“Il paese” di Ljudmila Petruševskaja

Ljudmila Stefanovna Petruševskaja, nata a Mosca nel 1938, è fra i più importanti esponenti della letteratura contemporanea russa. Nipote del celebre linguista N.F. Jakovlev, laureata in giornalismo, ha iniziato la sua carriera come giornalista e corrispondente radiofonica, cominciando la sua attività di scrittrice negli anni Sessanta.
Le sue opere inizialmente circolano in forma clandestina a causa della censura che colpiva tutti gli scrittori che si discostavano dagli standard letterari imposti dal regime. Sono, quindi, note soltanto a un pubblico molto ristretto, finché, nel 1972, sulla rivista “Avrora” non viene pubblicato il suo primo racconto: Čerez polja (Attraverso il campo). Bisogna, tuttavia, attendere gli anni Ottanta perché anche le altre opere di prosa vedano la luce in patria. Nel frattempo Ljudmila Petruševskaja si dedica al teatro, scrivendo numerose pièces per compagnie teatrali indipendenti, come Uroki muzyki (Le lezioni di musica, 1973), che fu in seguito censurata, Ljubov’ (L’amore, 1975) e Činzano (1977).
È autrice di numerosi libri di favole, tra cui le “favole linguistiche” della raccolta Pus’ki bjatye (1984), scritte in una lingua inesistente, Lečenije Vasilija (La cura di Vasilij, 1991), Čemodan čepuchi (La valigia delle carabattole, 2001) e Kniga princess (Il libro delle principesse, 2007),. Oltre a romanzi e raccolte di racconti, quali Bessmertnaja ljubov‘ (Amore immortale, 1988), Vremija noč(Il mio tempo è la notte, 1992), Dva carstva (I due regni, 2007) e Istorii iz moej sobstvennoj žisni (Storie della mia vita, 2009), ha scritto anche la sceneggiatura per un lungometraggio di animazione: Skazka skazok (La fiaba delle fiabe, 1979). Ha, inoltre, ricevuto importanti riconoscimenti come il Premio Puškin nel 1991 e il World Fantasy Award nel 2010.
Protagoniste assolute dei racconti di Ljudmila Petruševskaja sono figure femminili, infelici e intrappolate in vite vuote, in cui la loro identità è definita solamente dal ruolo che ricoprono all’interno del microcosmo familiare. Sono figlie, mogli e madri vivono vite solitarie e insoddisfacenti, nel clima di disgregazione morale e intellettuale della società contemporanea. È il caso di questo racconto, Strana (Il paese), in cui le protagoniste riescono a trovare speranza e felicità solo nei sogni.

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Il paese

Chi può dire come viva, con la sua bambina, una donna quieta e alcolizzata, del tutto inosservata, in un appartamento di un’unica stanza? Come, ogni sera, indipendentemente da quanto sia ubriaca, prepari le cosucce di sua figlia per l’asilo, per avere tutto sotto mano la mattina?
La donna reca sul viso le tracce di una bellezza passata – le sopracciglia arcuate, il naso sottile; la figlia, invece, è una ragazzina indolente, pallida, robusta, che non somiglia neanche al padre, un biondino chiaro con le labbra d’un rosso vivo. Di solito la figlia gioca quieta sul pavimento, mentre la madre beve a tavola o sdraiata sul divano. Poi entrambe vanno a dormire, spengono la luce e la mattina, come se niente fosse, si alzano e corrono all’asilo al gelo, nel buio.
Qualche volta all’anno madre e figlia vengono invitate da qualcuno e, quando sono a tavola, la madre si rianima, comincia a chiacchierare ad alta voce, appoggia il mento su una mano e diventa un’altra, cioè fa vedere che lì è di casa. E lo era stata, finché il biondino era ancora suo marito, ma poi tutto è scivolato via, tutta la vecchia vita e tutte le vecchie conoscenze. Adesso bisogna scegliere le case e i giorni in cui il biondino chiaro non vada in visita con la nuova moglie, una donna, dicono, di indole dura, che non la fa passare liscia a nessuno.
E così la madre, che ha una figlia dal biondino, telefona cautamente e fa gli auguri di buon compleanno a qualcuno, si dilunga, farfuglia, chiede come va la vita, ma non dice che andrà a trovarli: aspetta. Aspetta che tutto sia deciso là, da loro, all’altro capo della linea telefonica, e alla fine mette giù la cornetta e corre al negozio di alimentari a comprare l’ennesima bottiglia e poi all’asilo, dalla figlioletta.
Prima, solitamente, finché la figlia non si fosse addormentata, di bottiglie non se ne parlava neanche, ma poi tutto era diventato più semplice, tutto si era aggiustato da sé, perché per la ragazzina era la stessa cosa se la madre prendesse un tè o una medicina. E per la ragazzina davvero è lo stesso: gioca in silenzio sul pavimento con i suoi vecchi giocattoli e nessuno al mondo sa come vivano in due e quante volte la madre faccia e rifaccia i conti e decida che non sia un gran danno spendere per il vino la somma di denaro che andrebbe spesa per il pranzo: la ragazzina mangia a sufficienza all’asilo e lei non ha bisogno di nulla.
E fanno economia, spengono la luce, vanno a dormire alle nove e nessuno sa quali sogni celestiali facciano la figlia e la madre, nessuno sa come appoggino la testa sul cuscino e subito si addormentino, per tornare in quel paese che abbandoneranno di nuovo la mattina presto, per correre lungo la strada buia e gelida, da qualche parte e per qualche motivo, quando, invece, bisognerebbe non svegliarsi mai.

(Traduzione a cura di Flavia Riolo)

 

© Edward Hopper, City sunlight, 1954

© Edward Hopper, City sunlight, 1954