Dino Campana e Sibilla Aleramo: “Un viaggio chiamato amore”.

 

“Egregia Sibilla

Vorrei scrivervi ma non posso. Sono orribilmente annoiato. Conoscere Walt Whitman? Non capisco come facciate a vivere a Firenze e a conoscere certa gente[…]”

Inizia così, con una lettera da una località nei pressi di Firenze in risposta alla prima che Sibilla aveva scritto a Campana – dopo la lettura dei Canti Orfici, il 10 giugno 1916 – l’intenso carteggio  tra i due poeti, che diverrà la testimonianza di una vera e propria tormentata storia d’amore, che si snoda tra il 1916 e il 1919, e che verrà intitolato Un viaggio chiamato amore. Carteggio appassionato e rapsodico quello tra due figure di spicco della letteratura del nostro ‘900.

Una storia d’amore che avvince per verità e passione, tormenti, violente gelosie, slanci amorosi e momenti d’estatica compassione, resi palpabili e grazie alla testimonianza di una scrittura che fugge le impostazioni canoniche di qualsiasi testo letterario.

Dino Campana, poeta toscano che affonda le sue radici nel simbolismo e in quella corrente dell’orfismo (Canti Orfici, 1913), che tanto ha influenzato generazioni di letterati ( per citarne uno su tutti: Alda Merini, La presenza di Orfeo, 1953) e di cui parla Pier Paolo Pasolini, in un articolo scritto per la rivista Paragone, del 1954. Uomo e poeta che, proprio come la Merini, ha subito il trauma dell’internamento psichiatrico

Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, scrittrice e poetessa italiana, autrice del romanzo Una Donna (1906), in cui il suo impegno femminista assume tutta la magnificenza e il potere rivoluzionario che poteva essere concesso a stento ad una donna ingabbiata in clichè, che si serviva della scrittura in nome dell’affermazione di una vita libera, contro la costrizione dell’esistenza, che un’ipocrita ideologia di sottomissione intendeva imporre alle donne. Donna di grande intelletto, corteggiata da eminenti personaggi della cultura del primo Novecento, tra cui personalità come Salvatore Quasimodo, Clemente Rebora, Umberto Boccioni.

L’Aleramo e Campana si conobbero durante la Grande Guerra: lei estremamente mondana e grande frequentatrici di salotti, lui schivo e appartato, affetto da quella grave forma di nefrite, per cui era già stata diagnosticata la malattia mentale nel 1915. La vicenda amorosa nasce subito da una grande empatia letteraria, da un grande sentimento di compassione di Sibilla per Dino, e da una grande stima reciproca. Il fuoco dell’amore s’insinua nella scrittura dei due poeti,e diviene compulsiva e ritmata dai numerosi litigi (Campana era fortemente geloso) e dai continui abbandoni di Dino, spesso disturbato da improvvisi attacchi nevrastenici, che lo  portavano a fughe improvvise, lasciando nella disperazione e nella solitudine una Sibilla distrutta dall’amore accecante. Ma Campana era anche un amante dolce, e spesso le corrispondenze con l’Aleramo, diventavano vere e proprie dichiarazioni di un amore smisurato, purtroppo contaminato da una forma di affezione patologica nei confronti della scrittrice, e di cui lo stesso Campana era lucidamente cosciente.

Grazie al tormento amoroso e ai carteggi fortunatamente rinvenuti, da editori come Emilio Cecchi, siamo in grado di poter assistere alla grande comunione creata tra amore e poesia. Che si possa forse, (proprio ripescando dal Simbolismo), cucire addosso alle figure di questi due amanti le vestali di un Orfeo e della sua Eruridice? E’ una probabilità per cui molte ipotesi potrebbero essere considerate. Ma qui parliamo d’amore, e per rendere omaggio alla maestosità e alla verità della storia della nostra tradizione letteraria, riportiamo una delle lettere scritta da Sibilla a Dino, a testimonianza di quanto sopra riportato:

Epistola IX

Sibilla a Dino

Villa La Topaia – Borgo S. Lorenzo – domenica/lunedì – 6/7 agosto 1916

“Perché non ho baciato le tue ginocchia?

Avrei voluto fermare quell’automobile giù per la costa, tornare al Barco a piedi, nella notte, che c’è il tuo petto per questa bambina stanca.

Tornare. Come una bambina, questa del ritratto a dieci anni. Non quella che t’ha portato tanto peso di storie di memorie affannose, che t’ha parlato come se stesse ancora continuando il suo povero viaggio disperato, come se non ti vedesse, quasi, e non vedesse lo spazio intorno, le querele, l’acqua, il regno mitico del vento e dell’anima. Tu che tacevi o soltanto dicevi la tua gioia. Sentivi che la visione di grandezza e di forza si sarebbe creata in me non appena io fossi partita? Nella tua luce d’oro. E non ho baciato le tue ginocchia.

I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il ciclo.

Non ho saputo che abbracciarti. Tu che m’avevi portata cosi lontano. Che il giorno innanzi ascoltavi soltanto l’acqua correr fra i sassi. Oh, tu non hai bisogno di me!

È vero che vuoi ch’io ritorni? Come una bambina di dieci anni. È vero che mi aspetti? Rivedere la luce d’oro che ti ride sul volto. Tacere insieme, tanto, stesi al sole d’autunno. Ho paura di morire prima. Dino, Dino! Ti amo. Ho visto i miei occhi stamane, c’è tutto il cupo bagliore del miracolo. Non so, ho paura. È vero che m’hai detto amore! Non hai bisogno di me. Eppure la gioia è cosi forte. Non posso scriverti. Verrò il 19. dovunque. Il 14 resterò qui; a Firenze andrò poi per un giorno. Son tua. Sono felice. Tremo per te, ma di me son sicura. E poi non è vero, son sicura anche di te, vivremo, siamo belli. Dimmi. Io non posso più dormire, ma tu hai la mia sciarpa azzurra, ti aiuta a portare i tuoi sogni? Scrivimi.”

 

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