fondo solido e preciso delle certezze di Francesca Serio, madre di Salvatore Carnevale, il sindacalista di Sciara che si batté per i diritti dei contadini e che fu assassinato il 16 maggio 1955 dalla mafia: nelle lacrime della donna (che sono parole) e nelle sue parole (che sono pietre) lo scrittore piemontese scorge la base sicura della giustizia vera, «la giustizia come realtà della propria azione»[6. Ivi, p. 140.], che si basa su una certezza incrollabile e che consente di superare la disperazione. ‘Parlare quel vuoto’ significa, in qualche misura, determinarne le dimensioni e provare a riempirlo perché si è compreso che proprio in esso risiedono le ragioni della condizione di un intero popolo.
Prima di proseguire il discorso su Levi appare significativo segnalare il fatto che, tra il 1956 e il ’57, anche il regista Vittorio De Seta si interessò alle sorti di Carnevale preparando un lungometraggio a soggetto, intitolato I contadini e ispirato alla figura del sindacalista ucciso, ma che poi non fu portato a termine «per l’impossibilità di chiudere con la produzione, se non a condizioni frustranti». Il regista fece alcuni sopralluoghi, redasse alcune pagine di un diario e una sceneggiatura e andò persino a Sciara proprio per incontrare Francesca, la madre di Carnevale, definita «una specie di “pasionaria”»[7.  Conversazione con Vittorio De Seta, in G. Fofi – G. Volpi (a cura di), Vittorio De Seta. Il mondo perduto, Introduzione di F. Maresco, Torino, Lindau, 1999, p. 26. Sull’opera di De Seta si veda A. Gaudio, Il sopportabile peso della realtà. Note su appaesamento, folclore e azione nei primi documentari di Vittorio De Seta, «Lunarionuovo», a. XXXII, n. 42, maggio 2011 e Id., Verità e invenzione della verità. Ancora sull’attualità della rappresentazione del Sud da Levi a De Seta, «Lunarionuovo», a. XXXII, n. 44, luglio 2011, entrambi disponibili on line su questo sito.]. È lo stesso De Seta a chiarire l’origine del suo interesse in un intervento apparso il 1° dicembre 1956 sul numero 95 di «Cinema Nuovo»: «È stato per me inestimabile il contributo del libro di Carlo Levi: Le parole sono pietre, in particolare l’episodio che tratta la morte di Salvatore Carnevale e la poesia, sullo stesso argomento, del generoso poeta dialettale Ignazio Buttitta»[8.  Ora in V. De Seta, La mafia e i contadini, in G. Fofi – G. Volpi (a cura di), Vittorio De Seta cit., p. 60. Il riferimento è al Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali, poemetto scritto da Buttitta nel 1956, in occasione del III Congresso Nazionale di Cultura Popolare.].
Alla natura petrosa dello sfogo di Francesca e al suo valore di giustizia, anche Levi dedicherà alcuni versi nei quali ribadisce il legame necessario tra la verità della donna, «[…] una donna nera / pietra e parola vera», e quella della dura realtà contadina, «dove l’olivo parla / dove le fronde son cetre / che cantano, e le rocce sole / gridano, e l’eco ripete / di tacere e di ascoltarla»[9. La poesia dalla quale ho tratto i versi citati è Le parole sono pietre e riporta, in calce, la data del 24 novembre 1955: adesso è inserita in Id., Poesie, a cura di S. Ghiazza, prefazione di G. Sacerdoti, Roma, Donzelli, 2008, p. 290, ma è presente anche in Id., Versi, a cura di S. Ghiazza, Bari, Wip, 2009, p. 171. In quest’ultimo volume, inoltre, sono raccolte altre due poesie, chiaramente ispirate dalla medesima vicenda e scritte da Levi lo stesso giorno di quella cui qui si fa riferimento (cfr. ivi, pp. 172-173). Le parole sono pietre è anche il titolo di una tela che Levi dipinse sempre nel ’55.]. Lo farà esemplarmente, prendendo posizione rispetto a quel vuoto, ma senza rimarginarlo, avrebbe detto Cases; mostrando, al contrario, «il “taglio vivo” delle contraddizioni», ma, nello stesso tempo, evitando di impiastricciarlo con la propria soggettività «più o meno stravagante o estetizzante»[10.  C. Cases, Mezzogiorno e coscienza letteraria -1958-, in Id., Patrie lettere –1974-, Torino, Einaudi, 1987, p. 136.]. E, d’altronde, Levi ha sempre colto quella crepa «con animo di poeta»[11.  «Se andremo tra le cose – scrive un Levi giovanissimo in un appunto del 21 gennaio 1920 – con animo di poeta, solo allora potremo forse comprendere che sia spirito e identificazione dell’uno col tutto» (ora in C. Levi, Poesiecit., p. LI).], cercando, di volta in volta, di definire la portata individuale e umana di quell’assenza nel «tempo non tempo», nel «vuoto silenzio», nell’«eternità vuota», «nell’impero del niente e delle mosche»[12.  Ivi, pp. 54, 95, 109 e 120.] della prigionia e del confino o, all’inizio degli anni Quaranta, usando la pittura per tentare di popolare il «vuoto del mondo»[13.  L’espressione è tratta da un saggio intitolato Paura della pittura, datato 1° luglio 1942 e inizialmente pubblicato nel 1948. Adesso lo scritto è reperibile in C. Levi, Lo specchio. Scritti di critica d’arte, a cura di P. Vivarelli, Roma, Donzelli, 2001, pp. 23-26; cito da p. 25 (oltre che da Id., Scritti politici, a cura di D. Bidussa, Torino, Einaudi, 2001, pp. 205-209).] e dargli così concretezza, verità.
A Levi, tale voragine – e il modo in cui in essa si annidassero buona parte delle contraddizioni del Sud – risultava ben evidente già in Cristo si è fermato a Eboli, quando la aveva associata, un po’ gramscianamente, alla questione meridionale e aveva segnalato il ruolo decisivo che nel processo di risoluzione del problema avrebbero dovuto avere i contadini; non da soli, però:

Non può essere lo Stato […] a risolvere la questione meridionale, per la ragione che quello che noi chiamiamo problema meridionale non è altro che il problema dello Stato. Fra lo statalismo fascista, lo statalismo liberale, lo statalismo socialistico, e tutte quelle altre future forme di statalismo che in un paese piccolo-borghese come il nostro cercheranno di sorgere, e l’antistatalismo dei contadini, c’è, e ci sarà sempre, un abisso; e si potrà cercare di colmarlo soltanto quando riusciremo a creare una forma di Stato di cui anche i contadini si sentano parte.[14. Id., Cristo si è fermato a Eboli -1945-, Torino, Einaudi, 2010, p. 220, il corsivo è mio.]

D’altro canto, aggiungeva Levi, un piano di intervento e di risanamento centralizzato non avrebbe fatto altro che rendere quell’abisso ancora più profondo e con ciò sanciva (e anticipava) lo scacco cui sarebbe andata incontro la questione nel corso dei decenni successivi. Levi credeva, invece, nell’apporto fondamentale (di energia e di fantasia) che ciascun individuo – inteso come «luogo di tutti i rapporti»[15.  Ivi, p. 223.] – avrebbe potuto dare al dilemma anche in seno al mondo popolare: soltanto dalla differenza individuale e dall’esperienza vissuta sarebbe potuta sorgere una forza in grado di imporre la grande riforma del Meridione: a questa lo scrittore non smise mai di accordare una necessità poetica (vale a dire, umana) che fosse in grado di andare al di là della semplice analisi politica e che consentisse di considerare l’essenzialità del concetto di identità culturale, non perdendola di vista nel processo di miglioramento delle condizioni naturali dei contadini[16. Su tali questioni si vedano G. Russo, Carlo Levi protagonista della storia del Mezzogiorno e C. Vallauri, Carlo Levi e il meridionalismo nel dopoguerra, entrambi inclusi in G. De Donato (a cura di), Carlo Levi nella storia e nella cultura italiana, atti del Seminario tenutosi presso la Fondazione Carlo Levi di Roma nel maggio e nel giugno del 1984, Manduria-Bari-Roma, 1993, rispettivamente alle pp. 45-52 e 53-63; per gli sviluppi politici e sociologici del tema si vedano anche, nello stesso volume, i brevi interventi di Rosario Villari (ivi, pp. 65-67) e Manlio Rossi Doria (ivi, pp. 68-72). Sul modo in cui poetico e politico finiscono per confondersi nell’opera di Levi, cfr. V. Zaccaro, I racconti di Carlo Levi dai Sud del mondo: le vacche indiane, le farfalle cinesi, le strade bianche del Cile, in L. Cazzato (a cura di), Orizzonte Sud. Sguardi, prospettive, studi multidisciplinari su mezzogiorno, mediterraneo e sud globale, Nardò (Le), Besa, s.d. – ma 2011 -, pp. 203-220; il saggio è una rielaborazione dell’introduzione al volume che raccoglie le prose di viaggio di Levi, curato dalla stessa studiosa (cfr. C. Levi, Il Pianeta senza confini. Prose di viaggio, Roma, Donzelli, 2003).].

Si viene, dunque, a delineare un modello teorico (al quale con ogni evidenza si è rifatto anche De Seta) che prende coscienza dei limiti umanistici della propria civiltà e che studia il senso storico dei riti, considerandone l’autonomia relativa, ma valutandone la reperibilità anche nella vita delle nazioni moderne. Lo scopo del modello è quello di cercare di identificare il fenomeno in quanto groviglio che, nelle sue molteplici contraddizioni, è segno di quell’assenza che Levi aveva colto benissimo.

 

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