Céline: un Voyage immaginario. Tra nazifascismo, ebraismo, antisemitismo e sionismo.

Sto facendo fucilare tutti gli antisemiti.
(Nietzsche in uno dei suoi “Biglietti della follia”,
spedito da Torino e firmato “Dioniso”).

“Allora, quand’è che vi farete circoncidere anche voi?”.
(R. Peyrefitte, Gli ebrei, 1965).
                                                                                                          
 

Non sono pochi gli studi dedicati a Louis-Ferdinand Céline, ma nessuno scritto come il raro Céline in camicia bruna (1938; nuova traduzione presso Stampa Alternativa, 2013) del giornalista e poligrafo Hanns-Erich Kaminski – ebreo tedesco nato da un’agiata famiglia di commercianti, trasferitosi a Parigi nel 1933 dopo la presa del potere da parte dei nazisti – ingenera tanti equivoci: fino a essere considerato, dagli anticéliniani ‘per principio’ e da lettori disattenti, una prova dell’accusa di collaborare coi nazisti rivolta a un Céline le cui innovazioni lessicali il critico e filologo Gianfranco Contini assimila al romanzo italiano Horcynus Orca (1975) di StefanoD’Arrigo (Schedario degli scrittori italiani moderni e contemporanei, 1978).
L’accusa è scortata dal mandato d’arresto del 19 aprile 1945, emesso dal giudice istruttore della Corte di Giustizia Alexis Zousmann ed eseguito il 17 dicembre 1945 in Danimarca: “Ordiniamo a tutti gli ufficiali giudiziari o agenti della forza pubblica di arrestare e condurre in carcere […] Destouches, Louis-Ferdinand, detto Céline […,] attualmente imputato latitante per infrazione agli articoli 75 [intelligence avec l’ennemi] e seguenti del Codice penale”.
La carcerazione di Céline è preceduta, nel maggio dello stesso anno, da quella del poeta americano, residente in Italia, Ezra Pound: arrestato dai partigiani per il suo fervore filofascista (chiama Mussolini “il Boss”) e detenuto in un campo militare nei pressi di Pisa prima di essere trasferito, il 16 novembre, negli Stati Uniti e internato nel manicomio di St. Elizabeth a Washington dopo un processo che lo dichiara infermo di mente.

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Quando, il 3 dicembre 1949, il commissario governativo René Charrasse pronuncia la requisitoria contro Céline riesce a provarne non l’intesa coi nazisti ma soltanto il risaputo antisemitismo, non ancora previsto come reato dal Codice penale, di un outsider ‘maledetto’ per vocazione e di ‘uno contro tutti’ per scelta. Lo attesta l’apocalittico La bella rogna (1941) con cui Céline attacca indiscriminatamente ebrei, massoni e Chiesa cattolica, americani, inglesi, tedeschi e pure francesi, compreso il maresciallo Pétain, Presidente della Francia di Vichy e fantoccio hitleriano che lo scrittore definisce un “rimbambito” (e sono i complici di Vichy a contribuire, durante l’occupazione dal 1940 al 1944, alla deportazione di oltre 70.000 ebrei francesi)… Riscontri, questi, della distanza di Céline dalla canaille intellettuale fedelmente collaborazionista, identificata nei Maurras, Barrès, Brasillach, Bonnard, Spinasse, Chardonne, Béraud, Sachs, Benoist-Méchin, Chateaubriant, Rebatet, Fontenoy o Drieu La Rochelle. Senza escludere, tra i politici (gli ex comunisti Doriot, Capron, Pascal, Clamamus, o gli estremisti di destra Henriot, Bucard, Darnand), il futuro Presidente della Francia (dal 21 maggio 1981 al 17 maggio 1995) François Mitterrand, militante a Vichy prima di passare nei ranghi della Resistenza (“Se la Francia non vuole perire in questa melma,” scrive Mitterrand su “France. Revue de l’État nouveau”, dicembre 1942, “gli ultimi francesi degni di tale nome devono dichiarare una guerra senza quartiere a quanti, all’interno o all’esterno, si preparano ad aprirne le dighe: ebrei, massoni, comunisti… sempre gli stessi e tutti gollisti”); o, in Germania, Martin Heidegger, filosofo d’un antiumanismo razzista e antisemitaancora prima del 1933, anno durante il quale, il 10 maggio, Goebbels presiede col filosofo nazista Alfred Bäumler al rogo di libri nell’Opernplatz di Berlino.
Dopo una prima fase che configurerebbe un Céline ‘di sinistra’, antimilitarista e pacifista, avviene l’adesione smaccata dello scrittore all’antisemitismo diffuso in un contesto afflitto dagli sconvolgimenti sociali nei primi decenni di un secolo che, nel primo dopoguerra, è investito da pesanti dissesti economici. È la ‘Grande Depressione’: collassano le valute (quando, in Germania, una sporta piena di marchi non basta per comprare un po’ di cibo), s’accentua l’inflazione nei Paesi capitalistici, si fanno massimamente iniqui i pesi fiscali, sempre gravanti sui ceti meno abbienti, e la disoccupazione si presenta drammatica. Nel 1932, mentre agonizza la Repubblica di Weimar nata nel 1919 dopo la sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale, sono trenta milioni i disoccupati nel mondo, tre volte di più che nel 1929; con esclusione dei diseredati dell’Asia e dei ‘disoccupati parziali’ che sopravvivono lavorando in imprese rimaste inattive per più giorni alla settimana.
Tutte evenienze, queste, connesse con le spinte autoritarie e il diffuso estremismo nazionalista stabilizzato dall’avvento dei regimi populistico-dittatoriali: nel 1922 in Italia (con a capo Mussolini, ispiratore del nazismo e complice di Hitler anche nella persecuzione degli ebrei, accentuata durante la Repubblica di Salò, 23 settembre 1943-28 aprile 1945), nel 1923 in Bulgaria, 1924 in Albania, 1929 in Iugoslavia, 1932 in Portogallo con lo Estado novo di Salazar, 1933 in Germania. Questa nazione, dopo un apparente rilancio dell’economia dal 1926 al 1929, dal 1930 subisce in modo particolarmente grave gli effetti della crisi economica degli Stati Uniti (crollo della Borsa di New York il 24 ottobre 1929) e nel 1932 conta oltre sei milioni di disoccupati (un milione in Italia nello stesso periodo).
Il default mondiale, nei novecenteschi anni Trenta risolto con provvedimenti democratici in America, nell’Europa dei poteri reazionari viene strumentalizzato per annullare i diritti sociali, perfezionare le forme di sfruttamento, imporre delle dittature, favorire l’industria delle armi e preparare nuove guerre.

“Il libro di Kaminski è un falso” eccepiscono alcuni biografi e studiosi di Céline. Lo è, ovviamente, nel senso che Céline in camicia bruna (cioè di colore marrone o castano) è opera di fantasia nonché una caricaturale intemerata redatta, sembrerebbe non senza soprassalti di rammarico, da chi, dapprima conquistato dal talento del narratore di Viaggio in fondo alla notte (1932), romanzo anticolonialista che la scrittrice e biografa di Mussolini, Margherita Sarfatti, di famiglia israelita, condanna come un’espressione di “non fascismo” (Céline,“La Stampa”, 5 agosto 1933), e di Morte a credito (1936), capolavori di un genio linguistico già schierato con gli oppressi, si sente deluso dall’‘altro’ Céline: quello che nel 1937, marcando un’incoerente cesura fra il ‘primo’ e il ‘secondo’ tempo della propria opera, pubblica lo scartafaccio di Bagattelle per un massacro, tradotto in Italia nel 1938 in coincidenza con la promulgazione delle “Leggi razziali” annunciate da Mussolini il 18 settembre 1938 dal balcone del Municipio di Trieste. Seguono da parte del Duce, il 10 giugno 1940, le velleitarie Dichiarazioni di guerra a Francia e Gran Bretagna, e, l’11 dicembre 1941, all’America.
Ma conta la notizia che Bagattelle, presto ritirato dal commercio, l’autore prenda a scriverlo dopo che un impresario ebreo, impegnato nell’Esposizione Universale del 1937 a Parigi, gli respinge la sceneggiatura per balletto della commedia La Chiesa (1933) e di alcune parti – i “Balletti” -di Bagattelle? E talvolta non si ravvisa un compiaciuto, scapato dispetto nelle azioni del tormentato scriba di Courbevoie?
Badiale libello antisemita e xenofobo che vorrebbe scongiurare la prospettiva d’una guerra ipoteticamente fomentata dagli ebrei ed è dedicato al romanziere ebreo Eugène Dabit, Bagattelle (in un’intervista del 2009, il saggista e direttore del “Bulletin célinien” Marc Laudelout ne segnala l’“umorismo straordinario”: affermazione confortata dal giudizio di André Gide che, nel saggio Gli ebrei, Céline e Maritain pubblicato nel n. 295, aprile 1938, della “Nouvelle revue française”, reputa Bagattelle principalmente “un gioco letterario”)risulta un magmatico, rancoroso, allucinato, grottesco e, dopotutto, poematico divertissement: un iperbolico lusus partecipe della campagna di delazione e discriminazione contro la minoranza giudaica. Campagna ufficializzata con le Leggi di Norimberga del settembre 1935 escludenti gli ebrei dal diritto di voto, dagli impieghi pubblici, dalle attività commerciali, dalle banche, dall’esercizio delle professioni liberali e dall’editoria. Illegale è dichiarata anche la macellazione di animali secondo le regole ebraiche.
Seguono, il 9 novembre 1938, le violenze della “Notte dei cristalli” contro i nazisti dissidenti. In tale data e nei giorni successivi si scatena in Germania una persecuzione (pogrom) che, guidata da Reinhard Heydrich, capo della Gestapo, la Polizia politica del Terzo Reich, provoca centinaia di morti e altrettanti feriti. Sinagoghe, negozi, case di ebrei facoltosi subiscono devastazioni e saccheggi, con migliaia di persone condotte nei campi di concentramento di Dachau, Sachsenhausen e Buchenwald (tra il 10 e il 13 novembre, solo a Buchenwald giungono più di diecimila prigionieri).
A incrementare i finanziamenti ricevuti dall’alta borghesia industriale e agraria, il Partito nazista s’impossessa delle proprietà immobiliari e dei patrimoni degli ebrei più ricchi: l’ordine impartito è l’“arianizzazione” dei beni ebraici… Con sempre maggiore evidenza va emergendo come il razzismo e le azioni persecutorie verso i cittadini d’origine giudea celino, in primo luogo, motivi di natura economica. La casta militare, l’industria, le organizzazioni produttive agricole della Germania hanno bisogno di denaro, e le banche risultano in gran parte sotto il controllo di ebrei che sono anche creditori nei confronti dei possidenti agrari, degli industriali e di varie istituzioni.
C’è pertanto da osservare che l’eliminazione degli ebrei, descritti anche dall’antisemitismo sinistrorso (non è allora troppo contraddittorio che, proprio in Bagattelle, Céline dichiari: “Me, io, mi sento comunista senza un atomo di dubbio!”) come primari soggetti dell’accumulazione parassitaria del capitale nonché biechi plutocrati manipolatori della finanza e responsabili della crisi economica, possa servire a riassestare le risorse di certa classe dirigente tedesca e dare l’avvio a un imponente riarmo.

Lo sterminio sistematico non è ancora programmato: la “soluzione finale”, ufficializzata da Hitler nel 1942 per levare dal mondo ciò che il dittatore chiama il “giudeo-bolscevismo”, prevede l’uccisione in serie degli ebrei mediante l’uso di gas letali.
In Germania, ormai, l’antisemitismo è divenuto un obbligo giuridicamente sancito e non c’è posto per chiunque abbia origini ebraiche più o meno conclamate.
Presto segue la Shoah, il massacro che, seppure scientificamente documentato e universalmente riconosciuto, vorrebbe essere smentito da storici antisemiti come il francese Robert Faurisson e l’inglese David Irving, o dall’antisionista e giudeofobico Mahmud Ahmadinejad che, insediatosi alla presidenza dell’Iran nel 2005, proclama l’Olocausto “un grande inganno” e un “mito”.
Dal canto suo, Céline, antisemita non più degli anarchici Proudhon e Bakunin o antisemita quant’è stalinista, da giovane, la poetessa polacca poi Premio Nobel (1996) Wisława Szymborska, ossessionato dall’idea che le potestà giudaiche preparino un nuovo conflitto europeo, contribuisce con Bagattelle all’odio diffuso: “L’ebreo è dittatore nell’anima. Dovunque e sempre, la democrazia è stata solo il paravento della dittatura ebrea”; “L’ebreo può fare il deserto attorno a qualsiasi affare, banca, industria, teatro o giornale”; “Se Einstein non fosse youtre, se Bergson non fosse circonciso, se Proust fosse soltanto bretone, se Freud non avesse il marchio giudaico… si parlerebbe molto meno degli uni e degli altri…”; “Gli ebrei sono piuttosto maldisposti per le arti, biologicamente, dal fondo stesso della loro natura”; “La politica del Vaticano è sempre a favore della giudaglia”; “La razza semita non esiste, è un’invenzione di massoni, l’ebreo non è che il prodotto d’un incrocio di negri e di barbari asiatici”; “Gli ebrei mancano disastrosamente di emozione diretta, spontanea”; “L’ebreo mente più di quanto respiri”; “Siamo in pieno fascismo ebreo”; e via smaniando. Salvo contraddirsi quando, moderandosi, scrive: “Non ho niente di speciale contro gli ebrei in quanto ebrei, voglio dire in quanto semplicemente poveri diavoli come noi, tutti, bipedi alla ricerca di un pezzo di pane…”.
Sono frasi in libertà espiate col carcere (Céline: “Ho fatto diciotto mesi di cella, non so perché. […]. Creperò lontano dal mio ambulatorio. Non saprò mai perché”, “Le Crapouillot”, aprile 1950) da un uomo che, devoto anzitutto al suo mestiere di malpagato medico dei poveri (Céline: “Non voglio essere altro che un semplice medico di banlieue…”, “Semaine du Monde”, n. 89, 23 luglio 1954), non è un collaborazionista e nemmeno un fiancheggiatore militante, non indossa la camicia bruna e, comunque, come autore non ha, all’epoca, circolazione in Germania poiché tanto il Voyage quanto Morte a credito sono tra i libri bollati come ‘arte degenerata’. Inoltre, appura Marina Alberghini nella cospicua biografia Louis-Ferdinand Céline gatto randagio (2009), “mai Céline parlerà di perseguitare gli ebrei, men che meno di rinchiuderli in campi. […]. Quando, nel dopoguerra, egli verrà come tutti a conoscenza dei campi di sterminio, come tutti inorridirà”. Aggiunge la moglie di Céline, Lucette Almanzor, parlando con l’allieva Véronique Robert: “Quando ha saputo cosa era realmente successo nei campi di concentramento, ne è stato orripilato, ma non ha mai potuto dire: ‘Mi rincresce’. Non gli è mai stato perdonato di non avere riconosciuto i suoi torti. Non ha mai detto: ‘Mi sono sbagliato’. Ha sempre detto di avere scritto i suoi libelli nel 1938 e nel 1939 con uno scopo pacifico, e niente di più. Per lui, gli ebrei spingevano alla guerra e lui voleva evitarla. Tutto qui” (Céline segreto, 2001).

Kaminski tiene conto delle céliniane invettive antiebraiche allorché, nel suo racconto con personaggi e luoghi ricreati o inventati, getta sulla scena un protagonista oppresso da masochistica paranoia; e che, aggirandosi per i quartieri di Parigi, nota sorpreso come, dopo il successo dei suoi primi due romanzi, ognuno, finanche l’arcigna portinaia del suo condominio, lo guardi palesando simpatia.
Adesso lui trascura i suoi pazienti e, ogni mattina, fa apposta a recarsi in ritardo all’ambulatorio. Strano, non c’è nessuno che protesti. Cerca tra la corrispondenza accumulata sul suo tavolo qualche lettera d’insulti o una recensione negativa sui suoi libri, ma niente. ‘Purtroppo’ trova solo lettere di ammiratori, di giovani autori che vorrebbero emularlo e anche di persone che gli chiedono del denaro o vorrebbero vendergli un’automobile. Mentre lui, sospettoso e insidiato dalla paranoia, convinto che si tenti d’imborghesirlo, vorrebbe essere biasimato, magari spiato, perseguitato, odiato. “Li costringerò a odiarmi” si ripromette. Provocarli, farli arrabbiare?… Ma come?
Passano i giorni e le settimane, una domenica dopo l’altra. Quale angoscia, per lui, non sapere che fare di se stesso! Finché una volta, vagando senza meta, giunge al mercato delle pulci e fa un inaspettato incontro con il poeta Paul Morand intento a conversare con degli ebrei, grandi elettori dell’Académie Française dai quali s’aspetta un appoggio per fare carriera.
Le rivelatrici confidenze di Morand, diffusosi nella fenomenologia dell’onnipotenza ebraica, persuadono subito il malumoroso Céline della necessità di combattere la stirpe semita… È anche così che, in certi frangenti storici, l’ebreo diventa il “bersaglio naturale di tutti gli scontenti” rileva Arthur Koestler nel romanzo Ladri nella notte (1946) ambientato nella Palestina degli anni 1937-39 invasa da migliaia di ebrei giunti per conquistarsi una patria.
“M’avete aperto nuovi orizzonti, mio caro Morand”: comincia con questa frase attribuita a Céline l’immaginario referto di Kaminski.
Ora seguiamo l’autore del Voyage recarsi in rue Roquépine, presso l’Ufficio stampa della Gestapo, per procurarsi degli opuscoli antisemiti, poco importa se infarciti di false informazioni, ai quali penserebbe d’attingere per scrivere il suo libello.
“Un buon nazista non cerca informazioni, le inventa” lo catechizza l’ufficiale nazista. Le citazioni? Meglio se posticce o inventate di sana pianta. Le statistiche? “Un antisemita perfetto fabbrica da sé le proprie statistiche”. Qualcuno potrebbe obiettare? Sicuramente si tratterebbe di un ebreo o di un soggetto al soldo degli ebrei.
Presto si giunge a parlare di affari, e lo scrittore strappa la più gratificante proposta di contratto per la pubblicazione delle proprie opere in Germania: ogni titolo sarà stampato in cinquantamila copie e i diritti d’autore saranno ultravantaggiosi, pari al trentacinque per cento.
A questo punto, Kaminski sospende la sua cronaca di supposizioni spiegando: “Sono stato un grande ammiratore di Céline e avrei voluto restarlo”. In particolare, apprezza per il lessico e le atmosfere psicologiche il romanzo Morte a credito, l’autobiografia, quasi un’autoanamnesi psicanalitica, di un’anima esacerbata che, senza edulcorazioni e spietatamente, sempre e soltanto scrive di sé. “Come non discernere tra i suoi orrori un cuore in pena che è proprio quello dell’autore?”.
Con riferimento al céliniano Mea culpa (scritto nel 1936 e pubblicato nel 1937, lo stesso anno dell’edizione di Bagattelle), un attacco all’Unione Sovietica con cui Céline rigetta i suoi idealistici convincimenti paracomunisti, Kaminski, a proposito di quel fenomeno di ‘fascismo rosso’ generato da Stalin, scrive: “A scanso di equivoci, tengo a dire che anch’io sono disgustato da quanto accade in Russia. Ma uno deve diventare reazionario perché la Rivoluzione russa ha degenerato come, almeno fino ad oggi, hanno degenerato tutte le rivoluzioni? Bisogna, dato che Stalin è diventato un despota demagogico, ricorrere ad altri demagoghi più vecchi, più sperimentati, più incalliti? Si deve, poiché un’onnipotente amministrazione si è impadronita in Russia d’una caricatura di potere proletario, abbandonare ogni solidarietà e ogni rispetto per gli umili, gli oppressi, coloro che soffrono, spesso senza consapevolezza, come il ragazzo di Morte a credito?”.
Dopo lo ‘strappo’ di Mea culpa, Kaminski evidenzia in che modo Céline prenda a professare, oltre a una torbida vanità da parvenu senza gratitudine per nessuno, un’inarrestabile deriva razzista culminata in Bagattelle, cacofonia di attacchi contro l’universo mondo, di asserzioni pregiudiziali e gratuite a inscenare un teatro di recriminazioni contro nemici fittizi, compendiati nell’adunco profilo dell’ebreo assunto all’origine d’ogni male.

Hitler è al potere dal 1933 e la crisi della democrazia è al culmine, ma Céline, che ora Kaminski si raffigura in marcia coi nazisti (“Stavolta, è il poeta che segue il boia”), non può supporre la tragedia incombente sull’Europa e sul mondo. Né si prefigura la successiva guerra in Palestina degli ebrei, anche quelli sopravvissuti alla Shoah, non più perseguitati ma combattenti per la nascita dello Stato d’Israele fondato il 14 maggio1948 a spese degli arabi palestinesi cacciati dalle loro case: occupate, queste, dagli esuli sionisti provenienti d’ogni parte del mondo. Cosicché oggi, in un’intervista dell’ottobre 2012 alla Radio della Germania settentrionale, il Nobel (1999) per la letteratura Günter Grass, che denunciando la palese ingiustizia internazionale non teme di essere tacciato di antisemitismo, accusa l’occidentalista Stato d’Israele – “una potenza nucleare incontrollata”, una “forza d’occupazione” – d’avere “sfrattato i residenti [palestinesi,] trattati come cittadini di seconda classe”. Astenersi dal criticare Israele – sofistica Grass – è “una nuova forma di antisemitismo”.
Immediatamente dopo la proclamazione dello Stato sionista, Céline non commenta lo scoppio della prima guerra arabo-israeliana (15 maggio 1948) che vede i Paesi arabi confinanti (Egitto, Giordania, Siria e Libano), oltre all’Iraq, attaccare Israele.
Grazie all’appoggio statunitense, l’esercito israeliano risulta vittorioso e, in più, espande i territori della nuova nazione, oggi una superpotenza atomica provvista di centinaia di ordigni nucleari, al di là dei confini stabiliti dall’Onu nel 1947. E ora, dopo l’Aliyah – Ascesa alla Terra” o “Legge del ritorno” -, il mondo vede l’antica, mistica Gerusalemme incrociata da più religioni, prigioniera d’un permanente checkpoint (posto di blocco militare) e stretta da un muro di cemento serpeggiante per molti chilometri.
Divenuta luogo di contesa, Gerusalemme “non è più la città che è stata per secoli. […]. È una città razzista e divisa, da cui migliaia di persone sono state cacciate per far spazio a nuovi abitanti in nome d’una presunta superiorità religiosa” recrimina in un’intervista la scrittrice americana d’origine palestinese Susan Abulhawa (“La convivenza è ormai un mito lontano”, “la Repubblica”, 17 novembre 2012).
Dal 1948 – sono già alcuni anni che Céline non inveisce contro gli ebrei – restano costanti i venti di guerra che continuano a sconvolgere gli insediamenti israeliani, la Striscia di Gaza, le città e i campi dei profughi palestinesi… “È tempo che Israele riconosca che Gaza è un nemico” sbotta ai giorni nostri lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua. “Ed agisca di conseguenza: smetta di fornire elettricità e far passare cibo. Dichiari ufficialmente che siamo in uno stato di guerra e agisca di conseguenza” (“Due popoli prigionieri nella sfera della violenza”,“la Repubblica”, 15 novembre 2012 ).
Diversa l’opinione di un altro scrittore israeliano, David Grossman: “La situazione fra Israele ed i palestinesi è così esplosiva, che quasi ogni scenario è possibile. […] mi aspetto che Israele, che ha molte più possibilità di manovra, che è il più forte dei due, faccia tutto ciò che è in suo potere per far ripartire il processo di pace” (“la Repubblica”, 16 novembre 2012). Seguita Grossman dopo il riconoscimento, il 29 novembre 2012, da parte dell’Onu, dello Stato palestinese: “Siamo nella situazione paradossale in cui uno Stato democratico, Israele, occupa un altro Stato democratico, la Palestina. Questa situazione sarà sempre più inaccettabile dal resto del mondo” (“Il mondo accetterà sempre meno l’occupazione della Palestina”, “la Repubblica”, 4 dicembre 2012).
Frattanto e da tempo, nel sud d’Israele piovono i razzi di Hamas, il Movimento Islamico di Resistenza; e, nell’angusta Striscia di Gaza, circa un milione e mezzo di persone di etnia araba vive sotto l’implacabile assedio israeliano. “Se si guarda al Medio Oriente,” riflette lo scrittore di Tel Aviv Etgar Keret “il quadro generale che si ha è che Israele ha occupato la Palestina e che quindi i palestinesi hanno reagito. […]. Israele dovrebbe concedere una capitale ai palestinesi e i palestinesi dovrebbero riconoscere Israele come Stato ebraico. Ma nessuno vuole cedere. Nessuno vuole i negoziati” (Nessuno vuole davvero la pace, “la Repubblica”, 19 novembre 2012)… Mai furono più vane le parole “Il tempo per la pace è giunto” pronunciate il 13 settembre 1993 alla Casa Bianca da Yitshak Rabin, il laburista capo del governo israeliano che il 4 novembre 1995 viene assassinato nella pacifista e multiculturale Tel Aviv da un colono ebreo della destra religiosa contraria alle trattative di pace con la Palestina.

Non sono soltanto follia, le ‘bagattelle’di Céline – medita Kamiski, anti/antisemita ma non per questo filosemita, anzi ateo e non credente a Jahvé, il dio ebraico che ‘non si deve nominare’. Persuaso, inoltre, che non esista una razza ebrea né dovrebbero esserci una nazione ebrea o un popolo ebreo. Opinione riproposta in chiave mondano-snobistica da Roger Peyrefitte, per il quale l’antisemitismo non ha nessun significato dato che, a ben vedere, …‘siamo tutti ebrei’. Diplomatico durante il regime di Vichy, accusato di collaborazionismo e più noto per il romanzo Le amicizie particolari (1944), Peyrefitte inaugura il suo Gli ebrei (1965) con un singolare apologo: “Il primo gennaio 1963, festa della Circoncisione di Nostro Signore, il generale De Gaulle non pensava di certo ai suoi antenati, gli ebrei Kolb, il cancelliere Adenauer agli ebrei Adenauer, il presidente della Repubblica italiana agli ebrei Segni, il re di Svezia al suo antenato semiebreo Bernadotte, l’ex re d’Italia ai suoi antenati materni, gli ebrei montenegrini Pietrovic Niegosc, l’arciduca Otto d’Asburgo alla sua antenata, l’ebrea Pereira […,] il principe Bernardo d’Olanda alla sua antenata l’ebrea Pacheco, la regina Elisabetta ai suoi antenati materni, gli ebrei Bowes-Lyon, il duca d’Edimburgo ai suoi antenati, gli ebrei Haucke; anche alla Casa Bianca il presidente Kennedy non pensava di certo ai suoi antenati, gli ebrei Kennedy, e il vicepresidente Johnson ai suoi antenati, gli ebrei Johnson. Era altrettanto improbabile che a Louveciennes il conte di Parigi pensasse all’ebrea Pierleoni, da cui i Borboni discendono attraverso Jeanne D’Albret, all’ebrea Alvarez di Toledo, da cui discendono attraverso i Medici, e all’ebrea Henriquez, da cui a loro volta discendono attraverso Anna d’Austria, e che la contessa di Parigi pensasse all’ebrea Pereira, da cui discende attraverso il ramo dei Braganza; all’Avana nemmeno Fidel Castro pensava ai suoi antenati, gli ebrei Castro, né a Madrid il generale Franco agli ebrei Franco, né a Lisbona il presidente Salazar agli ebrei Salazar. Vicino a questi personaggi illustri, gloria del prepuzio, il capo dello Stato di Israele Ben Zvi faceva una magra figura. Anzi, faceva la figura del guastafeste perché a ognuno di loro avrebbe potuto dire: ‘Ricordati!’”.
“In realtà,” propugna Kaminski “si è ebrei come si è biondi o bruni, senza che questo implichi una comunanza di istinti o di sentimenti, di ricordi o di opinioni, di caratteri o di interessi”. Allo stesso modo, non ha senso l’invenzione nazifascista d’una ‘razza ariana’; e piuttosto, prescindendo da balorde fantasie su cromosomi e gruppi sanguigni, si parli di un ceppo linguistico indoeuropeo che va dalle popolazioni scandinave alle bengalesi, alle latinoamericane, alle comunità di madrelingua indoeuropea.

Se nel libro céliniano c’è della follia, questa – suggerirebbe l’Amleto di Shakespeare – “ha del metodo”. Ma un metodo congeniale ai nazisti nemici della libertà, della ragione, della cultura, del senso critico, della solidarietà umana. D’adesso, Kaminski prende a ritrarre un Céline che, in nome dei propri rancori personali e in cerca di appoggi, s’intenderebbe coi nazisti non tanto sulla condivisione del militarismo quanto sui feroci pregiudizi antisemiti.
Segue l’inverosimile Voyage ‘altro’ del Céline propagandista germanico, consultato, dopo la pubblicazione di Bagattelle, da un ambasciatore di Hitler che lo invita a visitare il Reich. Qui, in futuro, potrà realizzare non solo le proprie ambizioni letterarie ma toccare con mano il trionfo della razza eletta. Inoltre potrà visitare nientemeno che il… Paradiso, situato – è dell’avviso un ignoto e ineffabile studioso tedesco – nel Mecklemburg, Germania del nord.
È al corrente, il camerata Céline, che i primi uomini erano degli “ariani mecklemburghesi”? Ed è stato informato che sono stati proprio gli ebrei, inattendibili autori della Bibbia, a falsificare i dati storici?… Implicita, quale retaggio d’una vieta inimicizia contro l’ebraismo, l’evocazione di credenze sui giudei eretici e usurai, avidi e avari, falsificatori di pesi e misure, diffusori di pestilenze, avvelenatori di pozzi, profanatori di ostie, divoratori di bambini; e, per tali assurdità, da quattromila anni perseguitati.
Viaggia Céline che ad Aix-La-Chapelle viene ricevuto, con banda musicale e bandiera sventolante la croce uncinata, da Streicher, ufficiale delle famigerate SS, sigla degli Schutzstaffeln, “Reparti di protezione” nati come guardia del corpo di Hitler.
Con Streicher, direttore della rivista nazista “Stürmer”, Céline inizia uno scambio di opinioni sulle non accertate origini ariane dello stesso Hitler nato in Austria, crogiolo d’ogni schiatta dell’Europa… Ehi, ma com’è che il Führer non è biondo? Tranquillo e nervi a posto, egregio Céline: Hitler ha sì i capelli neri, ma sotto le ascelle e sul sesso i suoi peli sono biondi. Garantito.
Giunti a Berlino e sfilando per le strade della capitale su un’automobile scoperta, salutano con il braccio teso la folla che grida Heil! Segue incontro col gerarca Goebbels, che invita Céline a scrivere – a pagamento, ci mancherebbe – le sue impressioni sul Reich; ma tenendo conto che, nella nuova Germania, la critica, malsana pratica dello spirito ebreo, è abolita. Da cui la censura degli scrittori avversari e gli igienico-profilattici falò dei libri non conformi al nazipensiero.
Girellando per Berlino, l’autore di Bagattelle si sofferma ad ammirare le panchine ‘per ebrei’ dipinte di giallo e i negozi che non vendono le loro merci all’odiata razza, cui è altresì proibito l’uso delle piscine pubbliche, dei parchi, delle stazioni balneari o climatiche della Germania.
Che privilegio, poco dopo, il colloquio in un antico castello con Göring, stretto collaboratore di Hitler e regista dell’incendio doloso della sede del Reichstag a Berlino (27 febbraio 1933. La colpa viene addossata ai comunisti, arrestati a migliaia e messi fuori legge), uno che il giorno del suo matrimonio, a mo’ di regalo di nozze dedicato alla moglie, si vanta d’avere fatto trucidare due persone! Poi, nel salone con sopra il camino una troneggiante grande spada adibita in passato alle decapitazioni, quel boia si diffonde a spiegare quanto il sangue lo ispiri e lo corrobori.
La gita con Streicher, proseguita in automobile, tocca il sud della Germania. Qui, in un campo di concentramento, è detenuto l’ex deputato ebreo Heilmann chiuso in un canile da cui è obbligato a uscire e abbaiare a ogni passaggio dei suoi guardiani. Altri prigionieri languiscono in punizione dentro celle piccolissime dov’è impossibile distendersi o soltanto sedersi.
Né possono mancare le quattro chiacchiere con la signora Ludendorff, direttrice d’una rivista nazionalista e vedova dell’omonimo generale, rinomato stratega del massacro. Indotta dal marito a credersi il più grande filosofo del proprio tempo, la Ludendorff, una perfetta pazzoide, è certa che la Chiesa cattolica, gli ebrei, i bolscevichi, i massoni siano un’unica entità: “l’eterno ebreo”. Ma lo sa, Céline – svela l’orribile dama -, che è stato Goethe, un massone, a uccidere Schiller? Lo sa che Mozart fu soppresso dagli ebrei? Lo sa o no che gli ebrei hanno l’abitudine d’istigare “tutti i delitti, tutte le guerre, tutte le rivoluzioni”? E non lo sa che molti francesi illustri, periti in circostanze oscure, sono stati eliminati dai diabolici giudei?…

Stanno spostandosi di notte in Baviera, Streicher e Céline, quando vengono fermati da militari nazisti e condotti in una squallida stanza. Qui giace un uomo, tale Schmidt, scambiato per un ebreo e massacrato di botte.
Céline, da medico, diagnostica l’inutilità d’ogni cura e lo dà per spacciato. Due giorni dopo è a Norimberga addirittura in compagnia di Hitler, che dichiaratosi anche lui un artista si gloria d’avere disegnato l’uniforme delle Squadre naziste paramilitari oltre ad avere capito che, per le case, il tetto inclinato è ariano e quello piatto è sicuramente ebreo (!).
Segue – suprema fantasia di Kaminski – una fantasmagorica parata notturna con Hitler occupato a regolare i fari che lo illuminano e con Céline in camicia bruna marciante al passo dell’oca insieme ai soldati… Finalmente è contento: c’è qualcuno che lo capisce – scrive Kaminski; non prevedendo la solitudine e l’emarginazione sociale che, dopo la guerra e fino alla morte, segnano l’esistenza dell’immortale autore del Voyage, uno che, nel momento dell’invasione di Parigi da parte dei tedeschi, diversamente dai veri collaborazionisti non denuncia mai nessun ebreo né i partigiani che si riuniscono nell’appartamento sotto il suo, a Montmartre; anzi ne protegge alcuni. Non è allora immotivata, al tempo delle accuse verso il reprobo, la difesa che ne fa lo stesso Movimento nazionale ebraico all’origine del sionismo (divenuto maggioritario, il nazionalismo sionista sconfessa ed emargina i cosiddetti “Ebrei riformati” per i quali gli ebrei non costituiscono un popolo ma sono, più propriamente, una comunità religiosa).
Kaminski non sa se l’autore di Bagattelle per un massacro (conta che lo stesso Céline, nel tentativo di dimenticare e, ancor più, dimenticarsi, giunga poi a definire questo suo libro “abominevolmente antisemita”) sia stato nella Germania hitleriana o se potrà mai andarci. In accordo con quanto dichiarato molti anni dopo dalla Almanzor, ravvisa la radice delle pagine di Bagattelle anche nelle vicissitudini, nelle frustrazioni e nei traumi subiti dallo scrittore, in un desiderio di riscatto e di vendetta, in un’angoscia senza rimedio, in un dolore oscuro e mai nominato.
“Per tutta la mia vita ho tentato senza successo di ammorbidire il carattere di Céline. Lo moderavo, lo mettevo in guardia […]. Non è mai servito. Bisogna dire che Louis, in un certo senso, era anche pazzo. Fin dal periodo dei libelli, non voleva sentire niente” rammenta la moglie Lucette a proposito dell’esacerbata personalità del marito. “Louis era incosciente, non si rendeva conto di nulla. Già era rimasto sorpreso d’apprendere della proibizione di La bella rogna nel 1941. Non voleva capire neppure quando, a Saint-Malo, mentre scriveva Bagattelle per un massacro, gli dicevo: ‘Ti metti una pietra tombale sulla testa’” (Céline segreto, cit.)… Lui “è ammalato del nostro tempo” considera Kaminski; e sembrerebbe tentato di giustificarne l’isterica disperazione quando aggiunge: “Probabilmente, più talento si ha più si è tormentati da quest’epoca in cui crolla ogni cosa e dove l’avvenire non s’annuncia che attraverso scosse contraddittorie e spesso senza bellezza”.
Se basta un carattere pessimista per disperare infinitamente, ciò che invece conta davvero – afferma l’anarcosocialista Kaminski – è la volontà di lottare contro il sistema di cose. Senza dubbio, Céline è uno che lotta; ma lo fa dalla parte sbagliata: il suo male è lo stesso male oscuro, ossia la tentazione della scorciatoia autoritaria che pervade l’Europa a ogni crisi economica. “Non so nemmeno se devo disprezzarlo o compiangerlo” chiosa il corrosivo e nondimeno compassionevole affabulatore di Céline in camicia bruna.
Tornato in Francia, nuovamente nel caos parigino, Céline – racconta Kaminski – ricade nell’abituale pessimismo. Non è troppo di là da venire l’invasione della Francia, nel giugno del 1940, da parte dell’orda nazista. Immerso in un’atmosfera surreale, s’interroga sul da farsi: ingaggiare delle truppe antisemite, tessere qualche bell’intrigo, diventare il Führer francese?… Il Cristianesimo? Dopotutto, non potrebbe essere una perversa invenzione degli ebrei? – si assilla. Ed è ariano, il Cristo? Come distinguere il puro ariano dalla razza “negrizzata” e meticciata che, attraverso il Mediterraneo, s’è diffusa ovunque?
Per documentarsi, si procura alcuni libri di tale dottor Edgar Bérillon, tra cui La Polichesia della Razza Tedesca, uno stravagante trattato del 1915 sulla superattività defecatoria (!) dei tedeschi dovuta alla quantità e qualità dei cibi abitualmente ingeriti, all’ampiezza della loro ampolla rettale e alla debole resistenza del loro sfintere. La conclusione, sconcertante per il soggetto identificato con Céline, è che la polichesia, attitudine a una smodata defecazione, finisca piuttosto, contro le convinzioni in auge, col dimostrare l’inferiorità della razza tedesca.
Allora viene presentato un Céline costretto a chiedersi, visto che, data la loro imbarazzante incontinenza, i suoi ipotetici sodali germanici non sembrerebbero poi così ariani, cosa sia mai la ‘razza superiore’ da opporre ai tremendi giudei. Magari l’ebreo è penetrato in ogni nazione, in ogni dove, dappertutto, e ora non c’è più nessuno che non sia ebreo? Raccapricciante scoperta: da far perdere il senno. E qui Kaminski crede di poter congetturare su un’identificazione fra Céline e Semmelweis (“Io sono Semmelweis!”), il medico ungherese ebreo, impazzito a causa delle vessazioni subite dalla comunità scientifica, assunto ad argomento della tesi di laurea in medicina discussa da Céline in gioventù.
Replicante fantasma e ‘doppio’ di Semmelweis, ora Céline si perde per le strade di Clichy. Giunto al dispensario, entra e vede qualcuno, da lui creduto ebreo, in attesa di visita medica. Subito, replicando l’azione folle di Semmelweis, spintona i medici e le infermiere, afferra un bisturi e l’adopera sul corpo del paziente urlando di essere lui l’unico non ebreo. “Bisogna distruggere tutti gli altri!”. Impossibile fermarlo… S’apprende poi che la vittima non è un ebreo, ma un arabo dedito a combattere gli ebrei.

L’affondo finale di Kaminski giunge nell’ultimo capitolo del libro, un’accusa all’autore del Voyage di fomentare le persecuzioni antiebraiche e una diagnosi della stoltezza paranoica della ‘maschera-Céline’ in fuga dai fantomatici Saggi di Sion… Ma, a immaginarne il paranoico delirio, non si capisce che quell’uomo è un isolato? E che, anche per questo, non possa essere un collaboratore programmatico dei nazisti? Kaminski non esibisce nessuna prova concreta a dimostrazione che Céline lo sia mai stato, ma è irrimediabilmente deluso dal grande scrittore che, solo in quanto antisemita, lo ha persuaso di non essere veramente grande… “Sono stato il più coglione dei francesi, io” gli va in aiuto Céline, vittimista e autocritico, negli ultimi anni della propria vita, rispondendo a un’inchiesta della rivista “Arts” (14-20 novembre 1956). Ma “coglione” per la sua emozionale irresponsabilità, prerogativa en artiste?
Intanto, oggi, sparito Céline, indisponibile dalla fine dell’ultima guerra mondiale a ogni presa di posizione antisemita, si consuma il rapporto fra sinistra ed ebrei nato in nome dell’antinazifascismo. Adesso insistono le accuse di neoimperialismo allo Stato di Israele – una nazione più piccola della Toscana o della Sicilia, abitata da meno d’otto milioni di abitanti invisi a oltre duecentocinquanta milioni di arabi. E restano numerosi gli atti di guerra e di sciovinismo continuamente perpetrati in un mondo globalizzato dove i razzismi continuano a esprimersi in modi rinnovati, ora subdoli e ora eclatanti.
Da simile entropia, di fronte alla quale l’antisemitismo céliniano sbiadisce fino a perdere rilievo, affiora un antiarabismo per il quale anche i neofascismi europei finiscono adesso per accordarsi con Israele nell’avversione per l’Islam. “Oggi l’Islam e il mondo arabo” scrive Tahar Ben Jelloun “hanno preso il posto del comunismo. […]. Ai bambini si diceva che il diavolo veniva dai Paesi comunisti. Ma poiché ormai l’Unione Sovietica si è dissolta, il muro di Berlino è caduto e il comunismo è relegato in Cina e nella Corea del Nord, ci si è rivolti a un nuovo diavolo: l’arabo, il musulmano. […]. Abbiamo una cattiva reputazione. Siamo percepiti come lo erano i comunisti ai tempi della guerra fredda” (Perché i film sull’Islam sacrificano la verità,“la Repubblica”, 12 novembre 2012).
In conclusione, il pregio del kaminskiano Céline in camicia bruna può ravvisarsi non nell’avere prospettato un collaborazionismo effettivo di Céline, ma in una qualità quasi profetica; allorché, pochi anni prima della catastrofe a suggello delle nefandezze nazifasciste e staliniste, giunge a prevedere i disastri d’una guerra che ben presto diviene totale: “[…] l’esito d’una guerra è sempre imprevedibile. Tutto ciò che si può sapere della prossima è che sarà lunga, e che i suoi orrori supereranno l’immaginazione più sfrenata”. Annunciando inoltre, alimentati dal capitalismo corrotto degli gnomi della finanza selvaggia e dei sempiterni padroni predoni, i rinnovati conflitti voluti dai Paesi imperialisti e combattuti da uomini “obbligati a obbedire ciecamente. E i soli ad approfittarne saranno i mercanti d’armi, i banchieri, le iene d’ogni sorta”.

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