Tra i Nebrodi un kafkiano caso di giustizia

Nel maggio del 1965 La Tribuna del Mezzogiorno pubblica un articolo sensazionale: Forse un innocente da vent’anni in carcere. La vicenda di malagiustizia risale all’immediato dopoguerra. E al giovane cronista Giuseppe Messina, autore dell’articolo, viene raccontata dal figlio della persona ingiustamente condannata all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Messina. Questa persona è Antonino Spanò, ex carabiniere di San Piero Patti che svolge attività di colono al servizio dell’avvocato e possidente Francesco Baratta. I due entrano in lite per la compravendita di un’asina e per il rispettivo guadagno su un estimo di nocciole. È il motivo per cui nel 1940 l’anziano possidente licenzia il proprio contadino.

Cinque anni dopo l’avvocato Baratta viene ucciso alle nove di sera nella sua proprietà a Ucria, un paesino dei Nebrodi. Tre uomini con il volto coperto svegliano il suo nuovo contadino, Sebastiano Martelli, chiedendogli sotto minaccia di bussare alla porta del padrone. Il quale, riconosciutane la voce, apre e si trova davanti i malviventi armati che gli intimano la consegna del denaro che ha in casa. L’avvocato Baratta si oppone: prova a reagire: grida di averli riconosciuti. E forse è la paura di essere stati davvero riconosciuti a spingere i malviventi a freddarlo con un colpo di moschetto che gli perfora polmone e cuore.

Qualche ora prima dell’omicidio, intorno alle 19:30, Antonino Spanò rientra a casa propria dal lavoro. Lo testimoniano la moglie e alcuni conoscenti. L’imputato ha dunque un alibi di ferro: il paese di San Piero Patti, dove vive con la famiglia, dista più di un’ora e mezza da quell’altro dove, in quella brutta sera di pioggia, avviene l’omicidio. Ma sia la pubblica accusa che la corte non ne tengono conto. Dando invece credito alle testimonianze del contadino Martelli e di suo figlio, Vincenzo. Il primo dichiara di aver riconosciuto Spanò tra i malviventi che hanno bussato alla sua porta la sera dell’omicidio e il secondo che è possibile coprire la distanza tra i due paesi in meno di un’ora e mezza anche in condizioni di maltempo.

A questo punto il tribunale avrebbe almeno dovuto ricorrere all’esperimento giudiziario riguardo alla distanza e al relativo tempo di percorrenza, chiesto con insistenza dalla difesa. Ma non dispone neppure quello. E per di più non ritiene utili ai fini processuali due fatti importanti: che la testimonianza del campiere è una ritrattazione della precedente, in cui dichiarava di non aver riconosciuto nessuno, e che suo figlio era stato ripudiato come fidanzato da una delle figlie dell’imputato.

Il licenziamento di Spanò da parte dell’avvocato Baratta proprietario del fondo, avvenuto sette anni prima, la lite tra i due per il lucro su un estimo di nocciole e per la compravendita di un’asina di proprietà dell’avvocato (lite, peraltro, poi ricomposta con le seimila lire pagate dal contadino al suo proprietario) vengono ritenuti moventi validi per l’omicidio del possidente. E le dichiarazioni del nuovo campiere e di suo figlio testimonianze attendibili, più di quelle a sua discolpa, per condannare all’ergastolo l’ex carabiniere di San Piero Patti il 21 maggio del 1947.

Qui comincia un’altra storia: quella di un giornalista determinato a far riaprire il caso giudiziario dopo diciott’anni dall’inizio della detenzione di un innocente nel carcere di massima sicurezza di Porto Azzurro (Isola d’Elba). Farlo riaprire a costo di entrare in contrasto con il direttore del suo giornale, che si mostrava piuttosto scettico. Dall’attivismo instancabile di Giuseppe Messina, che prende a cuore il racconto del figlio di Spanò, e da quel suo articolo dal titolo eloquente del 1965 parte il cammino di revisione della dura condanna inflitta all’ex carabiniere di San Piero Patti. E sulla base di prove, non valutate durante il lontano e lacunoso processo, vengono pertanto autorizzate dalla Corte d’Appello di Messina nuove indagini che portano prima alla scarcerazione del detenuto e, qualche anno dopo (nel 1969), al definitivo processo che lo assolve con formula piena. Ad assisterlo sono gli avvocati Tullio Trifilò di Capo d’Orlando e, gratuitamente, Giovanni Leone, senatore e futuro presidente della repubblica.

Giuseppe Messina ha raccontato questa storia kafkiana in un libro intitolato Il caso Spanò. Il più grave errore giudiziario italiano (Armando Siciliano editore). Ed è la storia di un’odissea giudiziaria, di un lunghissimo incubo da cui il condannato senza prove Antonino Spanò ormai disperava di uscire. E da cui non sarebbe uscito senza l’impegno di quel giornalista che ha subito creduto nella sua innocenza. A lui, tra le lacrime, Spanò riserva il primo abbraccio dopo la lettura della sentenza che lo riabilita.

Giuseppe Salpietro, altro conoscitore dei fatti, ricorda Spanò mentre viene intervistato nel carcere di Porto Azzurro dal settimanale televisivo TV7. Intervistato con altri ergastolani che ammettevano le loro tristi colpe e davano segni di ravvedimento. Ricorda quel sepolto vivo che, a differenza degli altri, recitava “fuori tono e fuori dagli schemi imposti dal rituale televisivo” la propria innocenza, l’assurdo errore giudiziario di cui era vittima. Salpietro scrive d’aver sentito parlare in famiglia del caso di Antonino Spanò, ma di essere rimasto pietrificato dalla sua immagine televisiva che gridava innocenza. Dopo una vicenda giudiziaria assurda, durata complessivamente più di ventitré anni, Spanò trascorse il resto della vita nel proprio paese svolgendo il lavoro di messo notificatore.

Nato a Malvagna (provincia di Messina), il giornalista Giuseppe Messina ha scritto altri libri – tutti con lo stesso editore del Caso Spanò (anno 2007). Le origini della mafia sui Nebrodi, nel 1995; e Messina dal terremoto al ponte, nel 2009. Ha lavorato alla Tribuna del Mezzogiorno, al Giornale di Sicilia e al Corriere del Mezzogiorno, da lui fondato. È stato inviato speciale in ogni parte del mondo e corrispondente della Rai.

Gaetano Cellura