Sugheri e boe

RUBRICA DI LETTURE di Giulia Sottile

 

Quasimodo e La Pira

Intorno a inediti

 

Ogni tanto, alle falde dell’Etna, in grigi pomeriggi d’autunno inoltrato, qualcuno riceve un dono.
Si tratta di quel tipo di doni invisibili che all’improvviso irrompono senza invito e ti destinano a guardare con orgoglio a quel pezzo di te che ormai essi rappresentano. S’intrecciano ad avventure fuori porta e ad anime nascoste di superstiti preziose realtà.
Conobbi Grazia Dormiente due anni fa, nella sua città natale, e fui investita dalla grinta racchiusa in una statura di poco inferiore a quella della sottoscritta (ch’è tutto dire). In realtà l’avevo incontrata molto prima, completamente ignara di chi fosse. Arrivata in ritardo al Lachea di Acitrezza, capitai seduta accanto a lei, sotto la finestra di fianco al banco dei relatori, a uno degli ultimi interventi pubblici di Pietro Barcellona, il convegno di studi organizzato da Mario Grasso dal titolo “Il verso e l’Es”. Era l’ottobre del 2011 e scoprii l’allora CIAS, Convergenze Intellettuali e Artistiche Siciliane. Ero un po’ troppo al centro dell’attenzione e accanto a me c’era una poetessa che, pensai, doveva essere un tipo sui generis, chissà da dove spuntava! La personalità incandescente di questa donna, così come la percepii in quel breve sprazzo, è forse ciò che ricordo più nitidamente di quell’evento, oltre al colore del rossetto di una tra le giovani relatrici e il fatto di essere seduta decisamente troppo al centro dell’attenzione! Ma ero ai primi approcci con un nuovo mondo, un po’ disorientata, e si sa, chi ultimo arriva… eppure oggi mi accorgo che alloggiai proprio bene se quella signora esplosiva era Grazia Dormiente, che nella sua semplicità, nella sua schiettezza, quasi intimidiva. Il passo successivo è però la percezione di qualcosa di familiare, come davvero facesse da sempre parte della tua famiglia. Questa almeno fu la mia percezione quando la ritrovai poco più di due anni fa, in occasione della presentazione del mio primo libro nella città del cioccolato azteko, quando le fu conferito il riconoscimento simboleggiato dal Marranzano d’Argento. Ed è infatti quella città, tra le altre, che custodisce il mistero del “genio siciliano”. Pozzallese di adozione, Grazia Dormiente è nata a Modica, che diede i natali a Salvatore Quasimodo e, in epoca contemporanea, ad Antonio Scivoletto e Domenico Pisana, e fiumi di pagine potrebbero essere scritte sull’indole dei modicani intrecciata alla musica, all’arte, alla letteratura, senza omettere gli anni in cui vi ha dimorato Vitaliano Brancato adolescente e quelli di Serafino Amabile Guastella docente.
Il genio di Dormiente, visibile sul suo volto, viene confermato dalle sue opere, ora poetiche ora scientifiche legate alla ricerca etnoantropologica del genere di studi che sono stati approfonditi, tra altri, in modo eccellente dal palermitano Giuseppe Pitrè e dal chiaramontano Serafino Amabile Guastella. Quanto a cultura materiale e tradizioni popolari dell’area iblea, possiamo disporre di puntuali pubblicazioni della poetessa modicana, nate da impegnative e continue ricerche, come quella sull’apicultura, che hanno dato esito alla geniale e preziosa opera poetica “Alfabeto delle api”.
E il dono? Ma quell’avventura fuori porta di quel grigio pomeriggio che mi ha portato, in compagnia dei miei cari compagni di brigata, alla casa della poetessa. E il dono era già tutto lì, nel tempo trascorso insieme, nella spontanea e generosa ospitalità, nei lasciti umani e culturali di una personalità coraggiosa, nel delizioso Morsi di Luce (!), ma ha voluto concretizzarsi materialmente nelle pagine del nuovo libro di Grazia, “Quasimodo e La Pira. L’operaio dei sogni e l’operaio del Vangelo” (ed. Prova d’Autore, 2016), altro tassello di quel mosaico che l’Autrice contribuisce a ricostruire, partendo dal principio che – per citare lo stesso La Pira – la memoria “salva le cose che vanno consegnate”.

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Giorgio La Pira

 

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Sin dagli anni ’80 Grazia Dormiente si occupa in qualità di operatrice culturale di perpetrare la memoria della personalità e dell’opera di Giorgio La Pira, con mostre, convegni, concorsi, associazionismo (“Giorgio La Pira – spes contra spem”), pubblicazioni (curatela di “Giorgio La Pira, lettere e scritti”; “Giorgio La Pira a Pozzallo” negli atti del convegno di apertura delle celebrazioni per il centenario della nascita), sino al ritrovamento di inediti tra lettere, cartoline e telegrammi che, immortalate nel suo nuovo libro, sono testimonianza di un intervallo cronologico (1923-27) che la critica letteraria ha ritenuto lacunoso, e per il quale, ci dice l’Autrice, si è pensato Giorgio La Pira, una volta a Firenze, avesse troncato ogni rapporto con la propria terra. Ma sono anche testimonianza dell’amicizia profonda che non si è mai interrotta con Salvatore Quasimodo.
«Carlo Bo sosteneva che si dovrebbe insistere a lungo sul sodalizio del poeta con la Pira. (…) Che cosa aggiungono tali inediti al già prezioso carteggio? / Essi chiariscono la reciprocità di un’esigenza di ricerca sul senso della poesia e sul ruolo del poeta, vissuti con impegno totale e motivati con inequivocabile autenticità. Confermano il tono alto della loro corrispondenza, attestano il valore del rapporto umano, tra due personalità diversissime – per temperamento, opzioni politiche e scelte di vita – e tuttavia legate da un sentimento profondo e delicato – fatto di rispetto e di teneri affetti – che mai conobbe calo di tensione», scrive Grazia Dormiente.
Vi sarebbe inoltre da aggiungere che l’apporto della sicilianità sulla personalità di La Pira è stato sin ora marginalizzato persino dalle biografie lapiriane più accreditate. Soprattutto Pozzallo, porta a mare, “culla della speranza di pace e di giustizia dei tanti Sud del mondo” (come la definì Amintore Fanfani in una lettera alla famiglia di La Pira), fu un costante punto di riferimento per tutta la vita. Questo va detto e riconosciuto, quantomeno per contrapporsi a quell’indole siciliana che è solita fare come la volpe con l’uva, come nell’efficace esempio che l’Autrice porta con le parole di monsignor Loris Capovilla: «Giorgio La Pira non ha legato il suo nome ad un edificio in muratura, ad un intervento legislativo; non ha favorito la carriera di chicchessia, non ha controllato e pilotato movimenti e partiti. Lo dissi ai suoi concittadini, i quali, come accade ovunque, si sarebbero compiaciuti di segnalare un edificio o un complesso industriale legato alla di Lui intraprendenza. Un brav’uomo mormorò tra i denti: “per Pozzallo non ha fatto niente”».
Dal Carteggio Quasimodo-La Pira (1921-64), e ancor di più oggi con la pubblicazione di questi inediti, sappiamo che non fu così. Un’altra amicizia mai interrotta fu per esempio quella con Giuseppe D’Angelo, allora aspirante sacerdote, e sappiamo dello smarrimento di molti altri fogli a testimonianza delle numerose corrispondenze con Pozzallo e, in generale, con la Sicilia.

 

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Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo

Quasimodo nasce a Modica nel 1901, La Pira a Pozzallo nel 1904; i due, «cresciuti nelle baraccopoli» post-terremoto del 1908,consolidano la loro amicizia a Messina negli anni 1917-19, quando hanno rispettivamente 16 e 13 anni e frequentano lo stesso istituto tecnico; La Pira si era trasferito presso lo zio materno per poter continuare gli studi (allora a Modica erano presenti solo scuole elementari); Quasimodo, a causa dei rapporti conflittuali col padre, aveva lasciato Modica e, insieme all’amico Giorgio, teneva la contabilità dell’azienda di rappresentanze commerciali dello zio suddetto. Al ‘17 risale la fondazione del “Nuovo Giornale Letterario”.
I temi più ricorrenti della loro corrispondenza negli anni a seguire furono la spiritualità e la poesia, quel «binomio preghiera-poesia» che ha accompagnato entrambi divenendo sostegno nei momenti più duri. La Pira stesso, oltre a definire la poesia di Quasimodo “francescana”, attribuisce a questa forma artistica una particolare sfumatura di senso («via privilegiata per accostarsi al mistero profondo dell’Essere») e altrove scrive che la poesia è «chiamata a cogliere il palpito invisibile delle cose visibili».
«Nonostante la divaricazione dei loro destini esistenziali e delle loro scelte ideologiche, rileviamo tuttavia che entrambi, esuli per vocazione, contribuirono a aedificare con la loro testimonianza il mondo, ferito dalle lacerazioni materiali e morali dei totalitarismi e delle guerre devastanti».

 

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La memoria salva le cose che vanno consegnate. Lo ricordiamo come ce lo ricorda Grazia Dormiente, con il suo nuovo lavoro di cui va apprezzato, professionalità esclusa, l’orientamento pratico, come emerge nella concretezza delle conclusioni tese alla riorganizzazione del sistema legato alla fruizione dei beni culturali e del patrimonio quasimodiano, con l’obiettivo di agevolare il turismo culturale modicano. È ancora una volta la conferma della personalità della poetessa e letterata nonché educatrice per tutti gli anni dell’attività di docente nei Licei statali, al momento di sollevare il naso dai libri e rimboccarsi le maniche, modello per tutti coloro che amano la cultura e si chiedono cosa fare per tenerla in vita.

 

 

 

 

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