Sugheri e boe

RUBRICA DI LETTURE di Giulia Sottile 

 

Il figlio maschio
Storia di una famiglia di librai siciliani
(Da Ciuni a Palermo alle Cavallotto a Catania)

torregrossa

 

 

«Che può fare un uomo per garantirsi l’eternità se non passare il testimone al figlio maschio?» è l’interrogativo che fa da substrato al mondo popolare nella Sicilia tradizionale, a cui si contrappone tuttavia l’eterno «Un masculu ‘un lu po’ capiri il travagghiu di una fimmina».

Queste due prospettive sembrano alternarsi continuamente nel nuovo romanzo di Giuseppina Torregrossa, “Il figlio maschio” (ed. Rizzoli), epopea di una stirpe di librai che dai Ciuni arrivano ai alle Cavallotto, giovani eredi  che a oggi si fanno testimonianza attiva di una storia da non dimenticare e proiettata a progredire e innovare. I Siciliani credono di avere una memoria robusta «solo perché sono capaci di coltivare eterni odi, ma poi si rivelano pronti a mandare in malora qualunque testimonianza del passato, specie se di pregio». Contro questa “attitudine” lotta la penna dello scrittore ma anche la narrazione che passa da padre in figlio (o forse qui sarebbe il caso di dire da madre in figlia). Infatti «I libri è vero che li pubblicano i maschi, e magari li scrivono pure loro, ma le storie le raccontano le femmine», sono le parole che Giuseppina Torregrossa mette in bocca ad uno dei suoi vividi personaggi.

Dando colore ad ognuno di loro, l’Autrice ripercorre la storia a partire dalla base dell’albero genealogico, illustrando bene la questione di genere attraverso i rapporti tra i sessi. Erano, quelli di Concetta Russo e Turiddu Ciuni, i tempi – gli anni ’20 – in cui ci si dava del Voi in famiglia, in cui la donna rispondeva ad una chiamata con un «Serva vostra», appresa e abbracciata la condizione di subordinazione, mai vissuta come ingiusta. Al massimo ci si poteva abbandonare, con un sospiro, ad un «Fossi nata maschio!» (Concettina era nata «femmina e brutta: doppia disgrazia»). C’era la rassegnazione della donna a cui toccava vivere sempre all’ombra di un uomo. Così ogni energia era canalizzata nella ricerca di un buon partito (e da qui lo spirito imprenditivo, se non imprenditoriale, delle donne) o nel partecipare al ruolo sociale del maschio di casa, identificando il proprio, di riflesso, nell’altro. Erano i tempi in cui «il lavoro è cosa di maschi», in cui i matrimoni venivano spesso stipulati dalle famiglie, utilitaristicamente, e ad un uomo sembrava di comprare «una mucca sulla fiducia». Una vedova doveva portare il lutto e dieci anni erano «appena dieci anni». «Le femmine si adeguano alle scelte della famiglia», «sono lattanti per tutta la vita e non imparano mai a mangiare da sole», e spesso era la donna stessa ad alimentare stereotipi contribuendovi, a partire dall’educazione da impartire, con affermazioni come «il mondo è fatto per i maschi» e «tanto noi fimmine siamo sempre a lutto». Concettina aveva licenziato una commessa perché aveva tagliato i capelli: «E che è masculu?». Però erano gli anni in cui Concetta Russo aveva lottato per fare istruire tutti e dodici i figli, a dispetto del disaccordo di «quello zaurdo» di suo marito.

Tra emotività e ilarità, la Torregrossa ci racconta delle credenze popolari come quella che vede nella larghezza dei fianchi, per la donna, non solo segno di fertilità ma anche di forza e robustezza, inclinazione ai lavori pesanti e resistenza alle avversità della vita (nell’uomo di controcanto era segno di scarsa virilità). Si delinea la scena esilarante della donna possente che la sera si carica sulle spalle il marito stanco dal lavoro. La donna che “entrava nel sangue”, poi, doveva essere «una specie di mappamondo di carne». Era dunque anche canone di bellezza oltre che questione logistica. Per Vito le sue figlie non erano la disgrazia di non aver avuto il maschio, ma dée. Eppure si erge sempre, di soppiatto, l’ombra del fantomatico figlio maschio. Se al momento del concepimento fosse possibile scegliere il sesso del figlio, ognuno in cuor proprio non avrebbe dubbi. Il mito era in vigore per madri, mogli, figlie e sorelle. Per lui ognuna era tenuta a fare un sacrificio, senza che occorresse farsi pregare. Con la spontaneità di chi nasce nel proprio tempo. Al funerale di Vito Cavallotto la desolazione della gente, più che per il decesso, pareva volgersi alla mancanza di figli maschi (alla vedova, «Ma ce l’ha un figlio maschio? […] Peccato»).

L’Autrice, attraverso le vicende familiari, illustra anche le metamorfosi sociali e culturali nei cambi generazionali. Dal progressismo di Vito («Le adolescenti hanno diritto alla loro sessualità»), con il via via sempre più sfumante modello paternalistico, al passaggio dal Voi al Lei tra nuora e suocera. Appare una Palermo dove entusiasmo per il fascismo e sua tacita repressa avversione convivevano, quando il papa chiamava Mussolini «l’uomo della Provvidenza», dove si rinvigoriva il sogno della «Merica» e la mafia pressava per ottenere il pizzo a forza di intimidazioni (come la bomba lanciata nella sede catanese della libreria Cavallotto per i mancati pagamenti del “pizzo”). Nelle coloriture che l’uso del dialetto attribuisce alla stessa narrazione, si fa avanti anche quell’appiattimento linguistico di un’Italia che paga ancora, con la morte dei dialetti, il prezzo di quell’omogeneizzazione fascista. Emerge la solita storia ormai nota, quella della corruzione in seno alla politica, come per l’assegnazione dei finanziamenti all’editoria da parte di un comitato apposito, spesso operante arbitrariamente, tanto che il signor Cavallotto esclamerà «Le cose vanno sempre al solito in quest’isola, una buttana che fa differenza fra figli e figliastri», con conseguente elegante ipocrita velata minaccia.

Tra i colori e le sfumature di costume, emerge la storia di una famiglia che con perseveranza e dedizione ha fatto la storia dell’editoria siciliana, che, partendo da Filippo Ciuni, si è diramata in Vito Cavallotto, Salvatore Sciascia, Giovan Battista Palumbo e Sergio Flaccovio, figlio del mitico Salvatore Fausto libraio messosi poi in proprio. Tutto per Filippo era partito da una libreria ambulante in piazza Bologni a Palermo, per insediarsi poi stabilmente in piazza Verdi. Vito Cavallotto era partito da Caltanissetta, dove lavorava come banconista presso Salvatore Sciascia, cugino dello zio Filippo, e da lì l’espansione verso Palermo e Catania, dove attualmente permangono nella stessa mitica sede di Corso Sicilia e in quella altrettanto prestigiosa, inaugurata anni dopo, nel centralissimo Viale Jonio – per il coraggio dimostrato e operato di Adalgisa e delle figlie Cetti, Anna e Luisa. «Quattru fimminedde sule» hanno dimostrato di potercela fare. Racconta Adalgisa come il marito la venisse a trovare in sogno e le dicesse cosa fare. Sogni che fanno davvero accapponare la pelle nell’incontro con il reale, di cui la donna era ignara. Lungi dall’essere frutto di suggestione o follia, più volte ha avuto prova del mistero innegabile, a partire da un grande amore, fino all’arrivo del figlio maschio, Vito junior, figlio di Luisa, di cui la nonna sapeva già il sesso grazie ad una spifferata dall’aldilà.

Inarrendevolezza contorna la vita che Giuseppina Torregrossa, con dovizia di particolari, mette in scena. Anche dinnanzi alle avversità, a una donna siciliana non resta che dire «La vita è come una partita a sette e mezzo. Bisogna capire quando è il momento di chiamare carta e quando no. Ecco, per me è il momento di stare, sennò me ne vado in palazzo».

Fuga da Bisanzio
il Poeta e la Storia

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Non si studia per diventare poeti. Eppure è questa condizione, al pari della conoscenza, a fornire privilegiato punto di osservazione per la comprensione del mondo e del tempo in cui si vive. I surrogati non piacevano a Iosif Brodskij, ma poesia e conoscenza sono talmente diverse da non correre alcun rischio di essere scambiate per reciproci tali. Eppure ci si chiede come abbia fatto quest’uomo ad essere quello che è stato. La causa di questa domanda non risiede solo nella storia del suo popolo né in quella più recente del suo Paese. E ciò che ha avuto seguito al suo esilio era già determinato dal suo essere Brodskij. Come lui dirà a proposito di Mandel’štam, «La presenza di un’eco è il segno fondamentale di una buona acustica». Ciò che è riuscito ad essere era esattamente ciò che non poteva fare a meno (di essere). Il poeta e l’anima coincidono, e mi permetto di enunciarlo come un assunto, Brodskij a parte. Ovviamente ciò vale nelle circostanze in cui la parole poeta è da scriversi con la P maiuscola.

“Per una produzione onnicomprensiva, intrisa di chiarezza di pensiero e d’intensità poetica”, è la prize motivation del Nobel per la Letteratura 1987, certamente fedele, affidabile, ma eufemistica, impersonale tanto che la si potrebbe attribuire a una tale o talaltra delle illustri personalità che da più di un secolo ricevono questo riconoscimento. Non sarebbe onesto. Rifiutando i libri di scuola e poi la scuola stessa non si nutrì di pensieri altrui per giungere a personali conseguenti conclusioni, tantomeno di indottrinamenti. L’autonomia didattica accostata alla lucidità mentale, sebbene lui dica di avere una coscienza dissociata, lo hanno portato ad essere esente da ogni cosa, come una focalizzazione a parte della storia e nella storia, forse per il suo essere immune all’autorevolezza dei grandi nomi, pronto a fiutare al minimo soffio di vento anche la più labile traccia di propaganda, in dittature tanto quanto in democrazie. Persino il futuro, proprio in virtù della sua abbondanza, è propaganda, come ogni cosa che si ripeta serialmente e continuamente, come le foto di Lenin, come le calunnie – di cui qualche traccia resta sempre – come la carrellata di ottimismi spiattellati a coprire perdite, in guerra e in pace. Ogni lupo fa la muta.

fuga da bisanzioDobbiamo dunque ringraziare la dissociazione della coscienza se abbiamo avuto Brodskij, dobbiamo ringraziare la sua «fuga da Bisanzio»?

«L’arte di estraniarsi» dall’antisemitismo degli insegnanti, dagli interrogatori del KGB, dai giornali, dalla totale assenza di privacy negli alloggi ripianificati secondo il criterio sovietico della “condensazione”, dalle incoerenze del governo che condannava l’alcolismo e faceva grossi affari con il commercio della vodka (che rimanda al nostro tabacco), dagli ospedali psichiatrici dove ancora – sembra inconciliabile con, oggi unanimemente approvati, rispetto per i diritti umani e politiche sanitarie – non si smette di far rinchiudere chi è bene che non parli. Allora la colpa era lo status di poeta, un parassita della società, quell’incosciente «eresiarca». Ma anche oggi non è difficile trovare moventi.

Voce solista, nel panorama letterario, dalla spiccata umiltà, rappresenta una voce in capitolo preziosa per il pensiero tanto occidentale quanto orientale. Sebbene siano, queste, denominazioni spaziali del tutto relative e a testimoniarlo è lo stesso Paese nato dagli e negli influssi di popoli diversi a condizionarne la storia e la psicologia di un intero popolo. Ed è sulla storia stessa che il poeta, in qualità di saggista, getta una nuova luce. Risorsa a cui attingere è, tra le altre opere, “Less Than One”, pubblicata in Italia da Adelphi in più volumi tra cui spicca, tra letteratura, storia e etnologia, “Fuga da Bisanzio”. È curiosa qui la chiamata di un collegamento culturale che ribadisce quel motto sul lupo suddetto, abitudinario. Sull’uomo.

D’altronde «Mandel’štam era un ebreo che viveva nella capitale della Russia imperiale, dove la religione dominante era l’ortodossia, la struttura politica era essenzialmente bizantina e l’alfabeto era stato inventato da due monaci greci». Non ci si meravigli di questa grande insalata. Sbagliamo ogni volta che crediamo nell’immutabilità di una cultura, nell’eternità di un popolo come se fossimo sempre stati come oggi ci percepiamo, come se un solo ritratto possa esaurire il nostro repertorio. A testimonianza dell’aspetto contraddittorio, spiccano gli stereotipi che a partire dai totalitari regimi novecenteschi volevano i russi tutti comunisti, ebrei e mangiabambini, come se obbedire a un ordine comportasse fede e non terrore, come se gli ebrei non fossero stati perseguitati anche da quelle parti. Mandel’štam era colpevole di questo “crimine” ma, ancor di più, era poeta e il campo di concentramento sancì la sua morte. Brodskij “peccò” nelle stesse direzioni. Fu più fortunato. A suo dire, ebbe la fortuna di essere arrestato piuttosto che assoldato. «E’ l’esercito che in definitiva fa di te un cittadino; senza l’esercito hai ancora una probabilità, per quanto modesta, di rimanere un essere umano».

È satira amara quella del percorso attraverso la vita del popolo sotto il regime sovietico, dal totale controllo delle identità – ogni studente era schedato nei registri di classe – all’assoluta assenza persino del senso di possesso – persino le mutande erano ricavate dalla uniformi militari dei padri (uniformi indossate anche a casa a sancire autorità e prestigio sociale, uniformi i cui solini venivano staccati e cuciti sui colletti scolastici dei figli). Suscita tenerezza la ricostruzione della vita casalinga nella Russia sovietica nata non da una Rivoluzione ma da un golpe, trasformata da un «miope rivoluzionario assillato da una brama monomaniacale e tipicamente piccolo-borghese, la brama del potere» (Lenin). Il suo solo merito fu quello di aver salvato Petersburg dal delirio del “villaggio globale” e di aver installato la capitale, con rispettiva militaristica sede governativa, a Mosca. Così la vecchia sede della Corte degli Zar ha potuto preservarsi nella sua magia. Sono meravigliosi e surreali i ritratti che Brodskij fa della «città che ha cambiato nome» (almeno cinque). Ma pezzi della sua Russia sono anche le vicissitudini di Nadežka Mandel’štam, moglie del poeta omonimo, amica della poetessa che fu un caposaldo nella letteratura russa a Brodskij contemporanea, Anna Achmatova. In fuga dal KGB, Nadja troverà nella memoria la via per amare e preservare le poesie “fuorilegge” e i poeti.

I saggi sui Mandel’štam sono stati più volte segnalati come i migliori scritti sugli Autori, insieme a quello su Wystan Auden, che conobbe e da cui fu sostenuto dagli anni del suo esilio sino alla fine. Il poeta britannico si farà in quattro per far conoscere opere e personalità e fu negli USA che Brodskij ebbe giustizia. Sono due in particolar modo gli aneddoti che ci rivelano quale rapporto di stima reciproca e amicizia ci fosse tra i due Autori, a parte la lotta di Auden per riuscire a farsi dare del tu. Iosif scrisse che leggere Auden è «una delle pochissime strade (se non l’unica) disponibili per non vergognarsi di se stessi» e «A me il mondo sembrava in certo modo più accettabile perché da qualche parte, laggiù, c’era quella faccia» (la faccia del collega oltreoceano). Il secondo si ricollega bene con le riflessioni sulla lingua e sulla poesia. Infatti il poeta ha il diritto più di tutti di stravolgere il linguaggio, perché è il solo in grado di elevarlo. E allora, in occasione di una cena a Londra, l’ultima volta che il poeta russo vide Auden, essendo per lui troppo bassa la sedia, la padrona di casa gli porse due volumi dell’Oxford English Dictionary da mettere sotto il sedere: «Davanti ai miei occhi stava l’unico uomo che avesse il diritto di usare quei volumi come sedile».

Ampio spazio dedica alla poesia in genere, condannando la tendenza di alcune lingue a sezionare l’esperienza, analiticamente, sino a farne perdere i residui d’ambiguità, privando l’uomo di esercitare la funzione dell’intuizione nel porsi dinnanzi ai significanti, con conseguente «contrazione del significato, una delimitazione che recide via tutte le frange». È contro questo che si batte la poesia. Analizzarla equivale a mortificarla, a diluirne il fuoco. Ma la lingua è anche veicolo interpretativo della psicologia di un intero popolo. Un esempio crudo e cronologicamente a noi relativamente vicino è il raro uso della parola jevrei (ebreo). Tanto meno qualcosa ci è familiare, tanto più apparirà diversa, con conseguente sua condanna. Ma tornando alla poesia, a mortificarla, oltre che l’analisi, è anche la traduzione, lì dove finisce per esserne surrogato. «Intervenire allegramente sulla fisiologia del verso è un sacrilegio nel migliore dei casi, una mutilazione o un assassinio nel peggiore. Comunque è un crimine della mente». La metrica, la sonorità, il ritmo, i significati sottostanti vengono tutti stravolti nel passaggio da una cultura all’altra, eppure lì dove traduzione non è surrogato ciò vuol dire cultura, evoluzione attraverso il contatto.

È in questo che nella saggistica di Brodskij letteratura e storia si fondono. «Il lungo cammino di un portico greco che arriva alla latitudine della tundra è una traduzione».

È questa la Russia. Uno sguardo all’Impero ottomano, uno all’Europa, in un complesso strabismo. È da Bisanzio che tutto parte, è da Bisanzio che Bronskij fugge.

Fu il sogno di Costantino, quel “In hoc signo vinces”, che ha stabilito la storia successiva del mondo allora conosciuto. Ma ribadendo ancora una volta come lo sguardo del poeta fosse, appunto, quello di un Poeta, dunque libero, si vede crollare il mito. Che la fede nel cristianesimo dell’imperatore bizantino fosse non del tutto sincera è faccenda ormai ampiamente dibattuta, ma il senso di quella croce apparsa in sogno è ragionevole tanto quanto poco noto. Che non fosse simbolo del Cristo ma della funzione amministrativa del regno, e dunque del potere, ce lo dicono il fatto che la croce era la forma della pianta urbanistica tipica delle città romane, che al tempo il cristianesimo si affidava all’icona del pesce (acrostico greco della perifrasi che stava per Cristo) e che la croce della crocefissione, anche volendo riferirsi a tale episodio, somigliava più a una T. Che fosse ennesimo ricorso alla manipolazione della e attraverso la religione? È curioso come tutto cambi a seconda del punto di vista, come quello di Virgilio e di Ovidio su Enea, per il primo «eroe, guidato dagli dei», per il secondo «canaglia». La natura della spinta che lo animava non era diversa da quella di Costantino, come da quella del turista del «Kodak ergo sum». Così la causa del successo del cristianesimo, secondo l’Autore, è da attribuirsi non tanto alla parità di tutti gli uomini al cospetto di Dio, quanto invece la politica sociale di mutua assistenza. «Offriva un fine che giustificava i mezzi, perché provvisoriamente – cioè per tutta la durata della vita – assolveva dalle responsabilità […] eco antropologica dell’esistenza nomade, la sua trasfusione nella psicologia dell’uomo stanziale […] coinciso, in fondo, con esigenze puramente imperiali». Pesanti, impegnative affermazioni (sebbene nel testo poste nella veste di interrogativi – ennesima saggezza).

Altra spiegazione è quella della presenza di Roma. Oggi si dice che l’Italia cammina su determinati binari, per quanto riguarda le politiche e i sistemi valoriali della gente, per via di Roma-sede del Vaticano. Brodskij non sarebbe d’accordo. La Chiesa fiorì, viceversa, perché la gente aveva Roma. Impero e monoteismo si sposano come il politeismo con la democrazia, scrive. Sono i Cesari e il potere assoluto ad andare con non-avrai-altro-dio-all’infuori-di-me. Iosif conclude contento che alla fine lo Stato democratico l’ha avuta vinta. Ma davvero-davvero?

Il poeta-saggista ripercorre ancora, col suo peculiare genio, la Storia, con la scissione tra i due cristianesimi, occidentale e orientale, rispettivamente «Chiesa sposa del Cristo» e «Chiesa moglie dello Stato», con relative Storie. I tre discorsi di autodifesa di Socrate ad Atene, scrive Brodskij, a Bagdad sarebbero stati sostituiti da un immediato impalamento. Fu lo snaturamento del cristianesimo, privato della sua sostanza dalle sue “traduzioni”, che fecero sì che più tardi l’Islam trovasse terreno fertile per sovrapporsi al vecchio credo. Così si ebbe la “fuga da Bisanzio”: il cristianesimo, Costantino compreso, se la diede a gambe, direzione Nord. Quanto di ciò che giunse nella Russia di allora era già sufficientemente orientalizzato affinché la sua cultura si dispiegasse in maniera del tutto peculiare, continuando a nutrire quello stesso terreno dove non sarà difficile nemmeno per Lenin attecchire. All’Occidente rimase la «conoscenza di prima mano derivante dalle persecuzioni dei cristiani ad opera degli imperatori che avevano preceduto Costantino» – ed è a questo punto accessibile l’associazione con le medievali Crociate.

La conseguenza a Est fu l’onnicomprensivo anti-individualismo che privava ogni uomo della sua unicità e con essa della sacralità della vita, sino a rendere le persone portatrici di massacro. Si è tutti uguali, talmente uguali – e qui si percepisce altra allusione velata, fra le tante, all’URSS – che «non c’è modo di notare una perdita umana». Da lì in poi è stato tutto in discesa, inesorabile, persino le due bandiera (turca e sovietica) si somigliano. Ma Brodskij dà la colpa anche alle guerre innumerevoli e continue che hanno finito per vedere la fusione tra esercito e Stato. La politica stessa concepita come continuazione della guerra.

Tutto questo è nella lingua. È nella letteratura. «L’acqua può parlare solo di superfici, e di superfici scoperte. La raffigurazione degli interni fisici e mentali della città, del suo impatto sugli abitanti e sul loro mondo interiore, divenne il tema principale della letteratura russa fin quasi dal giorno stesso della fondazione della città». Ed è di San Pietroburgo che si parla qui, con il suo Neva «di argento liquido», specchio riflettente.

Ma anche l’arte può farsi portatrice di significati intensi e solo la sensibilità, anche estetica, di Brodskij poteva cogliere dettagli sottili e sfuggenti come quelli scaturiti dal confronto tra le due statue celebrative a Lenin, da un lato, e a Pietro il Grande, dall’altro. Il primo, sul tetto di un autoblindato, con la mano indicava il comando del KGB di Leningrado. Il “Cavaliere di bronzo” indicava invece, al di là del fiume, l’Università. Inutile far notare come anche a questi stratagemmi si ricorre – sempre che quanto emerso sia stato voluto – al fine di penetrate subliminalmente alla base della volontà stessa. Allo stesso modo, le cupole delle cattedrali orientali, scrigni che custodiscono tesori, sono frutto di quello che Brodskij chiama il «complesso della tenda» con il suo schiacciamento a terra, reduce dal bivacco nomade, che interrompeva ogni collegamento col cielo (all’opposto delle successive e occidentali cupole gotiche). Questa chiusura, la tondezza, lo “schiacciamento”, sono espressione della stessa dittatura, che fosse idolatria religiosa o politica. Dittatura e confusione identitaria rendono, per parafrasare l’Autore, «uno meno di “uno”» (less than one), un qualsiasi corpo tra i tanti cadaveri uccisi dalla guerra e dal fanatismo, un qualsiasi automa dalla psiche menomata dalla cieca obbedienza.

Si fa sentire ancora l’eco di Bisanzio, quello che tormenta Iosif. Uno psicolabile avrebbe presto slatentizzato una bella schizofrenia. Brodskij non seppe fare a meno di comprenderlo, quel peso. Furono forse i libri. Fu la poesia. Ossigeno anche nella democrazia, perché in fondo Mar Nero e Mar Tirreno hanno avuto e hanno stesso comune denominatore: l’uomo.

Così ci sarà sempre un Brodskij che fugge da Bisanzio.

 

 

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